(AP Photo/Alvaro Barrientos)
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  • lunedì 5 Settembre 2016

I misuratori di potenza nel ciclismo

Esistono da anni ma se ne è parlato molto in questi giorni: qualcuno vorrebbe abolirli perché Froome, il più forte, ne trae troppo vantaggio

di Giulia Arturi
(AP Photo/Alvaro Barrientos)

A cinque chilometri dall’arrivo della decima tappa della Vuelta di Spagna (uno dei tre grandi giri del ciclismo, insieme a quelli d’Italia e di Francia) Alberto Contador e Nairo Quintana hanno attaccato, sulla salita finale. La tappa si è corsa il 29 agosto, da Lugones a Lagos de Covadonga, ed era lunga poco più di 188 chilometri. Contador e Quintana sono due dei più forti scalatori degli ultimi anni; il più forte – Chris Froome, il vincitore dell’ultimo Tour de France – si era già staccato e sembrava essere in difficoltà. Durante la salita Froome è però riuscito a recuperare quasi tutti gli altri corridori, tranne Quintana che ha vinto e si è preso la maglia rossa, quella che va al primo in classifica generale. Secondo molti, Froome è riuscito a recuperare dopo essersi staccato soprattutto perché ha usato un “misuratore di potenza”, una cosa di cui nell’ambiente si parla da tempo.

I progressi tecnologici sono da sempre decisivi in uno sport basato già di per sé su una tecnologia come quella della bicicletta. Oggi un corridore professionista, che è anche collegato via radio auricolare con il direttore sportivo, ha uno strumento che fa da contachilometri, controllo della frequenza cardiaca e del numero di pedalate. Ma il dato più rilevante ai fini della valutazione dei picchi di prestazione è la misurazione della potenza, cioè della forza applicata dalle gambe per la velocità della pedalata. È un valore espresso in watt e si misura grazie a dei rilevatori posizionati sulla pedivella. Il primo apparecchio del genere fu l’SRM (Schoberer Rad Messtechnik), ancora il più usato nel settore, progettato dal tedesco Ulrich Schoberer e commercializzato alla fine degli anni Ottanta. Da allora è diventato un dispositivo indispensabile nel ciclismo professionistico e si è diffuso anche tra gli amatori.

Il misuratore – qualcuno lo chiama potenziometro – permette di conoscere con precisione lo sforzo in termini di potenza che si sta compiendo, a prescindere dalle sensazioni fisiche e dalle condizioni esterne. Inoltre fornisce un quadro reale delle prestazioni. Il battito cardiaco, al contrario, è influenzato dalla fatica, dalla temperatura, dall’adrenalina, e da molti diversi fattori. Con lo stesso battito cardiaco un ciclista può andare benissimo e malissimo, a seconda di molte altre variabili. Se il valore in watt è basso, si è invece certi che non si sta andando bene. Inoltre il valore del battito cardiaco risponde lentamente: facendo un grande sforzo per un breve intervallo di tempo è possibile che la frequenza salga a malapena prima che lo sforzo stesso sia concluso.

Il misuratore di potenza è quindi uno strumento molto utile poiché consente di determinare con precisione i carichi di lavoro e il tempo effettivo di esecuzione, evitando i tempi di latenza della frequenza cardiaca. Combinandolo poi con il cardio-frequenzimetro si apprende se un certo ritmo è sostenibile, capendo subito quando si è vicini al limite o quando si può aumentare il carico. Grazie al misuratore di potenza è possibile sapere quale dovrebbe essere la performance necessaria per un dato obiettivo, e che ritmo mantenere. L’atleta deve poi riuscire a produrre lo sforzo necessario, certo, ma conoscere esattamente quale dovrà essere è di grande aiuto.

La questione riguarda dunque un’alternativa tra un modo di correre basato maggiormente sull’istinto e un altro che si affida in maniera scientifica ai dati. Alberto Contador, che ha 33 anni ed è un corridore che l’istinto l’ha sempre usato molto, ha detto: “Penso che i misuratori di potenza limitino lo spettacolo della gara. Ora tutto è sotto controllo, se hai una squadra forte e un altro corridore attacca, puoi tenerlo sotto controllo. Conosci i suoi watt e sai che dopo venti minuti si esauriranno. È così che funziona al giorno d’oggi”. Quintana – colombiano della Movistar e attuale leader della classifica generale – è d’accordo: secondo lui i misuratori “tolgono gran parte dello spettacolo, ti condizionano a correre in maniera molto più cauta. Sono il primo a dire che andrebbero proibiti durante le corse”. Lo dice anche Valverde, compagno di squadra di Quintana: “Penso siano molto utili in allenamento, ma privano di pathos lo sport. Bisognerebbe correre basandosi sulle sensazioni”. Sia Quintana che Valverde sono considerati due scalatori “puri”, gente capace di fare attacchi e di capire molto bene quando farli e come gestire le proprie energie.

Froome è invece un tipo di corridore diverso, per esempio molto bravo anche a cronometro. Corre da anni per il Team Sky, una squadra che è arrivata nel ciclismo professionista dal 2010 e ci ha portato molti soldi e una grande attenzione alla pianificazione di ogni dettaglio. Il Team Sky – che ha vinto quattro degli ultimi cinque Tour de France con un suo corridore – è quindi un esempio di come, conoscendo rendimento e limiti propri e degli avversari, si possano utilizzare i misuratori di potenza in maniera rigorosa per controllare la situazione in gara.

In passato Froome è infatti stato accusato di essere spesso “radiocomandato” dal suo direttore sportivo (una specie di allenatore) che durante ogni gara gli dice (come lo fanno gli altri direttori sportivi con gli altri corridori) cosa fare e quando farlo. La sintesi, secondo alcuni, è: Froome pedala e ci mette la fatica, quasi tutto il resto lo fa perché così gli viene detto. Allo stesso modo, si dice che gran parte delle vittorie di Froome siano merito della sua squadra, che è la più forte da anni. In realtà, nell’ultimo Tour de France, Froome ha anche saputo attaccare in modi creativi e originali, improvvisando da sé senza suggerimenti del direttore sportivo o aiuto della squadra. Parlando delle critiche ai misuratori di potenza Froome ha ironicamente detto: “Proibiamoli, perché no?, poi potremmo anche tornare alle biciclette senza cambio”.

Per ora i misuratori non sono ancora uno strumento vincente in assoluto, comunque. Nell’ultimo Giro d’Italia lo sloveno Primoz Roglic ha vinto la crono del Chianti nonostante avesse perso lo strumento per leggere i dati delle rilevazioni dopo 10 chilometri a causa di una buca. “Ero molto demoralizzato, non avevo alcun riferimento abituale e ho pensato fosse finita. Nonostante tutto, nelle salite ho spinto al massimo, per il solo gusto di divertirmi, di avvertire certe sensazioni. Non avrei mai pensato di vincere”.

La questione che riguarda i misuratori di potenza è stata discussa di recente per via dell’evidente modo in cui Froome ha “cambiato passo”, dal sembrare quasi in crisi all’essere quello che pedalava meglio, o comunque in modo più efficace. Non c’è però nulla di nuovo nel modo in cui funzionano i misuratori di potenza o nel modo in cui li usano i corridori professionisti. Tutti li usano in allenamento perché rendono l’allenamento più efficace e tutti li hanno in gara, anche se poi c’è chi li tiene più da conto e chi meno. È molto improbabile che ora, dopo tanti anni, l’UCI – l’organizzazione che regola il ciclismo mondiale – decida di vietarli, ed è impossibile dire se la loro assenza farebbe cambiare i risultati delle corse. Intanto la Vuelta di Spagna sta andando avanti: in maglia rossa c’è ancora Quintana e Froome è sempre secondo. Nella tappa di domenica 4 settembre, però, Froome ha perso molti secondi da Quintana, e ora è a 3 minuti e 37 secondi da Quintana. Resta ancora una lunga cronometro, in cui è praticamente certo che Froome andrà molto meglio di Quintana. La Vuelta finirà l’11 settembre, con arrivo a Madrid.