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Il film sull’esperimento della prigione di Stanford

È stato un famoso (e molto criticato) esperimento psicologico: è uscito il trailer del film che ne racconta la storia

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È stato diffuso negli ultimi giorni – e sta girando molto su internet – il trailer di The Stanford Prison Experiment, un film che racconta il controverso esperimento della prigione di Stanford: un esperimento psicologico che nel 1971 ricreò le dinamiche di un carcere, dividendo dei volontari che scelsero di parteciparvi tra carcerati e secondini. L’esperimento faceva parte di una ricerca del Dipartimento di psicologia dell’Università di Stanford, in California, si svolse nei sotterranei dell’università e aveva lo scopo di studiare “Cosa succede se si mette della brava gente in un posto “cattivo?“.

The Stanford Prison Experiment uscirà nei cinema statunitensi il 17 luglio e per il momento non ci sono informazioni sulla sua eventuale distribuzione in Italia. Il film è stato presentato nel gennaio 2015 al Sundance Film Festival, un festival dedicato al cinema indipendente, ed è dal 2002 che si parla della sua realizzazione. Il regista è lo statunitense Kyle Patrick Alvarez e lo sceneggiatore è Tim Talbott, uno degli sceneggiatori di South Park. Nel cast ci sono Olivia Thirlby, Ezra Miller e Billy Crudup. Il film ha ricevuto fin qui poche ma buone recensioni: su IMDB ha una valutazione media di 6,8 su 10 da parte degli utenti e una valutazione di 77 su 100 dai critici cinematografici.

Il trailer mostra alcuni momenti dell’esperimento sociale: la selezione dei volontari (si presentarono in 75, furono scelti in 24), la presentazione della ricerca da parte del professor Philip Zimbardo, la divisione tra guardie e secondini e il progressivo deterioramento dell’esperimento, dovuto a un estremizzarsi delle relazioni tra i soggetti del test.

Terminate le selezioni, l’esperimento di Stanford incominciò con gli arresti dei carcerati, che quando si erano offerti volontari non sapevano che tutto sarebbe iniziato con un vero arresto. Una volta trasportati nel luogo dell’esperimento i detenuti furono perquisiti e spogliati secondo le vere procedure allora in vigore negli Stati Uniti. Ai secondini non furono invece date molto indicazioni su come comportarsi: gli venne solo detto che per mantenere l’ordine nella prigione potevano fare qualsiasi cosa, ma era loro vietato di nuocere all’integrità fisica dei detenuti.

Il team di ricercatori e psicologi guidato da Philip Zimbardo seguì l’intero esperimento attraverso delle videocamere, senza mai interferire con i soggetti e le loro azioni. Per rendere il tutto più realistico, ai detenuti fu vietato di riferirsi alla loro situazione come a un esperimento, una prova, qualcosa di non reale. I secondini sembravano inizialmente a disagio nella loro situazione, ma dopo solo un giorno le posizioni si fecero estreme: modi e comportamenti delle guardie divennero più convinti e drastici. I prigionieri iniziarono invece a sentirsi vessati e maltrattati: fecero delle rivolte (per cui furono puniti dai secondini) ed elaborarono dei piani di fuga (che non finirono bene): tutto questo portò dopo sei giorni alla sospensione dell’esperimento, che sarebbe dovuto durare 14 giorni. Nei colloqui seguenti i prigionieri dimostrarono tutti di essere sollevati e contenti della conclusione anticipata; le guardie invece ne erano molto insoddisfatte.

Alcuni studiosi misero successivamente in discussione il comportamento del professor Zimbardo. Tra questi, gli psicologi che condussero il “BBC Prison Study” trent’anni dopo: secondo loro, lo psicologo, agendo da “sovrintendente capo” della prigione e indirizzando alcuni discorsi alle guardie, avrebbe falsato il loro comportamento e avrebbe dato troppe istruzioni implicite su come comportarsi. Una guardia che partecipò all’esperimento è convinta ancora oggi che fu Zimbardo a causare il peggioramento della situazione, e che fin dall’inizio lo psicologo cercò di ottenere un “crescendo drammatico”.

Nel 2001, due professori di psicologia britannici, il professor Alex Haslam dell’università di Exeter e il professor Steve Reicher dell’università di St. Andrews, organizzarono un esperimento simile a quello di Stanford. Le registrazioni dell’esperimento vennero trasmesse nella miniserie in cinque puntate The Experiment, trasmessa dalla BBC a maggio 2002 (da cui il nome con cui è noto lo studio, chiamato “BBC Prison Study”).

L’esperimento durò nove giorni, due meno del previsto, e le cose andarono in modo del tutto diverso rispetto allo studio di trent’anni prima: le guardie non si adattarono mai facilmente ai loro ruoli e i prigionieri si ribellarono il sesto giorno riuscendo a prendere il controllo della situazione, ma gli attriti all’interno del gruppo dei detenuti portarono a un nuovo regime in cui alcune guardie si coalizzarono con alcuni detenuti. Solo a questo punto si creò un sistema tirannico simile a quella della prigione di Stanford, e i supervisori decisero di interrompere l’esperimento.

Contrariamente alle conclusioni di Zimbardo, secondo cui è il ruolo assegnato che crea i comportamenti della persona, il BBC Prison Study concluse che le condizioni per la creazione di una tirannia sono che, in primo luogo, si formi autonomamente un gruppo in cui c’è una leadership ben definita, e secondariamente che il gruppo definisca un progetto autoritario con cui pensa di risolvere problemi concreti. A Stanford, secondo Haslam e Reicher, Zimbardo falsò l’esperimento indirizzando le guardie sul loro ruolo e ponendosi così di fatto come il leader della loro fazione.

Seppur molto contestato, l’esperimento di Stanford è stato comunque spesso citato per la sua importanza negli studi di psicologia sociale, e prima di The Stanford Prison Experiment altri film hanno raccontato quelle vicende: il più famoso è stato Das Experiment, film tedesco del 2001.