Papa Francesco, 6 giugno 2015 (AP Photo/Andrew Medichini, File)
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  • martedì 16 Giugno 2015

La prima enciclica di Papa Francesco

Abbiamo letto la bozza – pubblicata in anticipo dall'Espresso – dell'atteso documento del Papa sull'ambiente, i cambiamenti climatici e la «cura della casa comune»

Papa Francesco, 6 giugno 2015 (AP Photo/Andrew Medichini, File)

L’Espresso ha pubblicato una bozza della prima enciclica di Papa Francesco, due giorni prima della sua diffusione ufficiale prevista per mezzogiorno di giovedì 18 giugno. Il testo, al di là di qualche variazione, è molto simile a quello definitivo. Dopo l’uscita anticipata, il portavoce della Sala stampa della Santa Sede, Federico Lombardi, ha detto: «È stato pubblicato il testo italiano di una bozza dell’Enciclica del Papa “Laudato si'”. Si fa presente che non si tratta del testo finale e che la regola dell’embargo rimane in vigore». Non c’è stata dunque una smentita sull’autenticità del testo. Papa Francesco aveva già pubblicato una precedente enciclica, ma basata su alcuni scritti e su un lavoro precedente di Papa Benedetto XVI: questo è il primo testo di questa importanza messo insieme interamente da lui.

L’enciclica è uno dei più importanti documenti pontifici; questa di Papa Francesco è scritta con un linguaggio molto semplice, poco pomposo, ed è dedicata alla «cura della casa comune». Si intitola «Laudato si’», ripreso dal Cantico delle Creature di Francesco d’Assisi. Nell’enciclica Papa Francesco parla della protezione del mondo, del riscaldamento globale, di biodiversità, dello scioglimento dei ghiacciai, dei paesi in via di sviluppo, del «nuovo paradigma» e delle «forme di potere che derivano dalla tecnologia», di «altri modi di intendere l’economia e il progresso», della «necessità di dibattiti sinceri e onesti», attraverso argomentazioni sia scientifiche che etiche. Il Papa dice di rivolgersi a tutti gli esseri umani – non solo ai cattolici – per prevenire la distruzione dell’ecosistema prima della fine del secolo e per stabilire una nuova autorità politica per combattere l’inquinamento. A Parigi è previsto per il prossimo novembre un vertice delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico.

L’enciclica è formata da un’introduzione, sei capitoli e due preghiere finali.

Introduzione
L’incipit è ripreso da San Francesco d’Assisi, che il Papa definisce esempio di «cura per ciò che è debole e di una ecologia integrale, vissuta con gioia e autenticità»:

«Laudato si’, mi’ Signore», cantava san Francesco d’Assisi. In questo bel cantico ci ricordava che la nostra casa comune è anche come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia: «Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba».

Papa Francesco dice che «questa sorella» terra «protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla». Cita poi i contributi dei Papi precedenti sui tempi ambientali, ma anche quelli al di fuori della Chiesa Cattolica e di altre religioni (quelli del Patriarca Bartolomeo, per esempio).

Nell’introduzione Papa Francesco rivolge un appello:

«La sfida urgente di proteggere la nostra casa comune comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono cambiare. (…) L’umanità ha ancora la capacità di collaborare per costruire la nostra casa comune. (…) Rivolgo un invito urgente a rinnovare il dialogo sul modo in cui stiamo costruendo il futuro del pianeta. Abbiamo bisogno di un confronto che ci unisca tutti, perché la sfida ambientale che viviamo, e le sue radici umane, ci riguardano e ci toccano tutti».

Il Papa dice dunque di voler contribuire proponendo «alcune linee di maturazione umana ispirate al tesoro dell’esperienza spirituale cristiana».

Capitolo 1
Il primo capitolo è dedicato a quello «che sta accadendo alla nostra casa» poiché, specifica, «il cambiamento è qualcosa di auspicabile, ma diventa preoccupante quando si muta in deterioramento del mondo e della qualità della vita di gran parte dell’umanità».

Papa Francesco affronta il tema dell’inquinamento, dei cambiamenti climatici e della cultura dello scarto «che colpisce tanto gli esseri umani esclusi quanto le cose che si trasformano velocemente in spazzatura»; affronta la questione dell’esaurimento delle risorse naturali («Conosciamo bene l’impossibilità di sostenere l’attuale livello di consumo dei Paesi più sviluppati e dei settori più ricchi delle società») e in particolare dell’acqua. E infine parla della perdita di biodiversità, citando l’Amazzonia e i ghiacciai e dicendo che è «necessario investire molto di più nella ricerca, per comprendere meglio il comportamento degli ecosistemi e analizzare adeguatamente le diverse variabili di impatto di qualsiasi modifica importante dell’ambiente».

Nel primo capitolo un paragrafo è dedicato agli effetti «del degrado ambientale, dell’attuale modello di sviluppo e della cultura dello scarto sulla vita delle persone»: il Papa parla della «smisurata e disordinata crescita di molte città che sono diventate invivibili dal punto di vista della salute», della «privatizzazione degli spazi» che «ha reso difficile l’accesso dei cittadini a zone di particolare bellezza», delle «dinamiche dei media e del mondo digitale, che, quando diventano onnipresenti, non favoriscono lo sviluppo di una capacità di vivere con sapienza, di pensare in profondità, di amare con generosità», e del legame molto stretto tra deterioramento dell’ambiente e quello della società che colpiscono i più deboli del pianeta:

«La terra dei poveri del Sud è ricca e poco inquinata, ma l’accesso alla proprietà dei beni e delle risorse per soddisfare le proprie necessità vitali è loro vietato da un sistema di rapporti commerciali e di proprietà strutturalmente perverso».

Il primo capitolo si conclude enunciando la necessità di «creare un sistema normativo che includa limiti inviolabili e assicuri la protezione degli ecosistemi» e con una critica alla «debolezza» della reazione politica internazionale e a un’ecologia «superficiale o apparente»: «I poteri economici continuano a giustificare l’attuale sistema mondiale, in cui prevalgono una speculazione e una ricerca della rendita finanziaria che tendono ad ignorare ogni contesto e gli effetti sulla dignità umana e sull’ambiente».

Capitolo 2
Il secondo capitolo è dedicato al Vangelo della creazione: «Voglio mostrare fin dall’inizio come le convinzioni di fede offrano ai cristiani, e in parte anche ad altri credenti, motivazioni alte per prendersi cura della natura e dei fratelli e sorelle più fragili». Vengono analizzati i passi della Bibbia in cui ci si occupa del «rapporto dell’essere umano con il mondo».

Papa Francesco ribadisce infine che l’ambiente è un «bene collettivo» e che «ogni approccio ecologico deve integrare una prospettiva sociale che tenga conto dei diritti fondamentali dei più svantaggiati. Il principio della subordinazione della proprietà privata alla destinazione universale dei beni e, perciò, il diritto universale al loro uso, è una “regola d’oro” del comportamento sociale, e il “primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale” La tradizione cristiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata».

Capitolo 3
Se finora sono stati analizzati «i sintomi», il terzo capitolo è dedicato alla «radice umana della crisi ecologica. Vi è un modo di comprendere la vita e l’azione umana che è deviato e che contraddice la realtà fino al punto di rovinarla. Perché non possiamo fermarci a riflettere su questo?»

L’enciclica prosegue con un’analisi dei progressi tecnologici di cui «è giusto rallegrarsi e entusiasmarsi» per le «ampie possibilità» che ci hanno aperto e per il miglioramento della qualità della vita degli esseri umani. La tecnoscienza «ben orientata», scrive il Papa, è anche in grado «di produrre il bello e di far compiere all’essere umano, immerso nel mondo materiale, il “salto” nell’ambito della bellezza. Si può negare la bellezza di un aereo, o di alcuni grattacieli? Vi sono preziose opere pittoriche e musicali ottenute mediante il ricorso ai nuovi strumenti tecnici». Tuttavia:

«Non possiamo ignorare che l’energia nucleare, la biotecnologia, l’informatica, la conoscenza del nostro stesso DNA e altre potenzialità che abbiamo acquisito ci offrono un tremendo potere. Anzi, danno a coloro che detengono la conoscenza e soprattutto il potere economico per sfruttarla un dominio impressionante sull’insieme del genere umano e del mondo intero. Mai l’umanità ha avuto tanto potere su sé stessa e niente garantisce che lo utilizzerà bene, soprattutto se si considera il modo in cui se ne sta servendo».

L’altro problema affrontato dal Papa è la «globalizzazione del paradigma tecnocratico», che ha portato a una «concezione del soggetto che progressivamente, nel processo logico-razionale, comprende e in tal modo possiede l’oggetto che si trova all’esterno». La critica è dunque all’antropocentrismo, ma anche all’economia e alla finanza che assumono «ogni sviluppo tecnologico in funzione del profitto, senza prestare attenzione a eventuali conseguenze negative per l’essere umano». Per questo, dice, è necessaria una «rivoluzione culturale»:

«La scienza e la tecnologia non sono neutrali, ma possono implicare dall’inizio alla fine di un processo diverse intenzioni e possibilità, e possono configurarsi in vari modi. Nessuno vuole tornare all’epoca delle caverne, però è indispensabile rallentare la marcia per guardare la realtà in un altro modo, raccogliere gli sviluppi positivi e sostenibili, e al tempo stesso recuperare i valori e i grandi fini distrutti da una sfrenatezza megalomane».

Da qui si arriva alla critica del relativismo pratico, «patologia che spinge una persona ad approfittare di un’altra e a trattarla come un mero oggetto, obbligandola a lavori forzati, o riducendola in schiavitù a causa di un debito» (di passaggio Papa Francesco cita anche «lo scarto di bambini perché non rispondono al desiderio dei loro genitori»), alla difesa di un lavoro che ci renda «più capaci di cura e di rispetto verso l’ambiente» e alle innovazioni biologiche:

«Non è possibile frenare la creatività umana. Se non si può proibire a un artista di esprimere la sua capacità creativa, neppure si possono ostacolare coloro che possiedono doni speciali per lo sviluppo scientifico e tecnologico, le cui capacità sono state donate da Dio per il servizio degli altri. Nello stesso tempo, non si può fare a meno di riconsiderare gli obiettivi, gli effetti, il contesto e i limiti etici di tale attività umana che è una forma di potere con grandi rischi. (…)

È difficile emettere un giudizio generale sullo sviluppo di organismi geneticamente modificati (OGM), vegetali o animali, per fini medici o in agricoltura, dal momento che possono essere molto diversi tra loro e richiedere distinte considerazioni. D’altra parte, i rischi non vanno sempre attribuiti alla tecnica stessa, ma alla sua inadeguata o eccessiva applicazione. In realtà, le mutazioni genetiche sono state e sono prodotte molte volte dalla natura stessa. Nemmeno quelle provocate dall’essere umano sono un fenomeno moderno. La domesticazione di animali, l’incrocio di specie e altre pratiche antiche e universalmente accettate possono rientrare in queste considerazioni».

Papa Francesco ricorda che l’inizio degli sviluppi scientifici sui cereali transgenici è stato «l’osservazione di batteri che naturalmente e spontaneamente producevano una modifica nel genoma di un vegetale». Tuttavia dice: «sebbene non disponiamo di prove definitive circa il danno che potrebbero causare i cereali transgenici agli esseri umani e che in alcune regioni il loro utilizzo ha prodotto una crescita economica che ha contribuito a risolvere alcuni problemi, si riscontrano significative difficoltà che non devono essere minimizzate». Parla della scomparsa dei piccoli produttori, della distruzione in alcune regioni «della complessa trama degli ecosistemi» che «colpisce il presente o il futuro delle economie», della «tendenza allo sviluppo di oligopoli nella produzione di sementi e di altri prodotti necessari per la coltivazione». Per questo, conclude, «c’è bisogno di un’attenzione costante, che porti a considerare tutti gli aspetti etici implicati».

Capitolo 4
Il quarto capitolo è dedicato all’ecologia integrale, a quella culturale e a quella della vita quotidiana:

«È fondamentale cercare soluzioni integrali, che considerino le interazioni dei sistemi naturali tra loro e con i sistemi sociali. Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura».

«Insieme al patrimonio naturale, vi è un patrimonio storico, artistico e culturale, ugualmente minacciato. È parte dell’identità comune di un luogo e base per costruire una città abitabile. Non si tratta di distruggere e di creare nuove città ipoteticamente più ecologiche, dove non sempre risulta desiderabile vivere. Bisogna integrare la storia, la cultura e l’architettura di un determinato luogo, salvaguardandone l’identità originale. Perciò l’ecologia richiede anche la cura delle ricchezze culturali dell’umanità nel loro significato più ampio. In modo più diretto, chiede di prestare attenzione alle culture locali nel momento in cui si analizzano questioni legate all’ambiente, facendo dialogare il linguaggio tecnico-scientifico con il linguaggio popolare».

«Per poter parlare di autentico sviluppo, occorrerà verificare che si produca un miglioramento integrale nella qualità della vita umana, e questo implica analizzare lo spazio in cui si svolge l’esistenza delle persone. Gli ambienti in cui viviamo influiscono sul nostro modo di vedere la vita, di sentire e di agire. Al tempo stesso, nella nostra stanza, nella nostra casa, nel nostro luogo di lavoro e nel nostro quartiere facciamo uso dell’ambiente per esprimere la nostra identità. Ci sforziamo di adattarci all’ambiente, e quando esso è disordinato, caotico o saturo di inquinamento visivo e acustico, l’eccesso di stimoli mette alla prova i nostri tentativi di sviluppare un’identità integrata e felice».

Su quest’ultimo punto il Papa cita le periferie, la cura dei luoghi pubblici, la mancanza di alloggi, il traffico, i trasporti «che sono spesso causa di grandi sofferenze per gli abitanti». Diversi paragrafi sono dedicati al bene comune, che

«presuppone il rispetto della persona umana in quanto tale, con diritti fondamentali e inalienabili ordinati al suo sviluppo integrale. Esige anche i dispositivi di benessere e sicurezza sociale e lo sviluppo dei diversi gruppi intermedi, applicando il principio di sussidiarietà. Tra questi risalta specialmente la famiglia, come cellula primaria della società. Infine, il bene comune richiede la pace sociale, vale a dire la stabilità e la sicurezza di un determinato ordine, che non si realizza senza un’attenzione particolare alla giustizia distributiva, la cui violazione genera sempre violenza. Tutta la società – e in essa specialmente lo Stato – ha l’obbligo di difendere e promuovere il bene comune»

L’ultima parte del quarto capitolo è dedicata alla giustizia tra le generazioni:

«Ormai non si può parlare di sviluppo sostenibile senza una solidarietà fra le generazioni. Quando pensiamo alla situazione in cui si lascia il pianeta alle future generazioni, entriamo in un’altra logica, quella del dono gratuito che riceviamo e comunichiamo. Se la terra ci è donata, non possiamo più pensare soltanto a partire da un criterio utilitarista di efficienza e produttività per il profitto individuale. Non stiamo parlando di un atteggiamento opzionale, bensì di una questione essenziale di giustizia, dal momento che la terra che abbiamo ricevuto appartiene anche a coloro che verranno».

Capitolo 5
Nel quinto capitolo Papa Francesco cita il movimento ecologico mondiale, la Convenzione di Basilea sui rifiuti pericolosi, la Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile denominata “Rio+20” (Rio de Janeiro 2012) sulla riduzione del gas serra, ma critica allo stesso tempo «i Vertici mondiali sull’ambiente degli ultimi anni» che «non hanno risposto alle aspettative perché, per mancanza di decisione politica, non hanno raggiunto accordi ambientali globali realmente significativi ed efficaci».

Perciò, dice, «urgono accordi internazionali» ed è necessario che gli Stati stabiliscano «percorsi concordati per evitare catastrofi locali che finirebbero per danneggiare tutti»:

«Rispondendo a interessi elettorali, i governi non si azzardano facilmente a irritare la popolazione con misure che possano intaccare il livello di consumo o mettere a rischio investimenti esteri. La miope costruzione del potere frena l’inserimento dell’agenda ambientale lungimirante all’interno dell’agenda pubblica dei governi. Si dimentica così che il tempo è superiore allo spazio»

La politica non deve sottomettersi all’economia, dice il Papa, e fa degli esempi:

«Uno studio di impatto ambientale non dovrebbe essere successivo all’elaborazione di un progetto produttivo o di qualsiasi politica, piano o programma. Va inserito fin dall’inizio e dev’essere elaborato in modo interdisciplinare, trasparente e indipendente da ogni pressione economica o politica. Dev’essere connesso con l’analisi delle condizioni di lavoro e dei possibili effetti sulla salute fisica e mentale delle persone, sull’economia locale, sulla sicurezza. I risultati economici si potranno così prevedere in modo più realistico, tenendo conto degli scenari possibili ed eventualmente anticipando la necessità di un investimento maggiore per risolvere effetti indesiderati che possano essere corretti».

Capitolo 6
Il sesto capitolo si intitola “Educazione e spiritualità ecologica” e dice che le azioni dal basso, come per esempio il cambiamento negli stili di vita, possono dare un contributo fondamentale alla difesa dell’ambiente («Non bisogna pensare che questi sforzi non cambieranno il mondo»):

«Un cambiamento negli stili di vita potrebbe arrivare ad esercitare una sana pressione su coloro che detengono il potere politico, economico e sociale. È ciò che accade quando i movimenti dei consumatori riescono a far sì che si smetta di acquistare certi prodotti e così diventano efficaci per modificare il comportamento delle imprese, forzandole a considerare l’impatto ambientale e i modelli di produzione. È un fatto che, quando le abitudini sociali intaccano i profitti delle imprese, queste si vedono spinte a produrre in un altro modo. Questo ci ricorda la responsabilità sociale dei consumatori. «Acquistare è sempre un atto morale, oltre che economico».146 Per questo oggi «il tema del degrado ambientale chiama in causa i comportamenti di ognuno di noi».

Per questo è necessaria un’educazione ambientale che non si limiti a informare, ma che sia in grado di «far maturare delle abitudini». Tra gli ambiti educativi, Papa Francesco cita la scuola, la famiglia, i mezzi di comunicazione e la catechesi: «Alla politica e alle varie associazioni compete uno sforzo di formazione delle coscienze. Compete anche alla Chiesa». Papa Francesco torna a citare Francesco D’Assisi, ma anche Maria (che «ora si prende cura con affetto e dolore materno di questo mondo ferito») e santa Teresa di Lisieux, mistica francese:

«L’esempio di santa Teresa di Lisieux ci invita alla pratica della piccola via dell’amore, a non perdere l’opportunità di una parola gentile, di un sorriso, di qualsiasi piccolo gesto che semini pace e amicizia. Un’ecologia integrale è fatta anche di semplici gesti quotidiani nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo. Viceversa, il mondo del consumo esasperato è al tempo stesso il mondo del maltrattamento della vita in ogni sua forma».

Il sesto e ultimo capitolo si conclude con queste parole:

«Camminiamo cantando! Che le nostre lotte e la nostra preoccupazione per questo pianeta non ci tolgano la gioia della speranza».

L’Enciclica termina però con due preghiere: Preghiera per la nostra terra e Preghiera cristiana con il creato.