Donna Karan in posa per l'intervista di Jocelyn Noveck per Associated Press, 5 ottobre 2015 (AP Photo/Bebeto Matthews)
  • Moda
  • martedì 13 Ottobre 2015

Sette cose importanti per Donna Karan

Le ha raccontate in un'intervista, ripartendo dai "sette pezzi facili" con cui cominciò

Donna Karan in posa per l'intervista di Jocelyn Noveck per Associated Press, 5 ottobre 2015 (AP Photo/Bebeto Matthews)

In un’intervista con Jocelyn Noveck  di Associated Press, la stilista americana Donna Karan ha messo in fila alcuni dei concetti che sono sempre stati alla base del suo lavoro, a partire da quando nel 1985 lanciò la sua casa di moda con la collezione diventata poi celebre dei “Sette pezzi facili”, una manciata di vestiti pensati per essere abbinati e formare un guardaroba adatto ad essere indossato dalla mattina alla sera da donne lavoratrici che non sapevano quale sarebbe stato l’evolversi della loro giornata, senza che si dovessero vestire necessariamente come gli uomini. C’erano pantaloni classici, vestiti aderenti, gonne a conchiglia, giacche di pelle, cappe, dolcevita, capi con le spalle scoperte. Tutto nero.

A distanza di trent’anni Donna Karan è tornata a spiegare le idee che quelle scelte portavano con sé, in occasione della sua autobiografia che uscirà la settimana prossima, intitolata My Journey.
Il 30 giugno scorso Donna Karan ha lasciato Donna Karan International, l’azienda di moda che aveva fondato nel 1985 e che dal 2001 è di proprietà del gruppo LVMH, uno dei più grandi e importanti del business della moda. Karan ha lasciato per dedicarsi a tempo pieno alla sua fondazione Urban Zen, che si occupa di problemi legati alla salute, all’occupazione e all’istruzione, negli Stati Uniti e nei paesi in via di sviluppo, mantenendo però una consulenza per Donna Karan International. È proprio nella sede di Urban Zen che Donna Karan ha rilasciato l’intervista ad Associated Press, con i suoi “setti pezzi di saggezza”.

La moda è vestire e indirizzare

Karan spiega che quando lanciò la sua etichetta c’era un gran bisogno di qualcuno che vestisse le donne in quanto tali, perché al lavoro negli uffici indossavano più che altro abiti da uomo: completi, cravatte e camicie molto abbottonate, oppure vestiti da cocktail. Nessuno pensava a vestire le donne lavoratrici in modo femminile e uno dei suoi obiettivi è sempre stato quello di indirizzare le donne verso abiti adatti a loro.

I vestiti devono funzionare sia per il giorno che per la sera, e il nero è il colore migliore

L’idea di Donna Karan è sempre stata che un vestito debba funzionare dal momento in cui viene indossato la mattina al momento in cui viene tolto la sera prima di andare a dormire: capace di affrontare un’intera giornata, perché spesso le donne non hanno tempo di andare a casa e cambiarsi. «I gioielli sono un elemento importante. E il nero. Non ne faccio mai a meno. Il nero mi accompagna dalla mattina alla sera».

Mostrate le spalle, che non ingrassano mai

Karan ricorda di quando la rivista Women’s Wear Daily stroncò una delle sue creazioni con le spalle scoperte, fino a quando Liza Minnelli andò nel suo negozio e scelse proprio quel vestito scartato e lo stesso fece poi Hillary Clinton, indossando un abito con quella scollatura alla Casa Bianca, confermando la sua intuizione. Per Karan quella di scoprire le spalle, lasciando però le braccia coperte, fu una una scelta ovvia: sono una parte del corpo che non ingrassa mai.

È bello avere fan che contano

L’abito in funzione della persona, non il contrario: per spiegare questo concetto Karan ricorda di quando vestiva Barbra Streisand (che è autrice della prefazione del libro): era un rapporto molto stretto, fatto di una collaborazione intima, e Karan, che l’ha vestita praticamente per ogni concerto, oltre che per il suo matrimonio, dice di lei: «Il suo stile era eleganza, semplicità, variabilità. Non era mai troppo. Era come se lei – la donna, la voce – venisse fuori. Ed è sempre stato quello che ho sentito con i vestiti: ho sempre voluto che a mostrarsi fosse la persona, non gli abiti che indossava».

Non nascondersi

Karan racconta di come spesso le donne cerchino di nascondere, letteralmente, i difetti, nella loro particolare visione di cosa possono o non possono indossare. E quindi di come pensino che tanto più i vestiti che indossano siano larghi tanto più riescano a nascondersi dentro di essi, quando a volte è l’esatto contrario e vestiti stretti possono far sembrare una donna più slanciata. Come le gonne a matita, lunghe fino al ginocchio e strette sui fianchi. Karan dice di adorare le donne che le indossano: «Non importa se hanno il sedere un po’ più largo, stanno meglio in una gonna a matita, perché le restringe.»

L’utilità delle scadenze

Karan ricorda di quanto fosse stressante organizzare quattro settimane della moda all’anno, con le conseguenti quattro nuove collezioni, ma di come al tempo stesso avere quelle scadenze fosse il motivo per cui riuscisse sempre a disegnare la stagione successiva.
«È estenuante. Ma allo stesso tempo sei su di giri. Quindi quando manca poco (alle sfilate, ndr) è una scarica di adrenalina. E crolli, è garantito. Dicevo sempre “Oh mio Dio se solo avessi una settimana in più, due settimane in più, tre settimane in più, ma una scadenza è una scadenza. Ed è ciò che mi ha portato alla stagione successiva. Ero sempre in ritardo. La maggior parte degli stilisti ha bisogno di scadenze. Stai ancora disegnando mentre i vestiti sfilano in passerella».

La creatività è magnifica, ma la moda ha bisogno di vestiti che possano essere indossati

Secondo Karan oggi la moda sta forzando un po’ troppo il limite di ciò che una donna può davvero indossare, e lavorare nel settore è più difficile rispetto a quando iniziò lei. Ci sono più cose da gestire, i red carpet e la comunicazione rendono tutto più immediato, le nuove creazioni si vedono subito. Nonostante la cosa positiva sia che la vastità di scelta e la creatività rispondono all’individualità di ciascuna persona, per Karan c’è una continua ricerca del nuovo che rischia di spingersi oltre il limite di ciò che una donna indosserebbe veramente.