• Italia
  • Mercoledì 8 giugno 2016

L’assassinio di Francesco Coco

La storia del magistrato che venne ucciso a Genova dalle Brigate Rosse durante il processo al “nucleo storico” del gruppo terrorista

L’8 giugno 1976 il magistrato Francesco Coco fu assassinato dalle Brigate Rosse a Genova insieme ai due agenti della sua scorta, il poliziotto Giovanni Saponara e il carabiniere Antioco Deiana. L’omicidio, il primo di un magistrato condotto dalle BR, ebbe un grande impatto sull’opinione pubblica e fu considerato la dimostrazione delle capacità dei brigatisti nell’organizzare attentati contro chi era ritenuto un ostacolo alla loro lotta armata rivoluzionaria per il comunismo. Negli anni seguenti, gruppi armati delle Brigate Rosse avrebbero commesso diversi altri omicidi, compreso quello del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro.

Perché Francesco Coco
Francesco Coco era nato a Terralba, un comune in provincia di Oristano, in Sardegna, il 12 dicembre del 1908. Aveva studiato legge ed era diventato giudice istruttore a Nuoro negli anni Trenta. Era poi diventato sostituto procuratore generale della Corte d’Appello di Cagliari, dove si era occupato in più occasioni di sequestri di persona e del fenomeno del banditismo. Dopo un trasferimento in Liguria, negli anni Sessanta e Settanta Coco fu procuratore a Genova.

Coco divenne molto noto a livello nazionale nella primavera del 1974, durante il sequestro di Mario Sossi, organizzato dalle Brigate Rosse. Sossi era stato rapito da una ventina di terroristi la sera del 18 aprile a Genova, mentre stava ritornando a casa ed era da poco sceso da un autobus di linea. L’anno precedente Sossi era stato pubblico ministero nel processo che aveva portato alla condanna dei membri del cosiddetto “Gruppo XII Ottobre”, un’organizzazione di sinistra che a partire dalla fine degli anni Sessanta aveva compiuto vari attentati esplosivi in Liguria e che oggi è considerato un precursore delle BR. Sossi stava inoltre seguendo diversi processi contro altri gruppi terroristici, rappresentando l’accusa.

sequestro-sossi

Qualche giorno dopo il sequestro, le Brigate Rosse proposero la liberazione di Sossi a patto che fossero scarcerati e condotti all’estero, in un “paese amico”, otto terroristi del Gruppo XII Ottobre. Il 20 maggio la Corte d’assise d’appello di Genova diede il suo parere positivo alla libertà provvisoria degli otto detenuti, ma Francesco Coco si rifiutò di controfirmare l’ordinanza per la scarcerazione, presentando un ricorso presso la Corte di Cassazione. Nonostante la fallita trattativa, il 22 maggio le BR liberarono Sossi – tenuto prigioniero in un luogo nascosto a Milano – che attese di tornare a Genova prima di presentarsi alle autorità per confermare la sua liberazione.

Alcuni mesi dopo, il brigatista Alberto Franceschini, che aveva gestito il sequestro con Margherita Cagol e Piero Bertolazzi, fu arrestato dai carabinieri insieme a Renato Curcio, mentre Cagol rimase uccisa in un’operazione di polizia nel 1975. Curcio e Franceschini facevano parte del primo Comitato esecutivo delle BR, il cosiddetto “nucleo storico”, formato nel 1972 con Mario Moretti e Piero Morlacchi. Cagol era inoltre moglie di Curcio.

Il clima di quegli anni
Gli anni dopo il rapimento di Sossi furono molto violenti e fanno parte di quello che viene di solito definito con la locuzione “anni di piombo”. In una situazione politica molto incerta e con una incipiente crisi economica, il terrorismo divenne un tema centrale e quotidiano: tra dicembre 1975 e gennaio 1976 furono attaccate con bombe e scariche di mitra quattro caserme dei carabinieri, due a Milano e due a Genova. Ci furono poi molti sequestri e ferimenti, che apparivano settimanalmente sulle cronache dei giornali. Oltre agli atti terroristici – verso dirigenti industriali, poliziotti, magistrati e giornalisti – c’erano frequenti scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, e tra estremisti di destra e di sinistra.

In un clima di grande tensione e con nuove elezioni politiche previste per fine giugno, il 27 maggio 1976 era iniziato a Torino il processo al “nucleo storico” delle Brigate Rosse, che aveva tra gli imputati Curcio, Franceschini e Prospero Gallinari, brigatista che dopo la condanna sarebbe evaso nel 1977 e che tra le altre cose partecipò al sequestro di Aldo Moro nel 1978.

L’uccisione di Francesco Coco e della sua scorta
L’8 giugno 1976, a dodici giorni dalle elezioni politiche, un gruppo armato uccise a colpi di pistola e di mitra Francesco Coco e i due agenti che erano con lui, in pieno giorno intorno alle 13:30 in una via centrale di Genova, a poca distanza dalla sua abitazione e dalla stazione ferroviaria di Genova Piazza Principe. Il giorno dopo, a Torino, Gallinari provò a leggere una dichiarazione nell’aula in cui si stava celebrando il processo contro il “nucleo storico”, rivendicando l’assassinio di Coco da parte delle Brigate Rosse. Fu fermato immediatamente dalle forze dell’ordine e ci furono alcuni scontri in aula. Coco era stato ucciso in segno di rappresaglia per essersi opposto alla scarcerazione degli otto membri del “Gruppo XII Ottobre” due anni prima.

Chi uccise materialmente Coco
Dopo quarant’anni, ancora oggi non è chiaro chi abbia ucciso Francesco Coco e la sua scorta. Secondo la versione di un collaboratore di giustizia, l’attentato fu organizzato da tutti i principali membri delle BR all’epoca in libertà o clandestini: Mario Moretti, Lauro Azzolini, Franco Bonisoli e Rocco Micaletto. La testimonianza non ha però mai ricevuto riscontri solidi e affidabili. Negli anni si è parlato anche del coinvolgimento di Riccardo Dura, uno dei dirigenti della colonna brigatista di Genova, che sarebbe stato il capo del gruppo armato che materialmente uccise Coco e i suoi due agenti. Dura morì nel 1980 durante la cosiddetta “irruzione di via Fracchia”, un’operazione di polizia condotta a Genova in cui rimasero uccisi quattro brigatisti.