Dal 2017 c’è un commissario straordinario per la “depurazione”, ma non sta funzionando

Molti impianti per ripulire le acque delle fogne non sono a norma, soprattutto al Sud, e l'Unione Europea continua a multarci

Il depuratore di Nosedo, a Milano, 21 marzo 2023 (Rossella Papetti/LaPresse)
Il depuratore di Nosedo, a Milano, 21 marzo 2023 (Rossella Papetti/LaPresse)
Caricamento player

In Italia, stando agli ultimi dati dell’Istat, ci sono più di 18mila depuratori delle acque reflue, cioè quelle che scorrono nella rete fognaria. Servono essenzialmente a ripulire le acque di scarico, sia domestiche che industriali, da sostanze organiche, materiali inquinanti, batteri e altri contaminanti, prima che vengano rimesse in fiumi, laghi e mari. Negli ultimi vent’anni la Commissione Europea ha aperto quattro procedure d’infrazione contro l’Italia accusandola di violare, in vari modi, la direttiva europea che nel 1991 stabilì degli standard obbligatori che tutti i paesi europei devono rispettare nelle procedure di trattamento delle acque reflue per ridurre l’inquinamento e così tutelare l’ambiente.

Per risolvere nel 2017 il governo ha istituito un commissario straordinario, uno dei molti in Italia, che ha il compito di realizzare gli interventi urgenti richiesti dall’Unione Europea. Tuttavia secondo l’ANAC, l’autorità che si occupa di anticorruzione in Italia, questi interventi sono parecchio in ritardo: alla fine del 2024, sostiene l’ANAC, la struttura commissariale aveva speso soltanto il 30 per cento dei fondi che aveva a disposizione, pari a 2,17 miliardi di euro (cifra che però si riferisce a ottobre del 2023). Le cause comunque non sono solo legate al commissario in sé: vanno da progetti fatti male a lungaggini burocratiche, che hanno generato uno stallo specialmente in Sicilia e Calabria.

Il 23 giugno l’ANAC ha inviato una lettera al governo, al ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin e al commissario straordinario per la depurazione, Fabio Fatuzzo. La lettera parla di un’indagine sugli appalti per i lavori dei depuratori gestiti dalla struttura commissariale, svolta dall’ANAC tra il gennaio del 2024 e il 23 giugno di quest’anno. L’ANAC scrive che dal 2017, cioè da quando è stato istituito il commissario, fino al dicembre del 2023 nella banca dati dell’ANAC risultavano affidate 596 gare, per un importo complessivo di 326 milioni di euro (il 16 per cento del totale dei fondi a disposizione del commissario a ottobre del 2023, oltre due miliardi di euro). Le procedure che risultavano avviate dopo un anno, cioè lo scorso dicembre, erano 661, per 652,3 milioni di euro: comunque solo il 30 per cento dei fondi a disposizione.

«Le criticità accumulate nel tempo sono tali che oggi non è possibile effettuare previsioni attendibili sui tempi per la messa in sicurezza», ha detto il presidente dell’ANAC, Giuseppe Busia. «E ciò appare paradossale perché, sebbene siano disponibili le risorse e nonostante siano stati a più riprese concessi poteri speciali di intervento ai commissari, non si riesce a superare le procedure di infrazione, esponendoci ai relativi costi». Il rischio è che l’Italia risulti ancora una volta inadempiente rispetto alle normative comunitarie e quindi venga di nuovo condannata e debba pagare sanzioni da milioni di euro, come accaduto già in passato.

A marzo la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha di nuovo condannato l’Italia a pagare 10 milioni di euro per il mancato adeguamento agli obblighi europei dei sistemi di depurazione di Courmayeur (Valle d’Aosta), Castellammare del Golfo, Cinisi e Terrasini (tutti e tre in Sicilia). A questa multa la sentenza aggiunge un pagamento di oltre 13 milioni di euro per ogni semestre di ritardo. Questi impianti, secondo la Corte, non si sono conformati agli standard europei e continuano a provocare un danno ambientale nonostante una precedente condanna del 2014.

Non bisogna però pensare che in Italia il sistema di collettamento, cioè di raccolta, e trattamento delle acque reflue non funzioni del tutto. Secondo una rilevazione del 31 dicembre del 2024 dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), la percentuale di acque reflue depurate nel 2022-2023 è stata del 93,51 per cento, in lieve aumento rispetto al 2020 (93,3 per cento). Tra i problemi però ci sono il fatto che oltre un terzo dei depuratori si trova nelle regioni del nordovest, in alcune zone sono pochi o sottodimensionati, e molti impianti sono obsoleti, e quindi andrebbero sostituiti.

Al momento, secondo numeri del ministero dell’Ambiente aggiornati a marzo, in Italia ci sono ancora 560 “agglomerati” non conformi alle normative europee. Con agglomerato si intende un’area omogenea per cui le acque reflue devono essere convogliate verso un sistema di depurazione: è usato come unità di misura per capire quanto impatto producono i reflui urbani e industriali in un certo territorio. Non coincide necessariamente con un comune: può comprendere più comuni o riguardare solo una porzione di un certo comune.

Secondo l’ANAC i progetti che procedono a rilento sono soprattutto in Sicilia e in Calabria. In provincia di Catania, per esempio, i lavori da quasi 44 milioni di euro per estendere la rete fognaria dei comuni di Belpasso, Camporotondo Etneo, Catania (San Giovanni Galermo), Gravina di Catania sono fermi, così come il bando del 2023 per l’impianto di depurazione di Fontana del Conte nel comune di Niscemi.

Nella lettera al governo e al commissario, che alla fine fornisce tutta una serie di raccomandazioni, l’ANAC segnala numerosi ritardi nei percorsi di approvazione dei progetti: sono dovuti perlopiù a errori di progettazione (è il caso del comune di Crucoli in provincia di Crotone), lunghe attese per il rilascio delle autorizzazioni, esigenze di rivedere progetti approvati tempo prima e quindi ora non più fattibili (anche per via dell’aumento dei costi dei materiali degli ultimi anni).

Il presidente dell’ANAC osserva però che non è solo un problema del commissario, che comunque negli anni alcuni interventi in diverse regioni li ha conclusi. Ma ci sono «carenze strutturali» di alcune amministrazioni locali che vanno oltre i poteri in deroga del commissario, e che quindi non si può pensare di risolverli ampliandoli, com’è stato fatto negli ultimi anni. Busia fa riferimento a «progettazioni fin dall’origine carenti, mancata collaborazione dei diversi enti (…), presenza di numerosi contenziosi», che insieme pesano sugli interventi, «specie in Calabria ed in Sicilia dove è presente il maggior numero di agglomerati ancora in infrazione».

L’autorità raccomanda una serie di soluzioni: per esempio l’adozione di protocolli di collaborazione tra gli enti in modo da ottenere pareri e autorizzazioni in tempi più brevi, la verifica più puntuale dei progetti prima di bandire le gare d’appalto, la scrittura di un cronoprogramma e l’aggiornamento più puntuale della banca dati nazionale degli appalti pubblici. Infine andrebbe assicurata la continuità dei lavori anche nel passaggio tra un commissario e il suo successore, per evitare che le attività si interrompano.

– Leggi anche: La regione in cui quasi tutto è commissariato