Un nuovo guaio per Trump

Alcuni documenti ottenuti dal New York Times mostrano la vicinanza del capo della sua campagna elettorale all'ex presidente ucraino Yanukovich

(Chip Somodevilla/Getty Images)

Una lunga inchiesta pubblicata oggi dal New York Times ha raccontato in modo molto approfondito i rapporti tra Paul Manafort, il capo della campagna elettorale di Donald Trump, e il Partito delle Regioni, il partito ucraino filo-russo dell’ex presidente Viktor Yanukovich, del quale Manafort è stato consulente per molti anni. L’articolo – che si intitola “In Ucraina, un libro mastro segreto indica che il capo della campagna elettorale di Trump ha ricevuto dei soldi” – contiene diversi elementi quantomeno imbarazzanti per Manafort, che ha 67 anni ed è uno dei consiglieri Repubblicani più noti nella politica americana. In particolare racconta che negli ultimi anni Manafort ha ricevuto dei pagamenti di diversi milioni di dollari dal Partito delle Regioni, un’ulteriore prova della vicinanza tra Donald Trump e Vladimir Putin, a lungo stretto alleato di Yanukovich.

Secondo un documento consultato dal New York Times, fra il 2007 e il 2012 Manafort ha ricevuto 11,3 milioni di euro in nero dal Partito delle Regioni. Era già noto che Manafort avesse lavorato come consigliere di Viktor Yanukovich – fondatore del Partito delle Regioni ed ex presidente ucraino, fuggito dal paese dopo le manifestazioni di piazza del 2014 – ma non che avesse ricevuto una tale quantità di soldi in nero. Il New York Times ha comunque fatto notare che il libro mastro non è la prova che Manafort abbia effettivamente ricevuto quei soldi: sono indicazioni di pagamenti che potrebbero anche non essere mai stati fatti. Contattato dal New York Times, l’avvocato di Manafort ha negato tutte le accuse.

La storia dei rapporti segreti tra Yanukovych e Manafort è stata arricchita di dettagli da un articolo separato di Associated Press, pubblicato mercoledì 17 agosto. AP ha scritto che nel 2012, Manafort aiutò il Partito delle Regioni a girare almeno 2,2 milioni di dollari a due importanti lobby di Washington, in un modo non consentito dalla legge statunitense (stando alle leggi federali americane, i lobbisti devono dichiarare pubblicamente se rappresentano dei leader e dei partiti politici stranieri, cosa che in quel caso non fu fatta).

Comunque vada a finire, questo è l’ennesimo problema per la campagna elettorale di Trump, che oltre alle moltissime controversie causate dalle dichiarazioni del suo candidato ha dovuto affrontare diversi problemi interni: in giugno, ad esempio, l’ex capo della campagna elettorale Corey Lewandowski è stato licenziato da Trump dopo che era stato molto criticato per aver spintonato una giornalista pochi mesi prima; nelle ultime settimane, invece, è stato raccontato di come le carenze organizzative della campagna abbiano portato Trump a raccogliere molti meno finanziamenti della sua rivale Democratica Hillary Clinton. Non è ancora chiaro se Manafort si dimetterà dalla campagna di Trump.

Il libro mastro di cui parla l’inchiesta New York Times è stato trovato dall’Ufficio Nazionale anti-corruzione ucraino durante una perquisizione della ex sede del Partito delle Regioni a Kiev, la capitale dell’Ucraina. Il libro, che è scritto a mano in cirillico ed è composto di circa 400 pagine, si trovava nella stessa stanza dove erano tenuto due cassaforti piene di banconote da 100 dollari e secondo gli investigatori ucraini è la prova di un vasto sistema di pagamenti illegali gestito dal partito di Yanukovich. Secondo l’Ufficio Nazionale anti-corruzione ucraino, il libro contiene diversi nomi – tra cui quelli di diversi politici ucraini – associati a cifre in denaro: il nome di Manafort compare 22 volte associato a diversi pagamenti che contati insieme danno un totale di 11,3 milioni di euro. Il libro mastro non contiene alcuna motivazione per questi pagamenti. Al momento Manafort è solamente coinvolto nell’indagine, e non non ha ricevuto un’incriminazione formale dalle autorità ucraine.

In un’altra indagine su alcune società offshore gestite da persone vicine a Yanukovych, Manafort compare perché nel 2008 assieme a un milionario russo vicino al presidente russo Vladimir Putin aiutò a fondare una società che comprò una tv via cavo ucraina, in un passaggio societario giudicato sospetto. L’avvocato di Manafort ha negato che il suo cliente abbia ricevuto dei soldi per aver collaborato alla fondazione della società coinvolta e gli investigatori hanno specificato che Manafort non è indagato per la storia delle società offshore: Vitaliy Kasko, un ex funzionario dell’ufficio del procuratore di Kiev, ha spiegato al New York Times che è molto improbabile che Manafort non fosse a conoscenza delle moltissime accuse di corruzione che riguardavano da tempo Yanukovych e i suoi collaboratori. Una delle prime cose di cui si parlò dopo la fuga di Yanukovych dall’Ucraina nel febbraio del 2014 era stata la sua enorme villa privata, al cui interno erano state trovate preziose collezioni d’arte, di auto e di animali rari.

Prima di lavorare per Trump, Paul Manafort era stato per molto tempo uno dei consiglieri più ascoltati da Yanukovych negli anni in cui era presidente dell’Ucraina – l’inchiesta del New York Times ha raccontato che fino a maggio il suo ufficio a Kiev, in Ucraina, era ancora pieno delle sue cose – e prima ancora uno dei consiglieri del controverso presidente delle Filippine Ferdinand Marcos, deposto dopo giorni di manifestazioni nel 1986.

Il guaio di Manafort probabilmente allontanerà Trump ancora di più dai dirigenti del partito Repubblicano, e forse da qualche elettore. La simpatia di Trump per Vladimir Putin, uno dei politici internazionali più impopolari negli Stati Uniti, è nota da tempo, ma nelle ultime settimane se ne era nuovamente parlato dopo che alcuni hacker sospettati di essere vicini al governo russo avevano violato i server del partito Democratico ottenendo e pubblicando diverse email che hanno causato diversi problemi ai dirigenti del partito e, indirettamente, alla candidata alle presidenziali Hillary Clinton. In quell’occasione Trump si era rivolto pubblicamente alla Russia chiedendo che scavasse più a fondo nelle mail del partito Democratico per spiare Hillary Clinton, per poi dire che si trattava solo di uno scherzo.

 

L’articolo è stato aggiornato mercoledì 17 agosto con delle nuove rivelazioni sulle attività di Paul Manafort pubblicate da Associated Press

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