Un'attivista per i diritti delle donne a Santiago, novembre 2014 (MARTIN BERNETTI/AFP/Getty Images)
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  • mercoledì 5 Agosto 2015

In Cile si parla di nuovo di aborto

La legge per consentire l’interruzione di gravidanza almeno in alcuni casi sta facendo i primi passi in Parlamento, ma arrivare all'approvazione sarà molto complicato

Un'attivista per i diritti delle donne a Santiago, novembre 2014 (MARTIN BERNETTI/AFP/Getty Images)

Il Cile, uno dei paesi più conservatori dell’America Latina in tema di diritti civili, ha fatto un piccolo passo in avanti per eliminare il totale divieto di aborto in vigore nel paese. La commissione Salute della Camera dei deputati (la camera bassa del Congresso nazionale) ha infatti approvato con otto voti a favore e cinque contrari il disegno di legge presentato dalla presidente Michelle Bachelet lo scorso gennaio per consentire l’interruzione di gravidanza almeno in alcuni casi: quando è a rischio la salute della donna, quando la gravidanza è la conseguenza di uno stupro o in caso di malformazioni del feto.

La legge dovrà ora essere approvata a maggioranza semplice sia dalla Camera che dal Senato, dove però l’opposizione è molto forte e dove la stessa coalizione di governo di centrosinistra che sostiene Bachelet si è divisa: i detrattori della legge hanno detto che l’opzione della possibilità dell’aborto in caso di violenza sessuale deve essere eliminata e che anche per le altre due circostanze dovranno essere introdotti dei cambiamenti significativi. Per ora solamente 55 membri della Camera bassa hanno dato il loro sostegno completo al disegno di legge, ma serviranno almeno 61 voti a favore affinché la proposta superi il primo esame. La presidente Michelle Bachelet – che è un’ex pediatra, non è credente, è madre divorziata di tre figli e dal 2010 al 2013 è stata direttrice esecutiva dell’Ente delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’empowerment femminile (UN Women) – aveva basato la sua campagna elettorale nel 2013 su un programma molto ambizioso che comprendeva una riforma tributaria, la depenalizzazione dell’aborto e una serie di altre riforme costituzionali.

In Cile il divorzio è stato riconosciuto solo nel 2004 e all’inizio di quest’anno il congresso ha votato a favore delle unioni civili per le coppie omosessuali. Di recente è iniziato a Santiago anche un programma pilota per l’uso della marijuana a scopi terapeutici. In materia di aborto, però, non c’è stato alcun progresso, anche se secondo un sondaggio pubblicato nel 2014 il 71 per cento dei cileni ha detto di essere favorevole all’aborto in caso di stupro, di rischio per il feto o per la salute della donna.

Il Cile aveva legalizzato l’aborto per motivi medici nel 1931, 18 anni prima che venisse permesso alle donne di votare. Ma durante la dittatura del generale Augusto Pinochet l’interruzione di gravidanza è stata vietata in tutte le circostanze e questa posizione è stata ed è tuttora sostenuta dalla chiesa cattolica, che ha nel paese una grande influenza. Il voto alla commissione Salute della Camera dei deputati è stato preceduto da una massiccia campagna di alcuni leader religiosi, tra cui cinque vescovi cattolici, che rivolgendosi direttamente ai deputati avevano fatto appello al «divieto morale» di sostenere la nuova proposta di legge. La campagna, pubblicata sui principali giornali del paese domenica scorsa, ha suscitato varie proteste: Ricardo Rincon, uno degli esponenti del partito cristiano-democratico, ha detto che la Chiesa «deve smettere di confondere i cittadini», Claudia Pascual, ministra cilena per i diritti delle donne, ha accusato la chiesa di «ostacolare il dibattito parlamentare» e Rosario Puga, portavoce di “Miles”, organizzazione non governativa che si batte per i diritti sessuali e riproduttivi delle donne e che ha pubblicato di recente una serie di video con finti tutorial per spiegare alle donne come interrompere una gravidanza, ha sottolineato che l’aborto era legale in Cile e che si sta semplicemente «cercando di recuperare un diritto» cancellato dalla dittatura.

Il Cile è uno dei sei paesi del mondo che proibisce l’aborto in qualsiasi caso, la maggior parte dei quali si trova in America Latina; ce ne sono poi altri in cui la legislazione è talmente restrittiva che di fatto si può parlare di divieto (in questa infografica del Guardian c’è un punto della situazione). Attualmente le donne cilene che abortiscono possono essere punite con il carcere fino a cinque anni. L’aborto viene comunque praticato in modo illegale o, come ha detto qualche mese fa la ministra della Salute Helia Molina, che poi si è dovuta dimettere, nelle cliniche in cui «le persone ricche non hanno bisogno delle leggi per far abortire le figlie perché possono pagare». Si stima che in Cile vengano eseguiti 120 mila aborti clandestini ogni anno: la maggior parte dei quali con il misoprostolo, farmaco che viene acquistato sul mercato nero. Quelle che possono permettersi di viaggiare vanno ad abortire nella vicina Argentina o altrove.

Quando gli aborti illegali falliscono o ci sono delle complicazioni, le donne cilene spesso scelgono di non rivolgersi alle strutture ospedaliere poiché l’attuale legge obbliga i medici a denunciare le pazienti e a chiamare la polizia. All’inizio di quest’anno, a Calama, una donna che ha tentato un aborto, dopo aver avuto una grave emorragia è stata portata al pronto soccorso: i medici hanno trovato tracce di misoprostolo nel suo corpo, l’hanno denunciata e fatta arrestare mentre era ancora in ospedale. Una portavoce delle Nazioni Unite in Cile è intervenuta nel dibattito sulla nuova legge spiegando anche che nel paese avvengono 17 stupri al giorno, che in molti casi sono commessi dai familiari della donna e che molte di queste donne sono minorenni.