Il presidente del Tagikistan, Emomali Rahmon (Iliya Pitalev/Host Photo Agency/Ria Novosti via Getty Images)
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  • venerdì 22 gennaio 2016

Il governo del Tagikistan contro la barba

E contro lo hijab e i nomi considerati "troppo arabi": sono le iniziative del presidente per limitare la diffusione dell'Islam nel paese più piccolo dell'Asia Centrale

Il presidente del Tagikistan, Emomali Rahmon (Iliya Pitalev/Host Photo Agency/Ria Novosti via Getty Images)

Da parecchi mesi diversi siti di news internazionali si sono occupati del Tagikistan, il più piccolo stato dell’Asia centrale, per alcune particolari politiche adottate dal governo con l’obiettivo di limitare l’influenza dell’Islam. Nel corso dell’ultimo anno, tra le altre cose, è stato imposto il divieto di portare la barba, sono state introdotte delle restrizioni alle importazioni dei hijab (il velo usato dalle donne che copre solo la testa) e si è cercato di eliminare i nomi considerati “troppo arabi”. Secondo EurasiaNet, gli imam sono stati incoraggiati a sostenere il presidente tagiko – Emomali Rahmon, al potere dal 1992 – e i musulmani sono stati oggetto di arresti non sempre giustificati da parte delle autorità. La questione è rilevante soprattutto se si considera che in Tagikistan la maggioranza della popolazione è musulmana.

Dal 1992 al 1997 in Tagikistan ci fu una guerra civile tra le forze leali al presidente Rahmon e l’opposizione islamista: secondo alcune stime, furono uccise dalle 50mila alle 100mila persone. Nel 1997 il presidente Rahmon, che governa in modo laico anche se è lui stesso un sunnita (uno dei due principali orientamenti dell’Islam), accettò di garantire ai partiti islamisti il 30 per cento del controllo del governo, ma nel giro di poco tempo cambiò idea: gli islamisti furono esclusi dal potere e Rahmon rafforzò il suo controllo sul paese e cercò di limitare ulteriormente la diffusione dell’Islam. Per esempio tentò di vietare l’entrata nelle moschee ai minori di 18 anni e stabilì nuove regole per l’uso dello hijab nelle istituzioni scolastiche pubbliche.

Il governo ha continuato anche di recente ad adottare misure finalizzate a limitare la diffusione dell’Islam. Lo scorso aprile, durante un discorso televisivo, Rahmon ha collegato l’uso dello hijab alla prostituzione e a settembre la Corte suprema del Tagikistan ha messo al bando l’unico partito politico islamista che era ancora ufficialmente riconosciuto. Il governo dice di temere soprattutto eventuali attentati terroristici, come succede nel vicino Xinjiang, la provincia occidentale della Cina a maggioranza musulmana da cui provengono alcuni dei responsabili di attentati compiuti in Cina negli ultimi anni. Si pensa che centinaia di tagiki si siano uniti allo Stato Islamico in Siria e in Iraq: lo scorso anno il capo dell’unità d’élite di polizia assegnata a combattere gli estremisti islamisti è scomparso: oggi si pensa che si sia unito anch’egli allo Stato Islamico.

Una delle misure prese dal governo tagiko più discusse e contestate è stata quella che stabilisce il divieto di portare la barba. La polizia di Khatlon, una regione nel sud-ovest del Tagikistan, ha fatto sapere che nel corso di tutto il 2015 ha “riportato all’ordine” 12.818 uomini con “barbe eccessivamente lunghe e incolte”. In realtà il divieto non è così tassativo in tutto il paese: a settembre il Guardian aveva intervistato alcuni uomini tagiki che si erano rifiutati di tagliare la barba, nonostante venissero fermati periodicamente dalla polizia per strada. Uno di loro, un designer e fotografo con una barba hipster, aveva detto che «non si era fatto crescere la barba per ragioni religiose o perché voleva essere volgare, ma perché è bellissima».

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