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L’Italia vista dall’Istat

Cosa dice di interessante il rapporto annuale sulla situazione del paese, tra numeri sull'economia e dati sugli stranieri residenti

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L’Istat, l’istituto nazionale di statistica, ha presentato il suo rapporto annuale sulla situazione dell’Italia. L’intento del rapporto è fare una «riflessione documentata sul presente dell’Italia, utilizzando dati e analisi per descrivere le trasformazioni intervenute nel recente passato e al tempo stesso individuare le prospettive per il futuro e  le potenzialità di crescita del paese». Il volume integrale del rapporto è lungo 293 pagine, ma c’è una sintesi qui e un riassunto per punti qui.
Tutti i dati riferiti agli anni fino al 2014 sono dati effettivi, mentre quelli riferiti al 2015 sono previsioni o al massimo stime approssimative riguardo il primo trimestre.

PIL italiano
Nel rapporto non ci sono grandi sorprese riguardo la situazione macroeconomica italiana (cioè quella che riguarda tutta l’economia nel suo complesso): le cose sono andate male finora, ma ci sono previsioni positive. Lo stesso Istat ha pubblicato poco tempo fa i dati sulla crescita del PIL italiano nel primo trimestre del 2015 (0,3 per cento). Anche il Fondo Monetario Internazionale prevede una crescita positiva dell’Italia per quest’anno dello 0,7 per cento. Queste previsioni sulla crescita sono particolarmente importanti perché sono i primi dati positivi da un bel po’ di tempo: nel 2014 il PIL italiano era diminuito dello 0,4 per cento ed era andato quasi bene, se confrontato con i dati del 2013 (-1,7 per cento) e del 2012 (-2,8 per cento).

Come va il mondo
Per quanto riguarda l’economia globale, l’Istat dice che nel 2014 c’è stata una crescita del 3,4 per cento, in linea con quella del 2013. Questa crescita globale è stata trainata da una maggiore crescita dei paesi avanzati – che nel 2014 sono cresciuti dell’1,8 per cento e nel 2013 erano cresciuti dell’1,4 per cento – mentre c’è stato un lieve rallentamento nella crescita dei paesi emergenti (4,6 per cento contro il 5,0 per cento del 2013). Anche i paesi che usano l’euro come moneta nazionale sono cresciuti nel 2014 dello 0,9 per cento.

Quali cose vanno bene nell’economia italiana
Le esportazioni, per cominciare, sia nel 2014 che nei tre anni precedenti; e dovrebbero andare bene anche nel 2015. Anche i consumi delle famiglie sono cresciuti nel 2014 (nel 2012 e 2013 erano scesi). Secondo l’Istat buona parte dell’aumento dei consumi si deve al rallentamento dell’inflazione, cioè semplificando la crescita dei prezzi col passare del tempo: quando l’inflazione aumenta, i soldi che abbiamo valgono meno; se l’inflazione diminuisce le persone hanno più consapevolezza dei soldi che hanno perché i prezzi crescono poco, quindi sono “incentivate” a spendere di più nel presente. All’inizio del 2015, invece, l’economia italiana è stata trainata principalmente da fattori esterni: le politiche monetarie della Banca Centrale Europea (il cosiddetto “quantitative easing”), la caduta del prezzo del petrolio e il deprezzamento dell’euro. L’Istat però sottolinea che il deprezzamento potrebbe fare rialzare l’inflazione, provocando effetti inversi a quelli descritti sopra.

L’occupazione
Nel 2014 l’occupazione è tornata a crescere (+0,8 per cento), dopo che era diminuita nel 2012 e 2013, soprattutto per gli stranieri residenti e le donne. C’è stato un calo del ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni – uno dei principali ammortizzatori sociali in Italia – in particolare per quanto riguarda le imprese con almeno dieci dipendenti. La disoccupazione è aumentata, dal 12,1 per cento (2013) al 12,7 per cento (2014) mentre in Europa è scesa, in media (è possibile che aumentino contemporaneamente sia l’occupazione che la disoccupazione). In questo inizio di 2015 però le cose si sono messe un po’ peggio: l’occupazione è diminuita e la disoccupazione è aumentata, raggiungendo il 13 per cento. L’unica forma di occupazione che è cresciuta quasi ininterrottamente dall’inizio della crisi è il lavoro part-time, in particolar modo quello involontario (cioè quello di chi in realtà vorrebbe un lavoro a tempo pieno).

Le imprese e il sistema produttivo
La crisi non ha modificato molto il sistema produttivo italiano, che è rimasto caratterizzato dalle piccole imprese. I dati del 2012 dicono che in media la dimensione di un’impresa è di 3,9 addetti, fra le più basse d’Europa; quasi metà degli occupati lavorano in imprese con meno di 10 addetti, definite microimprese. Ci sono 4,2 milioni di microimprese in Italia e circa la metà è composta da un solo individuo: spesso si tratta di forme di autoimpiego, che quindi generalmente non mirano a creare una grande crescita o produttività e che sono considerate uno dei problemi dell’economia italiana.

Sono aumentati però i “gruppi di imprese” – quelle imprese che sono giuridicamente separate, ma possono essere considerate un unico soggetto economico – a cui si deve più della metà di tutto il fatturato del sistema produttivo italiano e circa l’80 per cento di tutto l’export. Attenzione però: i “gruppi di imprese” non sono sempre formati da imprese molto grandi; possono essere anche le microimprese a formare dei gruppi. In generale le imprese che fanno parte di gruppi sono molto più produttive delle altre, cioè producono di più a parità di addetti e mezzi.

Le imprese di maggiori dimensioni – quelle con almeno 250 addetti – sono solo lo 0,1 per cento del totale e occupano poco meno di un quinto di tutti i lavoratori.

Un po’ di numeri sugli stranieri in Italia
Ci sono poco più di 61 milioni di residenti in Italia: l’8,3 per cento – un po’ più di 5 milioni – sono cittadini stranieri e di questi il 40 per cento vivono nelle città del centro-nord. Il 13 per cento dei matrimoni ha almeno uno degli sposi straniero. Nella scuola poco meno del 10 per cento degli studenti – circa 800mila – è straniero. La presenza di studenti stranieri nati in Italia è aumentata del 12 per cento, superando quella degli studenti stranieri arrivati in Italia dopo la nascita. La comunità di stranieri che dice di trovarsi meglio in Italia è quella dei filippini, mentre quella cinese è quella che dice di trovarsi peggio. Il 60 per cento sostiene di parlare e comprendere molto bene l’italiano, la stessa percentuale parla in italiano con gli amici mentre il 38,5 per cento parla italiano anche in famiglia.

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