È il momento di Rubio? Bush è già spacciato?

Com'è andato il terzo confronto televisivo tra i candidati Repubblicani alla presidenza degli Stati Uniti, che ha lasciato tutti gli osservatori con queste due domande in testa

di Francesco Costa – @francescocosta
Jeb Bush e Marco Rubio. (Justin Sullivan/Getty Images)

I dieci principali candidati del Partito Repubblicano statunitense si sono confrontati mercoledì sera – in Italia era la notte tra mercoledì e giovedì – in un dibattito televisivo organizzato e moderato dalla tv CNBC a Boulder, Colorado. È stato il terzo dibattito dei Repubblicani fin qui. I sondaggi negli ultimi mesi hanno visto in vantaggio Donald Trump, ma dietro di lui si stanno muovendo molte cose e il dibattito di stanotte potrebbe aver accelerato questi cambiamenti. Secondo la grandissima parte dei giornalisti e degli esperti che seguono la campagna elettorale statunitense, infatti, il confronto tv di stanotte è stato vinto nettamente da Marco Rubio ed è andato molto male per Jeb Bush.

Rubio e Bush hanno una storia lunga e interessante alle spalle. Sono entrambi della Florida, fino a qualche anno fa erano considerati amici e alleati: quando era governatore della Florida, fu proprio Bush ad aiutare Rubio all’inizio della sua carriera politica, notandone il talento; il rapporto tra loro è stato descritto a lungo come quello tra il maestro e l’allievo, tra il leader e il suo delfino. Negli ultimi anni però la situazione si è ribaltata: Bush è stato molto lontano dalla politica attiva, mentre Rubio – figlio di immigrati cubani, abile oratore – è stato eletto senatore nel 2010 e oggi è uno dei più popolari Repubblicani del paese. Anche la loro posizione in questa campagna elettorale è molto diversa. Bush ha iniziato come il favorito, il vincitore obbligato, soprattutto per via del suo cognome e del suo vantaggio nella raccolta fondi, ma oggi è in grande difficoltà: è indietro nei sondaggi, non ha proposte forti, non è mai stato convincente nei dibattiti e ha appena imposto una serie di tagli nel suo staff per contenere le spese della campagna; Rubio invece ha tenuto per molto tempo un profilo basso, soprattutto durante l’estate in cui Trump ha imperversato, ma da un mese ha cominciato a crescere con costanza nei sondaggi e oggi sembra il candidato con più possibilità di unire la base e l’establishment del partito.

Questo contesto permette di comprendere meglio lo scambio più interessante e incisivo del confronto televisivo di stanotte, arrivato poco dopo l’inizio del dibattito. Bush aveva bisogno di una gran serata, per scuotere la sua campagna elettorale e rassicurare sostenitori e finanziatori: non appena ha avuto l’occasione di parlare quindi ha attaccato Rubio, criticandolo con forza per le sue molte assenze in Senato da quando si è candidato alla presidenza. «Cos’è la tua, una settimana lavorativa francese? Io faccio parte del tuo collegio e vorrei un senatore che rappresenti a tempo pieno le persone che lo hanno eletto. Puoi dimetterti, se la campagna elettorale non te lo permette». La risposta di Rubio è stata particolarmente efficace: ha ricordato che Bush non ha mai rimproverato lo stesso a John McCain – a cui Bush ha detto di ispirarsi e che da senatore nel 2008 saltò parecchie votazioni in aula – e poi ha detto: «Mi stai criticando solo perché oggi siamo avversari e qualcuno ti ha convinto che farlo ti aiuterà, ma io non voglio attaccarti: non mi candido contro di te ma mi candido per fare il presidente». Gli applausi del pubblico hanno impedito a Bush di replicare ulteriormente, facendolo apparire insicuro e sconfitto; di fatto non si è più ripreso ed è sembrato giù di tono per il resto del dibattito.

L’intero confronto è stato molto confusionario: dieci candidati sul palco, tre moderatori e due ore di discussione, con risposte da 15 o 30 secondi e molte interruzioni. I giornalisti di CNBC sono stati molto criticati da vari colleghi e dai funzionari Repubblicani per la gestione erratica degli scambi – più volte i candidati hanno superato il tempo stabilito per le risposte, ignorando i richiami – e per le domande talvolta un po’ troppo leggere, creative o cerca-rogne. Doveva essere un dibattito sull’economia ma in realtà si è parlato molto poco di temi concreti e i candidati hanno usato soprattutto battute e slogan: Bush ha detto che darebbe «un caldo bacio» a qualunque Democratico dovesse tagliare le tasse, Huckabee ha rivendicato di indossare una cravatta prodotta da Trump, Trump ha detto che l’America potrà costruire un muro al confine col Messico se i cinesi hanno costruito la Grande muraglia, eccetera.

La critica più forte al tono del dibattito e ai moderatori è arrivata da Ted Cruz, senatore del Texas molto di destra, che a un certo punto è sbottato: «Le vostre domande sono la dimostrazione del perché gli americani non si fidano dei media. Questa non è una lotta in una gabbia. A Trump dite che sembra il cattivo dei fumetti, poi chiedete a Rubio perché non si dimette da senatore, poi spingete Kasich a insultare i suoi avversari… perché non parliamo invece delle cose che interessano alle persone?». Il suo intervento è stato molto applaudito, e successivamente più volte altri candidati hanno ottenuto applausi facili criticando i moderatori e i media in generale.

Un altro di questi momenti è arrivato quando i moderatori hanno fatto a Jeb Bush una domanda sul Fantasy Football, una specie di fantacalcio sul football americano, e sul recente scandalo  relativo a certi addetti ai lavori che approfittavano delle informazioni in loro possesso fare “insider trading” e vincere premi in denaro. Bush ha risposto accennando ai successi della sua squadra per poi parlare della necessità di regolamentare questi giochi, ma poi è stato interrotto da Chris Christie che ha detto in modo liberatorio: «Ma stiamo davvero parlando del Fantasy Football?! La smettete?». Governatore del New Jersey molto in voga quattro anni fa ma oggi caduto un po’ in disgrazia, anche Christie se l’è cavata bene, ma probabilmente non abbastanza per risollevare la sua campagna elettorale che fin qui non ha mai guadagnato forza.

I due candidati in testa ai sondaggi, l’imprenditore Donald Trump e il neurochirurgo Ben Carson, sono stati quasi invisibili per l’intero dibattito. Trump è stato Trump solo quando, criticato dal governatore dell’Ohio John Kasich, si è difeso dalle critiche con particolare decisione, e quando ha detto che va in giro armato; Carson è riuscito a dire che la sua più grande debolezza è «non riuscire a immaginarmi davvero presidente». Entrambi non sono sembrati a loro agio nel discutere concretamente i loro programmi economici. Negli ultimi tempi Carson ha guadagnato molto terreno nei sondaggi e ha eroso il gradimento di Trump, ma nessuno tra gli analisti e gli esperti più affidabili pensa davvero che possano vincere le primarie, e quasi tutti si aspettano che crollino da qui alla fine dell’anno.

Per il resto è stata una serata soddisfacente anche per l’unica donna tra i candidati, Carly Fiorina, ex amministratrice delegata di HP, mentre il senatore Rand Paul e l’ex governatore Mike Huckabee non si sono fatti notare. Per come si sono messe le cose e per quello che si è visto stanotte, la crisi di Bush, l’ascesa di Rubio e Cruz e il probabile futuro crollo di Trump e Carson potrebbero cambiare molto l’aspetto che ha avuto la campagna elettorale fin qui, cosa che peraltro storicamente non sarebbe affatto nuova a tre mesi dalle primarie. Ted Cruz potrebbe diventare il candidato preferito dagli elettori più radicali, mentre Marco Rubio potrebbe diventare il candidato preferito dall’establishment del partito; Fiorina, Kasich, Christie e Bush cercherebbero di restare subito dietro di loro e ottenere alle primarie una o due vittorie in grado di rilanciarli. Questo è oggi lo scenario più credibile secondo la gran parte degli addetti ai lavori, ma naturalmente le cose possono cambiare ancora: le primarie cominciano il primo febbraio in Iowa, da qui ad allora i candidati Repubblicani si confronteranno in tv il 10 novembre, il 15 dicembre e il 7 gennaio.

Mostra commenti ( )