Il presidente del Senato, Pietro Grasso. (ANSA/ANGELO CARCONI)
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  • venerdì 18 settembre 2015

L’articolo 2 della riforma del Senato

Qual è la questione attorno a cui girano discussioni e liti di questi giorni in Parlamento, e su cui Pietro Grasso avrà l'ultima parola

Il presidente del Senato, Pietro Grasso. (ANSA/ANGELO CARCONI)

Oggi è ricominciata la discussione generale del cosiddetto ddl Boschi per la riforma del Senato che, semplificando, prevede di modificare le funzioni e la composizione della camera alta del Parlamento italiano, rendendola non più elettiva, e di eliminare il “bicameralismo paritario”: se la riforma sarà approvata, in sostanza, i senatori non saranno più eletti direttamente, le leggi non dovranno più essere votate da entrambi i rami del Parlamento e il governo sarà tenuto a ricevere la fiducia soltanto dalla Camera. La riforma prevede poi anche l’abolizione del CNEL (il “Consiglio Nazionale dell’Economia e il Lavoro”) e la modifica del Titolo V della Costituzione, che regola i rapporti tra stato e regioni.

I tempi
La discussione generale è iniziata giovedì 17 settembre, quando sono state respinte le questioni pregiudiziali presentate dalle opposizioni. Il disegno di legge è arrivato in aula – tra molte contestazioni – senza essere prima esaminato dalla commissione Affari costituzionali, su richiesta della maggioranza che vuole sveltire i tempi di approvazione ed evitare l’ostruzionismo dell’opposizione (la riforma è stata definita da Matteo Renzi la “madre di tutte le riforme”). Sinistra Ecologia Libertà l’ha definita «un’accelerazione di carattere politico» inaccettabile, mentre per i senatori della Lega Nord «si stanno costruendo i presupposti per tornare al fascismo». Il Movimento 5 Stelle abbandonerà «a tempo indefinito» la commissione perché non ne sono state rispettate le funzioni, ha detto il senatore Vito Crimi.

Il termine per la presentazione degli emendamenti in aula è stato fissato per le 9 di mercoledì 23 settembre. Tra il 23 e il 24 (secondo il calendario sul sito del Senato) ci sarà il voto finale.

Due strade possibili
Le riforme costituzionali vanno approvate con una procedura particolare: devono infatti essere votate due volte da entrambi i rami del parlamento. In prima lettura possono ancora essere modificate, la seconda volta vanno approvate oppure respinte “in blocco”. E se in seconda lettura non vengono approvate con una maggioranza di almeno due terzi, devono poi essere sottoposte a un referendum costituzionale senza quorum. Se al referendum la maggioranza più uno dei votanti vota “sì” alle riforme, queste entrano in vigore. Renzi ha comunque detto che «il referendum ci sarà» nell’estate-autunno 2016.

Se il testo attualmente in discussione al Senato verrà approvato senza modifiche, verrà considerata conclusa la prima lettura. Si tornerà quindi alla Camera (dove il PD ha una larga maggioranza) per la seconda lettura, nella quale non sono previsti emendamenti ma un’approvazione o un respingimento “in blocco”. A quel punto il testo tornerà in Senato sempre per l’approvazione o un respingimento “in blocco”. Se qualche emendamento verrà invece approvato al testo in queste settimane al Senato, la fase della prima lettura non potrà considerarsi ancora conclusa e il percorso ricomincerà dalla Camera.

Chi dice cosa
Lunedì prossimo Matteo Renzi ha convocato la direzione nazionale del PD per discutere di riforme, compresa quella del Senato. La maggioranza del PD è favorevole alla riforma, come anche Area Popolare – cioè il gruppo formato da NCD e UdC – e Per le autonomie, un piccolo gruppo formato da 19 senatori. Tutto il resto del Parlamento è contrario: Forza Italia, Lega Nord, Movimento 5 Stelle, SEL e una parte minoritaria del PD (non è chiaro quanti, ma poche settimane fa 28 senatori del PD hanno firmato degli emendamenti alla riforma). I prossimi giorni saranno dedicati alle trattative e alle mediazioni per provare a ricompattare il PD e trovare singoli senatori di altri partiti o del gruppo misto favorevoli al ddl (i giornali di oggi parlano di «scouting», di «operazione chirurgica» e di «campagna acquisti»).

Cosa può essere modificato
Alla riforma sono state presentate diverse critiche e proprio su queste è probabile che si concentreranno i nuovi emendamenti che saranno presentati in aula (e che molto probabilmente saranno una replica di quelli presentati in Commissione, non più validi perché il passaggio è saltato).

Con la riforma voluta da Renzi il Senato avrà molti meno poteri: la sua funzione principale sarà il raccordo tra Stato e Regioni-Comuni, come suggerito dalla Costituzione, e non potrà più votare la fiducia al governo. La maggioranza crede che questo permetterà allo Stato di funzionare e al Parlamento di legiferare in modo più rapido e adeguato ai tempi, molti dell’opposizione e della minoranza del PD temono che togliendo la possibilità al Senato di dare e revocare la fiducia, il governo ne esca eccessivamente rafforzato. La riforma prevede poi la modifica del Titolo V della Costituzione. Soprattutto secondo la Lega Nord si tratta però di una riforma “centralista”, perché mira a ridurre le competenze delle regioni.

Il punto più importante del dissenso riguarda l’elettività o la non elettività diretta dei senatori. Su questo specifico passaggio, a differenza degli altri, il PD non sembra disposto ad accettare mediazioni.

L’articolo 2 e il ruolo di Pietro Grasso
L’articolo 2 ha a che fare con la composizione del nuovo Senato – che sarà formato da «95 senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali» più 5 senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica – e con la sua non elettività.

Il tema è riassunto in una preposizione: il testo dell’articolo 2 che regola la riforma del Senato non elettivo è stato approvato dalle due Camere con una differenza. Al Senato – nell’agosto del 2014 – era passata così: «La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali nei quali sono stati eletti» e non esclude quindi l’elezione diretta dei senatori. Alla Camera – lo scorso marzo – è stata invece approvata con questo testo: «La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti». In questa versione i senatori si intendono quindi eletti dai Consigli regionali.

Il problema principale è se in aula si possa tornare o meno sulla modifica dell’articolo 2 senza dover poi ricominciare da capo. Si tratta di una questione controversa su cui diversi costituzionalisti hanno espresso opinioni contrapposte (alcuni dicono che si può modificare, altri no). L’articolo del regolamento del Senato a cui fare riferimento è il 104, che dice:

«Se un disegno di legge approvato dal Senato è emendato dalla Camera dei deputati, il Senato discute e delibera soltanto sulle modificazioni apportate dalla Camera, salva la votazione finale. Nuovi emendamenti possono essere presi in considerazione solo se si trovino in diretta correlazione con gli emendamenti introdotti dalla Camera dei deputati».

Matteo Renzi ripete da tempo che «l’articolo 2 è passato con la doppia lettura conforme di Camera e Senato», che «c’è stata, piaccia o non piaccia, una doppia lettura, salvo per una preposizione» e che quindi non sia possibile alcun nuovo intervento. Secondo i critici la preposizione introduce però un cambiamento significativo e chiedono che si inserisca nel testo in modo più esplicito un passaggio sull’elezione diretta dei senatori. La decisione finale (cioè l’ammissibilità o meno degli emendamenti in aula alla riforma, compreso quello all’articolo 2) spetterà comunque al presidente del Senato Grasso.

Renzi ha detto che «se il presidente del Senato riaprirà la questione dell’articolo 2, ascolteremo le motivazioni e decideremo di conseguenza». Grasso ha replicato dicendo: «Coltivo la remota speranza che la politica chiamata a scelte fondamentali per il futuro del Paese possa far sua la capacità di fare del confronto leale e della comprensione reciproca la modalità principale della sua azione, piuttosto che far trapelare la prospettiva che si possa fare a meno delle istituzioni relegandole in un museo» (il quotidiano la Stampa aveva riportato ieri una presunta frase di Renzi, poi duramente smentita dal governo: «Abolisco il Senato e ne faccio un museo». La Stampa ha poi cancellato l’articolo che riportava la frase). Grasso dovrebbe decidere tra una settimana, dopo il termine per la presentazione degli emendamenti in aula.

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