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  • domenica 29 novembre 2015

Sirte sotto l’ISIS

Il New York Times ha raccontato com'è oggi la situazione nella principale città della Libia controllata dallo Stato Islamico, dove i leader sono soprattutto stranieri

Lo scorso febbraio un gruppo di miliziani libici che da pochi mesi aveva annunciato la sua affiliazione all’ISIS (o Stato Islamico) pubblicò un video in cui veniva mostrata l’uccisione di 21 pescatori egiziani sulle coste del Mediterraneo. Fu una delle prime volte in cui la stampa italiana e internazionale associò l’ISIS alla Libia. I miliziani responsabili della strage provenivano da Sirte, dove erano appena riusciti a ottenere il controllo di diversi palazzi governativi. Oggi quegli stessi miliziani controllano circa 250 chilometri di costa libica e Sirte è diventata la più importante base dello Stato Islamico fuori da Siria e Iraq (qui una mappa di cosa controlla l’ISIS in Libia).

Secondo il New York Times, che ha pubblicato un lungo articolo sulla situazione in Libia, Sirte è divenuta talmente importante che i leader dell’ISIS stanno pensando di trasformarla nella nuova base del gruppo, nel caso in cui la situazione in Siria diventi non più gestibile. Miliziani, ostaggi liberati e residenti di Sirte hanno raccontato che oggi quasi tutta la leadership locale e molti dei combattenti sono stranieri. Uno dei più anziani comandanti locali, Abu Ali al Anbari, è un iracheno, arrivato recentemente in Libia via mare. Era iracheno anche Abu Nabil, un altro importante leader ucciso in un attacco aereo americano poche settimane fa.

Accanto a tunisini, egiziani, sudanesi e abitanti dei paesi del Golfo, molti altri miliziani sono originari della Libia. Il primo nucleo che nell’autunno del 2014 proclamò l’affiliazione allo Stato Islamico era composto da libici che avevano combattuto in Iraq e Siria. Per anni la Libia è stato uno dei paesi che ha prodotto il numero maggiore di “foreign fighters” – i combattenti stranieri – che si sono uniti sia ad al Qaida e che all’ISIS. Secondo il giornalista del Foglio Daniele Raineri, è libico anche uno dei principali leader locali dell’ISIS, Hassan al Karamy, nato probabilmente nel 1986.

La famiglia di Karamy aveva diversi legami con gli apparati di sicurezza del regime del colonnello Gheddafi – ex presidente libico ucciso nel 2011 – e non è l’unico ad averli a Sirte. Secondo Raineri, soprattutto a Sirte l’ISIS ha sfruttato il desiderio di riscatto degli ex membri del regime nei confronti dei nuovi governanti della Libia, una tattica utilizzata molto anche in Iraq, dove diversi leader dell’ISIS sono ex membri del partito Baath di Saddam Hussein. Oggi gli avversari dell’ISIS accusano spesso lo Stato Islamico di essere poco più dei rimasugli delle forze del regime. Lo stesso Karamy, nel corso di un sermone, ha ridicolizzato queste accuse: «Martiri, bombe e foreign fighters. E voi li chiamate ancora “resti del regime”? Chi credete di prendere in giro?». Oggi l’ISIS è una delle principali forze in ascesa in Libia e per quanto al momento non sia la più forte, non è detto che in futuro la situazione possa cambiare.

Oggi la Libia ha due governi: quello orientale e riconosciuto dalla comunità internazionale con sede a Tobruk, e quello occidentale formato dagli islamisti e con sede a Tripoli. Entrambi i governi sono deboli e non riescono a mantenere il controllo del territorio. Da mesi la comunità internazionale sta cercando di mediare un accordo per permettere la creazione di un governo di unità nazionale che a sua volta apra crei le condizioni per un intervento militare internazionale. Ma le trattative sono fallite dopo che si è scoperto che Bernardino León, il mediatore dell’ONU, stava segretamente lavorando per il governo di Tobruk e per i suoi alleati, Egitto ed Emirati Arabi Uniti, e contro il governo di Tripoli, appoggiato da Turchia e Qatar.

Oggi a Sirte l’ISIS esercita un controllo assoluto. Ha instaurato tribunali e polizia religiosa, un ufficio per riscuotere le tasse e negli ultimi mesi ha compiuto diverse esecuzioni pubbliche. Il controllo sulla città si è fatto ancora più duro dopo lo scorso agosto, quando i miliziani dell’ISIS hanno stroncato la rivolta di un gruppo di radicali islamici che aveva rifiutato di affiliarsi allo Stato Islamico. Decine di persone sono state uccise e quattro ribelli sono stati crocefissi in un incrocio trafficato.

Se all’interno dei suoi territori l’ISIS non tollera rivali, i suoi rapporti con le altre fazioni che si dividono il resto della Libia sono molto più fluidi. In teoria, i più acerrimi nemici dell’ISIS sono gli abitanti di Misurata, una delle città libiche più ricche che con le sue milizie è uno dei principali sostenitori del governo islamista di Tripoli. A febbraio, quando l’ISIS pubblicò il video che mostrava l’uccisione dei pescatori egiziani, le milizie di Misurata promisero che avrebbero rapidamente riconquistato la città. Non solo il loro sforzo è fallito, ma altre cittadine sono passate sotto il controllo dell’ISIS. Alcuni gruppi vicini a Tripoli hanno mostrato comunque di essere disposti a collaborare con l’ISIS quando si tratta di affrontare quello che vedono come il loro nemico principale, il governo di Tobruk e quello che in teoria è l’esercito regolare libico (ma che in realtà è più simile alla milizia privata agli ordini del generale libico Khalifa Haftar). Per esempio a Bengasi, una città dove da mesi si affrontano moltissime milizie, gli islamisti sono alleati dell’ISIS contro le milizie di Haftar.

Secondo il New York Times, l’ISIS riesce persino a rifornirsi di armi grazie ad alcuni suoi contatti con faccendieri che collaborano con il governo di Tripoli. Ismael al Shokri, capo dell’intelligence delle milizie di Misurata, ha spiegato l’assenza di sforzi concreti contro l’ISIS dicendo che la priorità è sconfiggere il generale Haftar e il governo di Tobruk, ma ha promesso che prima o poi le milizie di Misurata useranno le loro armi anche contro l’ISIS. I giornalisti del New York Times gli hanno chiesto quando avverrà questo cambio di fronte, ma al Shokri ha preferito non rispondere.