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  • giovedì 14 luglio 2016

La storia di Yuliya Stepanova

La questione del doping che ha escluso l'atletica russa dalle Olimpiadi è nata da lei, e per questo probabilmente lei a Rio ci andrà

Yuliya Stepanova ai mondiali di atletica a Daegu, in Corea del Sud, nel 2011 (AP Photo/Anja Niedringhaus)

Il primo luglio la Federazione Internazionale delle Associazioni di Atletica (IAAF) ha deciso di concedere a Yulia Stepanova, forte mezzofondista russa, di partecipare alle Olimpiadi del prossimo agosto da “neutrale”, in eccezione alla squalifica dell’intera squadra russa in seguito alle rivelazioni sull’uso continuo ed estesissimo di pratiche di doping: la decisione dovrà essere però sancita tra una settimana dal Comitato organizzatore delle Olimpiadi, che potrebbe lo stesso escluderla. Pochi giorni lo stesso permesso è stato accordato – a fronte di oltre cento richieste – a una sola altra atleta russa, Darya Klishina, saltatrice in lungo che vive e si allena da tempo in Florida e che ha potuto dimostrare di essersi sottoposta a controlli più rigidi e affidabili di quelli contestati in Russia.
Per Stepanova le ragioni dell’eccezione sono ancora più particolari e “letterarie”: le è stato riconosciuto un ruolo fondamentale nel disvelamento delle pratiche illecite da parte delle federazioni sportive russe.

Nel 2012 Stepanova aveva 26 anni ed era all’apice della sua carriera: era la seconda 800metrista più forte in Russia ed era seguita da Vladimir Kazarin, uno degli allenatori più importanti ed esperti del paese. Tre anni prima, nel 2009, aveva conosciuto l’uomo che sarebbe diventato suo marito: Vitaly Stepanov, che lavorava per Rusada, l’agenzia antidoping russa. Stepanov aveva studiato all’estero e una volta tornato in Russia era entrato in Rusada con l’intenzione di combattere il doping. Dal 2013 a oggi a Stepanova e Stepanov è successo un po’ di tutto: lei ha scontato una squalifica per doping, lui ha smesso di lavorare in Rusada dopo avere aiutato la moglie a usare sostanze dopanti. Entrambi hanno svelato a un giornalista tedesco l’esistenza di un sistema di doping “di stato” diffuso ed elaborato, nell’atletica e anche in altri sport: una rete di corruzione estesa fino ai vertici del ministero dello Sport del governo russo. La Russia è diventato il primo paese nella storia a essere escluso per doping da tutte le competizioni internazionali di atletica, anche dalle Olimpiadi che inizieranno il 5 agosto a Rio de Janeiro.

Chi è Stepanova, come è finita dentro il doping
Yuliya Stepanova – Rusanova, il suo cognome da nubile – è cresciuta a Kursk, una città vicino al confine con l’Ucraina conosciuta per essere il posto in cui si è combattuta la più grande battaglia di mezzi corazzati della storia, durante la Seconda guerra mondiale (da cui il nome al tristemente famoso sottomarino affondato nel 2000). Stepanova iniziò a fare atletica molto giovane e proprio a Kursk usò per la prima volta sostanze dopanti: «Quando ero 15 secondi più lenta della vincitrice del campionato juniores, mi fu detto che i corridori prendevano sostanze vietate», ha raccontato lo scorso anno al giornale tedesco Frankfurter Allgemeine: «Il mio allenatore era Vladimir Mokhnev. In epoca sovietica era stato un saltatore di ostacoli e lui stesso prendeva steroidi. “Guardami”, mi disse, “sono in forma e sano”».

Nonostante Mokhnev non avesse alcuna competenza medica, cominciò a prescrivere a Stepanova steroidi anabolizzanti e l’eritropoietina (più conosciuta come EPO) in quantità tali che a volte la lasciavano con i muscoli talmente duri da non poter correre per giorni, ha raccontato lei. Con il doping, le prestazioni di Stepanova cominciarono però a migliorare. Nell’intervista ha sostenuto che allora lei sapeva che quello che stava facendo era sbagliato, ma che le sembrava l’unica via possibile: «Mi avevano insegnato che non si può fare senza doping».

Nel 2013 Stepanova fu sospesa per doping, dopo che furono trovate anomalie nel suo passaporto biologico, dove sono registrati i dati ematici degli atleti. Contattò allora Hajo Seppelt, un giornalista tedesco che aveva già lavorato su casi di doping in Germania e in altri paesi, e gli raccontò tutto. I primi contatti furono circoscritti e prudenti: Seppelt incontrò a Mosca il marito di Stepanova, Vitaly Stepanov, e i tre cominciarono a collaborare per mettere in piedi l’inchiesta, che si dimostrò essere molto più complicata e grande di quanto si aspettasse inizialmente Seppelt. Il documentario finale – “Il doping segreto: come la Russia crea campioni” – fu trasmesso nel dicembre del 2014 sulla rete tedesca MDR e provocò reazioni molto estese. Le conclusioni dell’inchiesta di Seppelt erano incredibili: non solo si sosteneva che il 99 per cento della squadra olimpica russa facesse uso di sostanze dopanti, ma si diceva che esistesse una rete di corruzione finalizzata a coprire i test positivi e che coinvolgesse diversi funzionari di Rusada, del laboratorio antidoping a Mosca, e anche della IAAF.

Stepanova raccontava di essere stata incoraggiata dai suoi allenatori a doparsi e conservare alcuni barattoli di urina “pulita” nel congelatore per i test compiuti durante la preparazione fisica. In un video mostrato nell’inchiesta di Seppelt, si vedeva Stepanova ricevere da un suo allenatore delle pillole di Oxandrolone, uno steroide di sintesi derivato dal testosterone, vietato dal Comitato Olimpico Internazionale. «Devi doparti, così è come funzionano le cose in Russia. I funzionari e gli allenatori ti dicono chiaramente che non puoi andare avanti con le tue capacità naturali. Per vincere delle medaglie devi avere dell’aiuto. E quell’aiuto è il doping», disse Stepanova.

Tra gli altri, nell’inchiesta di Seppelt finì coinvolta anche Mariya Savinova, la vincitrice della medaglia d’oro negli 800 metri alle Olimpiadi di Londra del 2012. Altri atleti decisero di dire a Seppelt il loro pezzo della storia sulla diffusione del doping nello sport russo. Vitaly Stepanov, il marito di Yuliya, raccontò che il fenomeno del doping “di stato” non riguardava solo l’atletica ma anche il nuoto, il ciclismo, il biathlon, il sollevamento pesi e lo sci nordico. Molte delle conclusioni di Seppelt furono poi confermate da un’indagine indipendente commissionata dall’Agenzia mondiale anti doping (WADA) riguardo all’uso sistematico di sostanze dopanti fra gli atleti russi.

SavinovaMariya Savinova festeggia la medaglia d’oro appena vinta negli 800 metri alle Olimpiadi di Londra del 2012. A fianco a lei c’è il suo allenatore, Vladimir Kazarin, che fu anche allenatore di Stepanova (Streeter Lecka/Getty Images)

La vita di Stepanova dopo l’inchiesta di Hajo Seppelt
«Dopo che questa inchiesta sarà trasmessa, quando il governo lo scoprirà, sarà molto difficile per me continuare a vivere in Russia. La Russia non perdona questo genere di cose», spiegò Stepanova: aveva passato quasi due anni a filmare di nascosto colleghi e allenatori e raccogliere le prove per dimostrare la diffusione del doping in Russia – «Ho imparato ad agire come James Bond», disse – e le reazioni all’inchiesta furono feroci.

Il presidente Vladimir Putin la definì “Giuda”, il suo ex allenatore Vladimir Mazarin la chiamò “traditrice”, così come molti degli atleti russi esclusi dalle Olimpiadi di Rio de Janeiro. In generale ci furono intimidazioni molto gravi: l’Agenzia mondiale antidoping disse che i servizi di sicurezza russi avevano minacciato le autorità antidoping impedendo loro di effettuare controlli sugli atleti. Prima della trasmissione dell’inchiesta, Stepanova e la sua famiglia si trasferirono per un periodo in Germania, per evitare ritorsioni. Anche lì continuarono a mantenere un basso profilo: si fecero scrivere sul campanello di casa il cognome “Müller”, uno dei più diffusi in Germania. Nel settembre 2015 se ne andarono in Nordamerica, grazie all’aiuto della WADA, in un luogo che non è stato reso pubblico.

TIME ha chiesto ad alcuni importanti atleti russi cosa ne pensassero della scelta di Stepanova. Alla menzione del nome Stepanova, la grande saltatrice con l’asta e due volte campionessa olimpica Yelena Isinbayeva ha risposto: «Non voglio parlare di questa storia». Le critiche sono diventate ancora più forti quando si è saputo che Stepanova non gareggerà a Rio per la nazionale russa, ma per la bandiera “neutrale” del Comitato Olimpico Internazionale, l’organo che organizza le Olimpiadi. Commentando questa scelta, Isinbayeva – che a Rio avrebbe partecipato per l’ultima volta alle Olimpiadi – ha detto: «Io non rappresento solo me stessa. Rappresento il mio paese. Non ci sono motivi validi per togliermi questo diritto. La Russia non è in guerra».
Ma per Stepanova la IAAF ha intanto deciso: per il suo «eccezionale contributo alla protezione e alla promozione degli atleti non dopati, del fair play e dell’integrità e l’autenticità dello sport».