(AP Photo/Mary Altaffer)

È giornata di primarie a New York

Tutte le cose da sapere su un voto considerato fondamentale, a questo punto, con tre dei quattro principali candidati – Clinton, Sanders, Trump – che giocano in casa

di Francesco Costa – @francescocosta
(AP Photo/Mary Altaffer)

Le primarie dei partiti statunitensi in vista delle elezioni presidenziali dell’8 novembre sono arrivate nello stato di New York, dove si vota oggi. I seggi chiuderanno alle 21 ora locale, quando in Italia saranno le 3 del mattino di mercoledì 20 aprile. Le primarie di New York si tengono tradizionalmente nella seconda parte del calendario delle primarie, quando di solito in entrambi i partiti c’è già un chiaro vincitore: quest’anno però sia i Democratici che i Repubblicani hanno un grande favorito che può ancora essere fermato, e quindi le primarie di New York hanno ottenuto grande rilevanza. La prima cosa da sapere sulle primarie di oggi, infatti, è che mettono in palio molti delegati: chi vincerà, quindi, potrà contare su più sostenitori alle convention che l’estate prossima decideranno ufficialmente il candidato del partito.

L’altro motivo che rende particolarmente interessanti queste primarie è che i principali candidati di entrambi i partiti sono di New York: Hillary Clinton è nata a Chicago ma ha vissuto a lungo a New York e proprio a New York è stata eletta senatrice per due volte; Bernie Sanders è nato a Brooklyn e ha vissuto a New York fino alle fine delle scuole superiori, prima di studiare al college e trasferirsi in Vermont; Donald Trump è nato nel Queens e ha sempre vissuto a New York.

Le foto della campagna elettorale a New York:

I Democratici mettono in palio 247 delegati assegnati con metodo proporzionale: è una primaria chiusa, quindi possono votare solo le persone che sono iscritte nelle liste elettorali come Democratiche (non i Repubblicani né gli indipendenti). I Repubblicani invece mettono in palio 95 delegati assegnati con metodo prevalentemente maggioritario, e anche la loro è una primaria chiusa. Fin qui le primarie sono andate così: tra i Democratici c’è in vantaggio Hillary Clinton con 1.307 delegati (1.776 contando i superdelegati, cioè quelli di diritto) e Bernie Sanders dietro con 1.087 delegati (1.118 contando i superdelegati). Tra i Repubblicani c’è in vantaggio Donald Trump con 742 delegati, seguito dal senatore Ted Cruz con 529 delegati e John Kasich, governatore dell’Ohio, con 143 delegati. Per ottenere la nomination serve avere il voto della metà più uno dei delegati: 2.383 tra i Democratici, 1.237 tra i Repubblicani.

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Come vanno le cose a New York
Innanzitutto: si vota nello stato di New York, che comprende la città di New York ma va anche parecchio oltre. È il quarto stato più popolato degli Stati Uniti con quasi 20 milioni di abitanti, di cui 8,5 vivono a New York City. Anche se comprende molte zone rurali, il 92 per cento della sua popolazione vive in città: la maggioranza ovviamente a New York, ma molti anche ad Albany (la capitale), Buffalo, Rochester, Yonkers, Syracuse. La città di New York è divisa a sua volta in cinque amministrazioni più piccole, i boroughs: Kings County (cioè Brooklyn), la più popolosa; Queens County (cioè il Queens); New York County (cioè Manhattan); Bronx County (cioè il Bronx) e Richmond County (cioè Staten Island, dove si arriva col leggendario traghetto arancione gratuito – oltre che con i ponti).

Lo stato di New York – e la città soprattutto – è uno dei più multietnici degli Stati Uniti: nel 1940 gli abitanti bianchi erano circa il 95 per cento, oggi sono più o meno il 50. Più di un bambino su due oggi appartiene a una minoranza etnica (probabilmente presto non sarà più il caso di chiamarle minoranze, almeno da quelle parti). Ci sono tantissimi latinoamericani, è lo stato con più neri dopo la Georgia e con più persone di origine asiatica dopo la California. Ha una grande industria dei media (giornali, tv, case editrici, cose di internet, showbusiness, etc), un altrettanto grande settore finanziario (la famosa “Wall Street”) e del turismo, ma anche industrie di notevole sviluppo nella tecnologia. Se fosse uno stato indipendente, lo stato di New York avrebbe la dodicesima o tredicesima economia più grande del mondo. Ha un tasso di disoccupazione leggermente più alto di quello degli Stati Uniti.

Dalla metà del Novecento alle presidenziali i candidati Democratici vincono nello stato di New York; nel 2012 Barack Obama diede più di 25 punti di distacco a Romney. Gli unici posti in cui i Repubblicani vanno benino sono le contee rurali del nord (la parte che viene chiamata “Upstate New York”) e Long Island. Nonostante i Democratici vincano sempre, lo stato ha un’importanza politica cruciale anche per i Repubblicani: la sola città di New York è la più importante fonte di donazioni e finanziamenti per la politica statunitense. Durante la campagna elettorale del 2012, quattro dei cinque ZIP codes (i codici di avviamento postale, in pratica) dal quale sono arrivate più donazioni ai candidati erano degli ZIP codes di Manhattan.

Che aria tira tra i Democratici
Hillary Clinton fin qui ha ottenuto più voti, più delegati, più superdelegati e più stati di Bernie Sanders, e le primarie sono arrivate nella loro fase finale: ma Sanders negli ultimi mesi ha iniziato una specie di rimonta, e quindi a New York si gioca moltissimo. Sanders ha vinto in otto degli ultimi nove stati in cui si è votato, ma a parte il Wisconsin e Washington erano tutti stati piuttosto piccoli e quindi non ha recuperato molti delegati: New York però è tutta un’altra storia, perché assegna molti delegati e una vittoria lì avrebbe una grande importanza politica e simbolica. Il valore della posta in palio ha acceso i toni della campagna elettorale dei Democratici come mai era successo fino a questo momento. La settimana scorsa Sanders ha detto di non considerare Clinton «qualificata» per fare la presidente: una dichiarazione che poi ha ritrattato, ma senza per questo rinunciare ad attacchi quotidiani sulla guerra in Iraq, sulla Libia, sui suoi rapporti con Wall Street, sulle controverse leggi anti-crimine di Bill Clinton negli anni Novanta.

La settimana scorsa c’è stato un dibattito televisivo organizzato da CNN e sia Clinton che Sanders hanno praticamente urlato tutta la sera. Non si sono detti niente che non si fossero già detti in questi mesi, ma lo hanno fatto entrambi con un’aggressività e anche un sarcasmo che testimoniano l’importanza di questo momento e potrebbero creare fratture nell’elettorato dei Democratici difficili da ricomporre quando la campagna elettorale sarà finita. Dopo il dibattito Sanders è andato a Roma per partecipare a una conferenza organizzata dal Vaticano sul clima, prima della quale ha avuto modo di salutare rapidamente il Papa. Approfittando del grande entusiasmo dei giovani per la sua candidatura, Sanders ha organizzato alcuni comizi di piazza che sono stati molto partecipati e affollati; Clinton invece ha preferito concentrarsi su iniziative più piccole e diffuse, cambiando temi e approcci secondo la zona: ha parlato di disoccupazione e lavoro in Queens, ha parlato di discriminazioni razziali nel Bronx, ha parlato di diritti civili a Manhattan.

I sondaggi dicono che Clinton a New York ha più di 10 punti percentuali di vantaggio. Sanders era oltre 20 punti indietro fino a qualche settimana fa, poi ha rimontato parecchio e poi negli ultimi giorni è sembrato allontanarsi di nuovo.

Che aria tira tra i Repubblicani
Donald Trump è in difficoltà da settimane: ha perso da Ted Cruz le primarie in quattro degli ultimi cinque stati in cui si è votato, sta perdendo delegati negli stati in cui vengono scelti dai congressi di partito locali e non dalle primarie (i sostenitori di Cruz conoscono molto meglio dei suoi i meccanismi del partito) ed è ormai evidente come il suo sostegno sia limitato a una porzione molto piccola, per quanto rumorosa e influente, dell’elettorato statunitense. Secondo un ennesimo sondaggio solo tre americani su dieci hanno un’opinione positiva di Trump; i dati dicono che pensano male di Trump la maggioranza delle donne Repubblicane, due terzi degli elettori indipendenti, tre quarti degli elettori con meno di 40 anni, l’80 per cento degli elettori di origini latinoamericane e soprattutto il 59 per cento dei bianchi e il 52 per cento tra i bianchi con un basso livello di istruzione, fin qui i segmenti demografici in cui Trump è andato più forte.

Nonostante tutto questo, però, a New York salvo cataclismi Donald Trump stravincerà. Un po’ perché è la sua città, e quindi uno dei posti negli Stati Uniti in cui il suo fascino sugli elettori Repubblicani può essere più forte (avete letto la storia dei sostenitori di Trump sul traghetto di Staten Island?) e un po’ – ancora – per l’inconsistenza dei suoi avversari. Ted Cruz è il prototipo del politico che i newyorkesi detestano, anche i Repubblicani: un religiosissimo texano che quando vuole parlare male di qualcuno o qualcosa dice proprio che «ha i valori di New York»; John Kasich fin qui non ha dimostrato di poter andar davvero bene in posti che non siano il suo stato, l’Ohio, e a New York si è fatto notare soprattutto per aver mangiato moltissimo. I sondaggi dicono che Trump ha oltre 31 punti di vantaggio su Kasich, mentre Cruz può al massimo tentare di non arrivare terzo.