Matteo Renzi e Maria Elena Boschi (Fabio Cimaglia / LaPresse)

E poi c’è questa riforma del Senato

Riepilogo sul tema principale della politica italiana: non sta succedendo niente ma si litiga parecchio

Matteo Renzi e Maria Elena Boschi (Fabio Cimaglia / LaPresse)

Se ne discute da un anno e mezzo, e da mesi quasi quotidianamente c’è qualcuno che sulla riforma del Senato dichiara qualcosa (compreso il presidente del Consiglio Matteo Renzi, e a volte non proprio la stessa cosa) che complica le prospettive, anche col concorso della zizzania esaltata dai media. Martedì c’è stata un’assemblea dei senatori del Partito democratico sulle riforme durante la quale Renzi ha detto che il punto più contestato (quello sull’elezione diretta, ma ci arriviamo) non va messo in discussione. In sostanza, non sta succedendo niente, e le cronache sono occupate da dichiarazioni opposte che ripetono la stessa cosa, un po’ per non cedere la scena mediatica, un po’ per fare tattica in vista di contrattazioni su eventuali cambiamenti.

Cos’è
Semplificando: la riforma del Senato prevede di modificare le funzioni e la composizione del Senato rendendolo non più elettivo, e di eliminare il “bicameralismo paritario”: se la riforma sarà approvata, in sostanza, le leggi non dovranno più essere votate da entrambi i rami del parlamento e il governo sarà tenuto a ricevere la fiducia soltanto dalla Camera. La riforma prevede poi anche l’abolizione del CNEL (il “Consiglio Nazionale dell’Economia e il Lavoro”) e la modifica del Titolo V della Costituzione, che regola i rapporti tra stato e regioni.

A che punto siamo
Le riforme costituzionali, come lo è il disegno di legge Boschi, vanno approvate con una procedura particolare: devono infatti essere votate due volte da entrambi i rami del parlamento. In prima lettura possono ancora essere modificate, la seconda volta vanno approvate oppure respinte “in blocco”. E se in seconda lettura non vengono approvate con una maggioranza di almeno due terzi, devono poi essere sottoposte a un referendum costituzionale senza quorum. Se al referendum la maggioranza più uno dei votanti vota “sì” alle riforme, queste entrano in vigore

Il DDL era stato approvato lo scorso 10 marzo alla Camera dei Deputati con alcune modifiche rispetto al testo approvato dal Senato l’8 agosto del 2014. Il testo – che attualmente è in commissione Affari costituzionali – deve quindi tornare al Senato dove è probabile che sarà ulteriormente modificata, cosa che obbligherà quindi a un nuovo passaggio alla Camera. Se invece dovesse passare senza nuovi emendamenti, andrà in seconda lettura sia alla Camera che al Senato, come richiede il procedimento di revisione costituzionale. In caso di maggioranza la riforma entrerà in vigore, in caso contrario dovrà essere sottoposta a referendum (anche se il governo si è impegnato a convocarlo in ogni caso).

Emendamenti
Il disegno di legge è ora all’esame della Commissione Affari Costituzionali: sono stati presentati 513.450 emendamenti che cominceranno a essere discussi martedì 15 settembre. Gli emendamenti più importanti, quelli presentati dalla cosiddetta minoranza del PD, sono 17 e sono stati presentati da 28 senatori. Tre di questi emendamenti fanno riferimento all’articolo 2 della riforma, il vero oggetto del contendere.

L’articolo 2
L’articolo 2 della riforma è quello che viene maggiormente contestato, soprattutto dalla minoranza interna al Partito Democratico. Si tratta dell’articolo che ha che fare con la composizione del nuovo senato – che sarà formato da «95 senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali» più 5 senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica – e con la sua non elettività.

Il tema è riassunto in una preposizione: il testo dell’articolo 2 che regola la riforma del Senato non elettivo è stato approvato dalle due Camere con una differenza. Al Senato è passata così: «La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali nei quali sono stati eletti» e non esclude quindi l’elezione diretta dei senatori. Alla Camera è stata invece approvata con questo testo: «La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti». In questa versione i senatori si intendono quindi eletti dai Consigli regionali.

Il problema principale è se in aula (nel caso, probabile, in cui gli emendamenti all’articolo 2 vengano bocciati in commissione) si possa tornare o meno, in base al regolamento del Senato, sulla modifica dell’articolo 2. Si tratta di una questione controversa su cui diversi costituzionalisti hanno espresso opinioni contrapposte (alcuni dicono che si può modificare, altri no). La decisione finale spetterà comunque al presidente del Senato Grasso che in diverse interviste ha dichiarato di non aver preso ancora una decisione.

Cosa dice la minoranza el Pd
La maggior parte dei senatori del Partito democratico difende la riforma così com’è, compresa la relatrice Anna Finocchiaro. All’inizio di agosto il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano aveva scritto una lettera al Corriere della Sera in cui difendeva il progetto: gli argomenti dei sostenitori delle ddl sono una sostanziale condivisione della legge così come è stata scritta dal governo e il fatto che le parti più contestate sono già state approvate da entrambe le camere. La discussione dovrebbe dunque essere chiusa altrimenti si rischia un allungamento dei tempi.

Matteo Renzi – e l’ha dichiarato durante la riunione di ieri con i senatori del Pd – sostiene che sull’articolo 2 della riforma costituzionale «c’è stata, piaccia o non piaccia, una doppia lettura, salvo per una preposizione». Preposizione che, secondo i critici introduce però un cambiamento significativo. Per il senatore del Pd Vannino Chiti, esponente della minoranza, «senza modificare l’articolo 2 non è possibile un’intesa: non per pregiudiziali ma per serietà e rispetto della Costituzione. Ed anche per rispetto dei cittadini. Non si può avere un senato semi-elettivo. Non si può chiedere ai cittadini di partecipare a mezzo servizio, senza contare e decidere». La stessa cosa ripetono da settimane Bersani e Gotor. I firmatari del Pd degli emendamenti per il Senato elettivo sono comunque 28 in totale.

I numeri del governo al Senato
La maggioranza assoluta al Senato si ottiene con 161 voti. Il PD ne ha 113 ma in realtà sono 112, perché il presidente Grasso per prassi non vota. “Area Popolare” (NCD-UdC) ha altri 35 seggi, e insieme fanno 147. Poi ci sono 19 senatori del gruppo “Per le autonomie”, che non va confuso con “Grandi Autonomie e Libertà” che invece sta il più delle volte col centrodestra: fanno 166. Poi ci sono altri voti che arrivano a volte dal gruppo misto, compresi quelli dei senatori a vita, in tutto portano il conto teorico intorno a 170, ammesso che ci siano tutti e siano tutti d’accordo. Più concretamente, il Jobs Act è passato con 166 voti, l’ultima legge di stabilità con 162, il DEF con 165.

Allo stato attuale, quindi, il governo dovrebbe avere al Senato una maggioranza sottile ma stabile. Questo tema però è collegato direttamente ai rapporti interni al Partito Democratico, e durante la discussione della legge elettorale 22 senatori del PD votarono contro un emendamento – il cosiddetto “super-canguro” – che avrebbe impedito l’ostruzionismo. Dopo la decisione del governo di chiedere il voto di fiducia per approvare l’Italicum alla Camera, i rapporti tra le due correnti del partito si sono ulteriormente deteriorati. Basterebbero quindi pochi dissidenti all’interno del PD che effettivamente decidano di non votare o delle altre forze alleate per bloccare la riforma al Senato. I senatori di Forza Italia, che si sono riuniti ieri sera, hanno confermano il loro no alla riforma e hanno dichiarato che Renzi non ha i numeri per farla passare.

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