A favore e contro la riforma del Senato

Gli argomenti di chi la vuole e quelli di chi non la vuole, spiegati facile per chi si è perso in polemiche ed emendamenti

Nell’ultima settimana si è parlato di nuovo della riforma del Senato, una delle più importanti portate avanti dal governo di Matteo Renzi che lo stesso presidente del Consiglio ha definito la “madre di tutte le riforme“. Il governo sta cercando di arrivare all’approvazione della riforma, mentre l’opposizione e una parte del PD sta cercando di bloccarla o di modificarla in maniera sostanziale (in particolare si discute di alcune complicate procedure parlamentari di cui avevamo parlato qui).

Semplificando, la riforma prevede di modificare le funzioni e la composizione del Senato: prevede un Senato non più elettivo e l’eliminazione del “bicameralismo paritario”. In altre parole la Camera potrà approvare gran parte delle leggi senza bisogno del “sì” del Senato, che perderà anche la possibilità di revocare la fiducia al governo. Abbiamo messo insieme gli argomenti usati dai due schieramenti per sostenere le rispettive posizioni: chi vuole la riforma e chi non la vuole.

Chi vuole la riforma
La maggioranza del PD è a favore della riforma del Senato. A favore, ma con qualche malumore, ci sono anche Area Popolare – cioè il gruppo formato da NCD e UDC – e Per le autonomie, un piccolo gruppo formato da 19 senatori. Anche l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha detto di essere a favore della riforma e ha motivato le sue ragioni con una lettera al Corriere della Sera. Gli argomenti usati da chi sostiene la riforma del Senato sono soprattutto due.

Fine del bicameralismo perfetto
Il Parlamento italiano è un’eccezione quasi unica tra le grandi democrazie, perché le due camere che lo compongono hanno poteri sostanzialmente identici. Un governo ha bisogno della fiducia di entrambi i rami del Parlamento per insediarsi con pieni poteri, mentre basta il dissenso di una sola delle due per farlo cadere. Le leggi inoltre devono essere approvate – con procedure spesso lente e macchinose – da entrambe le camere. La riforma separa nettamente le competenze delle due camere nella speranza di velocizzare la produzione legislativa e di rendere più stabili i governi.

Creazione del Senato delle autonomie
La Costituzione, all’articolo 57, prevede che il Senato sia eletto su base regionale. Fin dalla nascita della Repubblica il Senato ha sempre avuto in teoria il ruolo di rappresentare nel Parlamento le istanze del territorio e delle regioni (come ad esempio il Senato francese e il Bundesrat tedesco). Di fatto in Italia il Senato è sempre stato eletto con leggi elettorali simili o identiche a quelle della Camera e ne ha sempre condiviso gli stessi poteri.

Quindi, come ha spesso fatto notare il costituzionalista Stefano Ceccanti, è diventato un doppione della Camera perdendo la sua specificità di rappresentante delle istituzioni locali. I sostenitori della riforma dicono che dopo la sua approvazione il Senato tornerà ad essere il ramo del Parlamento dove sono rappresentate le istanze locali come era inteso originariamente dalla Costituzione.

Chi non vuole la riforma
Tutto il resto del parlamento: Forza Italia, Lega Nord, Movimento 5 Stelle, SEL e una parte minoritaria del PD (non è chiaro quanti, ma poche settimane fa 28 senatori del PD hanno firmato degli emendamenti alla riforma). Le posizioni di questi gruppi sono molto varie e le loro critiche a volte confuse. Forza Italia ad esempio ha votato la riforma all’inizio del suo percorso per poi schierarsi all’opposizione. Gli argomenti usati da chi si oppone alla riforma del Senato sono soprattutto quattro.

L’elettività dei Senatori
Si tratta del punto su cui insiste con più forza la minoranza del PD, che sostiene come sia inaccettabile un Senato non eletto direttamente dai cittadini, soprattutto in un’epoca come quella attuale dove le istituzioni sono percepite come distanti e remote.

La diminuzione delle garanzie
Molti temono che togliendo la possibilità al Senato di revocare la fiducia al governo, l’esecutivo ne esca eccessivamente rafforzato. È la posizione espressa, oltre che da alcuni componenti della minoranza PD, da costituzionalisti come Gustavo Zagreblesky e dal Movimento 5 Stelle. Anche Forza Italia critica spesso la riforma su questo punto, accusandola di portare alla creazione di un regime autoritario.

La questione dei pasticci
Diversi costituzionalisti hanno indicato nella riforma del Senato una serie di problemi “secondari” rispetto alle grandi questioni evocate dai partiti, ma che comunque potrebbero causare grossi problemi in futuro. Michele Ainis, ad esempio, ha scritto sul Corriere della Sera che la riforma non è chiara in diversi punti e quindi potrebbe portare a conflitti tra le due camere sulle rispettive competenze.

Il problema del centralismo
La Lega Nord è stato uno dei partiti che in Parlamento si sono opposti con maggiore destrezza alla riforma (il senatore Roberto Calderoli è riuscito a presentare letteralmente centinaia di migliaia di emendamenti), ma è anche il gruppo che ha speso il minor capitale politico per criticarla pubblicamente. Uno dei problemi principali, secondo la Lega, è una parta relativamente marginale della riforma: il cambiamento del Titolo V della Costituzione, frutto di un’altra riforma della Costituzione che pochi anni fa che concedeva una maggiore autonomia alle regioni.

Secondo molti esperti la riforma del Titolo V ha prodotto diversi ricorsi tra stato centrale e autonomie locali per determinare a chi spettassero una serie di competenze e quindi andrebbe rapidamente modificato. Secondo la Lega Nord la riforma del Senato è “centralista”, perché mira a ridurre le competenze delle regioni, mentre il nuovo Senato delle autonomie non ha abbastanza poteri da pareggiare la perdita di autonomia regionale.

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