• Moda
  • sabato 25 Luglio 2015

Donna Karan senza Donna Karan

Uno dei più leggendari brand di moda americani e del mondo resterà senza la sua fondatrice, perché le cose cambiano

di Enrico Matzeu – @enricomatzeu

Il 30 giugno scorso la stilista americana Donna Karan ha lasciato Donna Karan International, l’azienda di moda che aveva fondato nel 1985 ma che dal 2001 è di proprietà del gruppo LVMH, uno dei più grandi e importanti del business della moda. I capi del gruppo hanno fatto sapere attraverso un comunicato stampa che la Karan avrebbe lasciato di sua iniziativa la direzione artistica del brand per dedicarsi alla sua fondazione Urban Zen, che si occupa di problemi legati alla salute, all’occupazione e all’educazione, negli Stati Uniti e nei paesi in via di sviluppo, mantenendo una consulenza per Donna Karan International.

Il nome di Donna Karan rappresenta assieme a quelli di Calvin Klein e Michael Kors uno degli elementi più importanti della moda americana degli anni Ottanta, da quando cominciò con una leggendaria collezione di sette capi nel 1985. Da allora venne citata dalla stampa di moda come “The Queen of Seventh Avenue” (la regina della Settima strada) ed è sempre stata nota per una grande attenzione nelle sue due linee – Donna Karan e DKNY (più economica e pensata per clienti più giovani) – alle esigenze più concrete e quotidiane delle donne in fatto di vestiti, quindi in sostanza disegnando abiti che siano comodi e portabili ogni giorno conciliando le necessità diverse, senza troppe stravaganze stilistiche. Nel 1992 lanciò una campagna pubblicitaria curata dal fotografo Peter Lindbergh – uno dei più importanti e ammirati fotografi di moda – intitolata “In Women we trust” (Crediamo nelle donne) che mostrava una donna intenta a giurare come Presidente degli Stati Uniti, naturalmente indossando un abito Donna Karan.

«Negli anni Ottanta Mrs. Karan ha probabilmente avuto sugli abiti professionali femminili lo stesso tipo di impatto che Giorgio Armani ha avuto su quelli maschili»

Su di lei non sono mai circolate leggende o racconti che la rendessero un personaggio particolarmente affascinante (come spesso avviene per alcuni dei suoi colleghi), ma al contrario ha fatto della sua normalità un elemento distintivo, e un tratto della sua fama: e, figlia di un sarto e di una modella, aveva cominciato da dentro il business molto presto, senza rocambolesche storie di successo.. Un successo che fu rappresentato a lungo iconograficamente da un gigantesco murales con la scritta DKNY all’angolo tra Houston Street e Broadway nel quartiere di Soho a New York, che venne cancellato nel 2008.

Quel murales però c’era nel 2001, quando Donna Karan International fu venduta per 240 milioni di dollari a LVMH e quando gli affari dell’azienda erano davvero floridi. A spiegare l’abbandono di Donna Karan alla guida artistica del suo marchio, ci sarebbero infatti – al di là delle sue ambizioni filantropiche – delle motivazioni più prettamente economiche, legate al rilancio in direzioni nuove del brand, che come spiega il direttore di Business of Fashion, Imran Amed, non ha più le stesse (alte) prestazioni di quando la holding francese lo acquistò: nonostante alcune recenti iniziative di restyling, come la linea sportiva affidata alla top model Cara Delevigne, diventata per l’occasione stilista e testimonial. Amed sostiene inoltre che già nei mesi precedenti al congedo della Karan, gli indizi di una svolta in tal senso c’erano tutti, in alcune tensioni con la proprietà e con la scelta di alcune sostituzioni di dirigenti assai legati a Karan. Tutte iniziative prese da Caroline Brown – dall’ottobre 2014 direttore generale di Donna Karan – e non facilmente digerite da Karan.  E l’uscita di Karan – «È stata una notizia sia scioccante che non inattesa», ha scritto Vanessa Friedman del New York Times – benché consensuale, non sembra essere avvenuta in eccellenti rapporti con la proprietà secondo gli indizi citati da diverse ricostruzioni.
Lo stesso, ancora un anno fa al New York Times lei aveva detto: «Se non facessi questo, non saprei cosa fare».

Sembra, peraltro, che il rinnovo del marchio ripartirà proprio dalla linea più giovane, visto che sono state sospese tutte le sfilate della linea principale, Donna Karan, con una scelta senza precedenti di chiusura di un brand contestuale all’uscita della stilista che lo aveva creato: mentre continua il lavoro per le nuove collezioni di DKNY, se non altro per mantenere attivi i 275 punti vendita in oltre quaranta paesi nel mondo. Al momento non è stato nominato un successore alla guida artistica della maison e molti addetti ai lavori sostengono che sia difficile sostituire una come Donna Karan, se non altro perché è una delle poche stiliste a rappresentare con il suo modo di essere lo stile che propone nelle sue collezioni: e come ha fatto notare Alexander Fury in un articolo sull’Indipendent: «nessuno meglio di Donna Karan veste Donna Karan». Fury si chiede poi se, per rilanciare il marchio, si ispireranno alla strategia adottata da un altro stilista americano, Michael Kors, che negli ultimi anni è diventato uno dei maggiori protagonisti del prêt à porter di larga distribuzione, grazie al potenziamento del comparto accessori, allargando le vendite a un pubblico sempre più eterogeneo e non solo di nicchia. In realtà, avendo scelto per l’ultima collezione DKNY due stilisti nuovi come Dao-Yi Chow e Maxwell Osborne, si può presupporre che la strategia di rilancio segua invece il percorso di brand europei come Saint Laurent, Moschino o Gucci, che negli ultimi anni hanno puntato su designer giovani e con uno spirito sovversivo, almeno nello stile.
Ma la certezza di Imran Amed è questa:

«Quanto a Donna Karan, esce di scena come una delle più leggendarie fashion designer americane»