Scott Walker durante l'annuncio del suo ritiro. (AP Photo/Morry Gash)

Scott Walker si è ritirato dalle primarie dei Repubblicani

Il governatore del Wisconsin, che era considerato uno dei favoriti, ha sbagliato tutto: ora chiede agli altri di allearsi contro Trump

di Francesco Costa – @francescocosta
Scott Walker durante l'annuncio del suo ritiro. (AP Photo/Morry Gash)

Scott Walker, governatore statunitense del Wisconsin, ha annunciato il suo ritiro dalle primarie con cui il Partito Repubblicano sceglierà il candidato alle elezioni presidenziali dell’8 novembre del 2016. Fino a qualche mese fa Walker era considerato uno dei Repubblicani più forti e con maggiori possibilità di diventare presidente: la sua decisione è stata inattesa, ma da settimane era in grossa difficoltà e in crisi di consensi. Formalmente Walker ha solo “sospeso” la sua campagna, ma la sospensione è un modo per continuare a raccogliere fondi e quindi continuare a pagare dipendenti ed estinguere debiti: di fatto è un ritiro. Le primarie dei Repubblicani cominceranno il primo febbraio del 2016 con i caucus in Iowa.

Walker ha 47 anni ed è noto soprattutto per la sua avvincente e movimentata carriera da governatore del Wisconsin. È stato eletto per la prima volta nel 2010, a sorpresa, in uno stato storicamente imprevedibile dal punto di vista politico ma che negli anni precedenti aveva eletto soprattutto politici di sinistra. Nel 2012, dopo l’approvazione di una dura legge antisindacale, i Democratici raccolsero 900.000 firme e riuscirono a portarlo a una “recall election”: un’elezione anticipata speciale indetta in casi di gravi contestazioni politiche contro il governatore in carica. Walker vinse fragorosamente la “recall election” e nel 2014, alle elezioni regolari, vinse di nuovo – per la terza volta in tre anni – contro i Democratici. Aver battuto per tre volte i Democratici in uno stato non tradizionalmente Repubblicano, e dopo aver approvato riforme radicalmente di destra, lo ha trasformato in un personaggio nazionale e in un candidato naturale alla presidenza degli Stati Uniti.

Lunedì 21 settembre durante una conferenza stampa a Madison, in Wisconsin, Walker ha detto: «Credo di dover essere il primo a dare una mano a liberare il campo di questa competizione, così che possa affermarsi un messaggio positivo e conservatore. Incoraggio altri candidati Repubblicani a prendere in considerazione di fare lo stesso, così che gli elettori possano concentrarsi su un numero limitato di candidati in grado di offrire un’alternativa positiva e conservatrice all’attuale favorito». Walker si riferiva esplicitamente a Donald Trump, l’imprenditore e personaggio televisivo in testa ai sondaggi da settimane, che è stato avvantaggiato anche dalla distribuzione dei consensi tra moltissimi candidati Repubblicani (a un certo punto erano 17, e Trump era nettamente il più ricco e famoso).

Quando si è candidato alle primarie, lo scorso luglio, Walker era in testa nei sondaggi in Iowa ed era considerato il candidato che più di tutti poteva unire il consenso dell’establishment del partito e quello della “base”: sembrava abbastanza di destra per piacere ai Repubblicani più estremisti e decisi, e politicamente abbastanza esperto e navigato da attrarre un numero interessante di fondi e dichiarazioni di sostegno. Nel giro di poche settimane, però, i suoi consensi sono precipitati, i due dibattiti televisivi sono andati male, la raccolta fondi si è fermata: un po’ per l’ascesa di Donald Trump, che ha messo in grossa difficoltà i candidati più di destra sottraendogli consensi e spazio sui media; un po’ per i suoi molti errori in campagna elettorale, che hanno compromesso la sua posizione e hanno fatto dire a molti che non era un candidato adeguato.

Per esempio, sull’immigrazione, Walker ha detto una prima volta di essere d’accordo con Trump sull’abolizione dell’emendamento costituzionale che stabilisce che chi nasce in America è americano. Una posizione molto estremista, che non piace anche a tanti Repubblicani e ovviamente ai moltissimi elettori americani di origine ispaniche o asiatiche. Qualche giorno dopo Walker ha ribadito di essere a favore dell’abolizione ma solo in linea di principio, perché da presidente non cercherebbe di ottenerla. Successivamente Walker ha schivato le domande sul tema, dicendo che occuparsi della questione era fuorviante. Infine ha detto di essere contrario all’abolizione dell’emendamento costituzionale che stabilisce che chi nasce in America è americano, facendo una completa inversione a U nell’arco di tre giorni. Errori e situazioni del genere si sono ripetuti parecchio: Walker si è mostrato inadeguato soprattutto parlando di politica estera – a un certo punto ha fatto capire di considerarsi in grado di sconfiggere l’ISIS perché ha battuto i sindacati in Wisconsin – e mai in grado di dare una risposta che non fosse la più estremista possibile, strategia che in politica locale può funzionare ma sul piano nazionale no.

Walker ha aggiunto a questa inesperienza anche una certa pochezza oratoria e di talento nei dibattiti televisivi, cosa che nel giro di poche settimane ha fatto fuggire sia gli elettori – gli ultimi sondaggi nazionali lo davano sotto l’uno per cento – che soprattutto i finanziatori, desiderosi di sostenere qualcuno che fosse davvero in grado di vincere prima le primarie e poi le presidenziali. Secondo la gran parte degli esperti e analisti statunitensi, Walker si è ritirato così presto proprio per non indebitarsi troppo: vista la fuga dei finanziatori, trascinare la sua campagna elettorale almeno fino ai caucus di febbraio in Iowa sarebbe stato molto costoso. Col suo ritiro, unito a quello di dieci giorni fa di Rick Perry, i candidati Repubblicani sono oggi quindici.