• Mondo
  • venerdì 4 dicembre 2015

Perché è importante la battaglia di Aleppo

Nella città siriana del nord stanno combattendo tutti – regime, ribelli, ISIS, curdi – e nelle ultime settimane qualcosa sta cambiando

Soldati siriani vicino ad Aleppo, il 2 dicembre 2015. (GEORGE OURFALIAN/AFP/Getty Images)

Nelle ultime settimane la battaglia per il controllo di Aleppo, una grande città nel nord della Siria, si è intensificata molto. L’esercito del regime siriano di Bashar al Assad, con il sostegno di migliaia di combattenti sciiti locali e stranieri e con l’aiuto dei bombardamenti russi, ha ottenuto vittorie significative sia contro l’ampio fronte dei ribelli sia contro i miliziani dello Stato Islamico (o ISIS). La battaglia per il controllo della città di Aleppo, e più in generale per il controllo della provincia in cui si trova Aleppo, è una delle più importanti della guerra in Siria: coinvolge molte fazioni di ribelli che combattono il regime di Assad, oltre che gli stati che appoggiano l’una o l’altra parte.

La battaglia di Aleppo permette di capire alcune cose importanti della guerra in Siria. Per esempio mostra che l’esercito di Assad combatte “di più” i ribelli di quanto non combatta l’ISIS, ma che da diverso tempo ha cominciato anche a ottenere vittorie militari contro lo Stato Islamico; che molte fazioni di ribelli – quando serve – fanno alleanze con il Fronte al Nusra, il gruppo che rappresenta al Qaida in Siria; che per Assad si sta rivelando fondamentale l’aiuto sia degli iraniani che dei russi; e che il coinvolgimento di stati stranieri è diventato sempre più rilevante per decidere le sorti della guerra in Siria.

A metà novembre l’analista Pieter Van Ostaeyen ha pubblicato sul suo blog una mappa aggiornata che mostra la situazione della guerra in Siria (la mappa si può ingrandire qui: sul blog di Van Ostaeyen vengono pubblicate mappe aggiornate di Siria e Iraq ogni 15 giorni circa). Ciascun colore è associato a uno specifico gruppo o fazione: il rosso indica i soldati di Assad; il giallo Hezbollah, il gruppo sciita libanese che combatte a fianco di Assad; il nero l’ISIS; il grigio scuro – da non confondere con il grigio chiaro, che simboleggia i territori fuori dalle città controllati sempre dall’ISIS – il Fronte al Nusra; e poi gli altri colori indicano i gruppi di ribelli anti-Assad, tra cui quelli “moderati”, concentrati soprattutto nel nord-ovest e nel sud-ovest della Siria.

Come si vede dalla mappa, Aleppo è la città siriana con più colori, dove cioè ci sono più gruppi e fazioni che combattono tra loro. Poco più a nord di Aleppo, nella punta nord-ovest della Siria, ci sono anche i curdi, rappresentati con il giallo. Ciascun gruppo ha i propri obiettivi, anche se alcuni di loro hanno formato alleanze temporanee per riuscire a conquistare nuovi territori o almeno a non perdere quelli che già controllano.

Alla mappa di Van Ostaeyen va aggiunta anche la partecipazione di alcuni stati stranieri: per esempio l’Iran, che sta aiutando con alcuni uomini il regime di Assad. Sam Dagher, giornalista del Wall Street Journal che in passato si è occupato spesso della battaglia di Aleppo, ha scritto che da più di un mese l’Iran sta guidando le operazioni militari nel sud della provincia di Aleppo, allo scopo di interrompere le linee di rifornimento usate dai ribelli e di circondare allo stesso tempo i quartieri della città controllati dalle forze che si oppongono ad Assad. Per contrastare l’offensiva dei soldati di Assad e delle milizie sciite, nel sud di Aleppo alcune fazioni moderate legate al Free Syrian Army (FSA) – il gruppo che per molto tempo è stato considerato l’interlocutore privilegiato degli Stati Uniti – si sono alleate con i jihadisti del Fronte al Nusra, considerato invece dall’Occidente un gruppo terroristico. Molti di questi gruppi ribelli sono sostenuti a loro volta dalla Turchia – il cui obiettivo principale, oltre a indebolire i curdi, è l’abbattimento del regime di Assad – e dal Qatar e dall’Arabia Saudita, anche loro contro Assad (qui c’è una tabella che mostra quanti sono e a che fazione appartengono i ribelli che combattono ad Aleppo).

Ricapitolando e semplificando: da una parte ci sono Assad/Iran/milizie sciite/Russia, dall’altra parte ci sono ribelli/Fronte al Nusra/Turchia/Qatar/Arabia Saudita.

L’ISIS sta combattendo su diversi fronti: combatte soprattutto contro i ribelli nel nord della provincia di Aleppo e un po’ meno contro i soldati di Assad a est. Per l’ISIS questa zona è molto importante, perché qui si trova l’unico tratto di confine con la Turchia che ancora i suoi miliziani controllano (diversi altri territori di confine sono stati riconquistati dai curdi negli ultimi mesi). Questi 100 chilometri di confine sono usati dall’ISIS per far entrare in Siria i cosiddetti “foreign fighters” – i combattenti stranieri – oltre che per traffici di altro tipo. Gli Stati Uniti hanno chiesto ripetutamente alla Turchia di rafforzare la sorveglianza sul confine con lo Stato Islamico: hanno detto che per controllarlo tutto ci vogliono circa 30mila uomini, una stima che il governo turco sembra considerare eccessiva. Non è chiaro quanto il governo turco stia agendo in questo senso, ma già in passato era stato criticato per “non fare abbastanza”.

La situazione al confine è complicata ulteriormente dal fatto che il nord della provincia di Aleppo è quello che Dagher chiama il “collegamento mancante” per i curdi siriani. I curdi siriani, insieme ad altri gruppi più piccoli, hanno riconquistato nell’ultimo anno diversi territori nel nord-est della Siria (quelli che nella mappa di Van Ostaeyen sono colorati in giallo), che erano per lo più controllati dall’ISIS. Parte del territorio curdo si trova però nel nord-ovest, staccato dal resto: e appunto di mezzo c’è lo Stato Islamico. I curdi siriani hanno ottenuto importanti vittorie militari anche grazie ai bombardamenti della coalizione internazionale che combatte l’ISIS; ma allo stesso tempo la creazione di uno stato curdo è malvista dalla Turchia, con cui i curdi condividono centinaia di chilometri di confine. E poi nelle ultime due settimane i ribelli e i curdi si sono scontrati nel nord-est attorno alla città di Afreen, accusandosi l’un l’altro di avere cominciato la battaglia e di avere commesso atrocità contro i civili. Giovedì hanno concluso una tregua, ma non è ancora chiaro quanto durerà.

Ricapitolando e semplificando: l’ISIS combatte contro i ribelli e contro i curdi appoggiati dalla coalizione internazionale: ma i ribelli e i curdi potrebbero ricominciare a combattersi tra loro. Le divisioni sono molte e sono sfruttate dall’ISIS per conquistare nuovi territori.

La battaglia di Aleppo viene considerata tra le più importanti di tutta la guerra e ciascuna delle parti in causa ha forti motivazioni per non uscirne sconfitta. Diversi analisti, scrive Dagher, dicono che qui si è creato il “pantano” che gli Stati Uniti hanno cercato di evitare da quando è iniziata la guerra civile più di quattro anni fa. Fawaz Gerges, docente di relazioni internazionali alla London School of Economics, ha detto: «È un campo minato. Ci sono diversi attori con interessi locali, regionali e globali contrastanti».

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.