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  • lunedì 24 Marzo 2014

Perché si riparla del caso Moro

Un ispettore della polizia in pensione ha raccontato una strana storia riguardo il sequestro – c'entrano due persone in motocicletta – ma secondo alcuni esperti è una bufala

Negli ultimi giorni si è nuovamente tornati a discutere del rapimento di Aldo Moro, all’epoca presidente della Democrazia Cristiana, compiuto dalle Brigate Rosse il 16 marzo 1978 (nel giorno del giuramento del quarto governo di Giulio Andreotti). L’agenzia ANSA, infatti, ha pubblicato ieri un’intervista a Enrico Rossi – un ispettore di polizia ora in pensione – che ha raccontato che durante il rapimento erano presenti a bordo di una moto Honda due agenti dei servizi segreti incaricati di «proteggere le Br da disturbi di qualsiasi genere». È un’ipotesi che circola da anni e che oggi è stata definita «una gran bufala» dall’ex presidente della commissione parlamentare d’inchiesta, Giovanni Pellegrino: ma la storia è più complicata di così e riguarda uno dei casi notoriamente più intricati e oscuri della storia repubblicana italiana.

Come, dove, quando
La mattina del 16 marzo del 1978 il presidente della DC Aldo Moro era atteso in Parlamento per votare la fiducia al nuovo governo presieduto da Giulio Andreotti, che per la prima volta avrebbe avuto il sostegno del Partito Comunista Italiano: cioè il più grande partito comunista d’Europa, alleato del partito comunista sovietico. Il merito del faticoso avvicinamento fra i due partiti viene comunemente accreditato allo stesso Moro e all’allora segretario del PCI, Enrico Berlinguer: l’accordo raggiunto da Moro e Berlinguer fu definito dallo stesso Berlinguer un “compromesso storico”.

Poco prima delle 9 Moro uscì di casa e salì a bordo di un’auto di rappresentanza che si diresse verso il centro della città, seguita da una macchina con la sua scorta. Pochi minuti dopo, all’incrocio fra via Fani e via Stresa, le due auto furono fermate da un gruppo di brigatisti, che spararono e uccisero le cinque persone che accompagnavano Moro, il quale venne rapito. Dopo una lunga prigionia e un’altrettanto complessa trattativa per la sua liberazione, Moro fu ucciso dalle Brigate Rosse quasi due mesi dopo, il 9 maggio 1978. Il quarto governo Andreotti ricevette la fiducia e rimase in carica fino al 31 gennaio 1979; il Partito Comunista non entrò nella maggioranza – né mai più ci andò vicino, finché esistette – limitandosi a sostenere il governo con un “appoggio esterno”.

Cosa sposta il racconto di Rossi
Dopo la morte di Moro fu istituita un’apposita commissione parlamentare d’inchiesta, che rimase operativa dal 1979 al 1983, ma la formazione di una nuova commissione è stata approvata dalla Camera nell’ottobre del 2013 perché il sequestro e l’uccisione di Moro presentano ancora oggi dei punti poco chiari. Fra questi, la presenza al momento del rapimento di una moto blu di marca Honda, che i membri delle Brigate Rosse hanno sempre smentito fosse guidata dai loro membri. Miguel Gotor, storico e senatore del PD che a lungo si è occupato dell’intera vicenda, spiega oggi su Repubblica che almeno due importanti testimoni videro la moto e che uno di essi, Alessandro Marini, schivò alcuni proiettili provenienti proprio dalla moto. Gotor aggiunge che secondo un testimone il passeggero della moto «assomigliava in modo impressionante a Eduardo De Filippo».

Enrico Rossi racconta all’ANSA che nel 2011 finì sulla sua scrivania una lettera di due anni prima indirizzata alla redazione della Stampa, firmata da una persona che si identificava come uno dei due occupanti della moto. Nella lettera, pubblicata dall’ANSA, c’era scritto:

«Quando riceverete questa lettera, saranno trascorsi almeno sei mesi dalla mia morte come da mie disposizioni. Ho passato la vita nel rimorso di quanto ho fatto e di quanto non ho fatto e cioè raccontare la verità su certi fatti. Ora è tardi, il cancro mi sta divorando e non voglio che mio figlio sappia. La mattina del 16 marzo ero su di una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Guglielmi, con me alla guida della moto un altro uomo proveniente come me da Torino; il nostro compito era quello di proteggere le BR nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere. Io non credo che voi giornalisti non sappiate come veramente andarono le cose ma nel caso fosse così, provate a parlare con chi guidava la moto, è possibile che voglia farlo, da allora non ci siamo più parlati, anche se ho avuto modo di incontralo ultimamente…»

Rossi racconta che la lettera non era stata protocollata, non era cioè agli atti, e che a partire da essa – che conteneva anche delle indicazioni per identificare il secondo uomo – cominciò a indagare. Rossi dice di aver trovato l’uomo (che avrebbe avuto registrate a suo nome due pistole, tra cui una specie di mitraglietta) e di avere ordinato un “controllo amministrativo” nella sua casa. Spiega Rossi: «Parlo con lui al telefono e mi indica dove è la prima pistola, una Beretta, ma nulla mi dice della seconda. Allora l’accertamento amministrativo diventa perquisizione e in cantina, in un armadio, ricordo, trovammo la pistola Drulov poggiata accanto o sopra una copia dell’edizione straordinaria cellofanata de La Repubblica del 16 marzo [il giorno del rapimento di Moro]».

Rossi ricorda che «l’inchiesta trova subito ostacoli: […] nel frattempo erano arrivati i carabinieri non si sa bene chiamati da chi. Consegno le due pistole e gli oggetti sequestrati alla Digos di Cuneo. Chiedo subito di interrogare l’uomo che all’epoca vive in Toscana. Autorizzazione negata. Chiedo di periziare le due pistole. Negato. Ho qualche “incomprensione” nel mio ufficio. La situazione si “congela” e non si fa nessun altro passo, che io sappia».

Rossi ha poi detto di essere andato in pensione, nel 2012, e di avere in seguito saputo da «una voce “amica”, di cui mi fido» che l’uomo di cui perquisì la casa è morto e che le due pistole sono state distrutte.

Il “debunk” di Gotor e Pellegrini
Ancora nell’editoriale pubblicato oggi da Repubblica, Gotor dice che quello di Rossi è «un classico tentativo di disinformazione che mescola il vero e il falso»: Gotor ricorda, in un’intervista all’Unità, che il generale Guglielmi di cui parla l’uomo che scrisse la lettera alla Stampa arrivò effettivamente in via Fani molto presto – circa venti minuti dopo il sequestro – e disse che era nei paraggi poiché doveva andare a pranzo nelle vicinanze (erano le 9 del mattino); ma secondo Gotor si inventò questa scusa – «così poco plausibile da apparire provocatoria» – poiché non poteva rivelare che era sul posto «in virtù delle sue responsabilità in seno al Sismi [i servizi segreti italiani], che però non era opportuno rivelare pubblicamente». Gotor aggiunge inoltre che l’intera storia di Rossi appare poco verificabile poiché le due persone in ballo sono morte e le armi utilizzate sono state distrutte. Per quanto riguarda la presunta somiglianza con De Filippo, Gotor ricorda che già nel dicembre del 1978 vennero trovate dalla polizia cinque persone negli ambienti delle BR che corrispondevano alla descrizione: ma che il fatto che molti membri delle BR contattati abbiano sempre negato di averci qualcosa a che fare ha ostacolato le indagini.

Giovanni Pellegrino, sempre su Repubblica, racconta di aver sempre ritenuto «credibile» quello che gli raccontò Raimondo Etro, un militante delle BR di Roma, il quale gli descrisse i motociclisti come “i due cretini dell’Honda”, che secondo lo stesso Pellegrino erano «due in cerca di gloria, che avevano saputo dell’attentato e si erano aggregati all’ultimo momento». Pellegrino aggiunge anche che i due non potevano essere agenti segreti perché «furono di gran lunga i più pasticcioni di tutti: sparacchiarono nel mucchio, e per poco non uccisero un cittadino che passava lì in motorino, l’ingegner [Alessandro] Marini. Invece i terroristi furono precisi come cowboy nel Far West, uccidendo la scorta e non Moro».

Anche Gotor, come Pellegrino, ritiene che nella vicenda c’entrassero delle «altre componenti» terroristiche, rispetto ai servizi segreti. Secondo Gotor, inoltre, la «seducente rivelazione» di Rossi mira a non approfondire il rapporto «cruciale» fra BR e altre componenti terroristiche ma invece a  «inseguire il fantasma di due agenti segreti defunti»: per lui, infatti, si tratta della continuazione di «un’annosa battaglia fra reduci e i rispettivi mondi di riferimento: ex agenti dei servizi civili e militari, ex membri dell’Ufficio affari riservati della polizia ed ex carabinieri».

nella foto, Aldo Moro nel 1970 (Archivio storico Lapresse)