A che punto siamo con il nuovo Senato

Guida a cosa prevede la riforma al momento, a chi la deve votare, a cosa può succedere

Il 4 maggio la Camera ha definitivamente approvato la nuova legge elettorale, il cosiddetto “Italicum”. Adesso il governo Renzi dovrà riuscire a far approvare l’altra grande riforma istituzionale che aveva promesso di realizzare: la riforma costituzionale del Senato e del Titolo V della Costituzione, con cui si prevede di modificare le funzioni del Senato ed eliminare il “bicameralismo perfetto”: se la riforma sarà approvata, in sostanza, le leggi non dovranno più essere votate da entrambi i rami del parlamento e il governo sarà tenuto a ricevere la fiducia soltanto dalla Camera.
La riforma prevede anche l’abolizione del CNEL (il “Consiglio Nazionale dell’Economia e il Lavoro”) e la modifica del Titolo V della Costituzione, che regola i rapporti tra stato e regioni.

Secondo l’attuale formulazione della legge il nuovo Senato sarà composto da 100 senatori (e non più 315): 74 saranno consiglieri regionali, eletti con metodo proporzionale dai propri Consigli regionali. Ogni regione eleggerà un numerò di senatori sulla base del suo peso demografico, ma con la condizione che nessuna regione possa eleggerne meno di due. Altri 21 senatori saranno eletti, sempre dai Consigli regionali, tra i sindaci, uno per regione. Gli altri cinque senatori saranno nominati dal Capo dello Stato e andranno a sostituire i senatori a vita. Ricapitolando: ci saranno 100 senatori, di cui 74 saranno consiglieri regionali, 21 sindaci e cinque nominati dal capo dello stato. La durata del mandato coinciderà con quello delle istituzioni territoriali di cui i senatori saranno espressione, e non riceveranno alcuna indennità. Avranno però le stesse tutele dei deputati cioè non potranno essere arrestati senza autorizzazione del Senato stesso o essere sottoposti a intercettazione.

Il nuovo Senato sarà tenuto a votare soltanto su un numero limitato di materie: riforme costituzionali, leggi costituzionali, leggi elettorali degli enti locali, ratifiche dei trattati internazionali e leggi sui referendum popolari. Il Senato potrà anche chiedere alla Camera di modificare o discutere altri disegni di legge, ma sulle materie di cui non ha competenza la Camera avrà sempre l’ultima parola.

La riforma del Senato e del Titolo V faceva parte del cosiddetto “patto del Nazareno”, un accordo politico fra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi sulla condivisione delle riforme, annullato nei fatti qualche settimana fa. Ma sembra comunque che Renzi e il PD abbiano ancora i numeri per approvare la legge, sebbene con una maggioranza molto ristretta: cosa che renderà necessario un referendum per confermare la legge.

A che punto siamo
La riforma è contenuta nel disegno di legge 1429 o “DDL Boschi”, dal nome del ministro delle Riforme Maria Elena Boschi. Le riforme costituzionali, come lo è il disegno di legge Boschi, vanno approvate con una procedura particolare: devono infatti essere votate ben due volte da entrambi i rami del parlamento. In prima lettura possono ancora essere modificate, la seconda volta vanno approvate o respinte “in blocco”. E se in seconda lettura non vengono approvate con una maggioranza di almeno due terzi, devono poi essere sottoposte a un referendum costituzionale senza quorum. Se al referendum la maggioranza più uno dei votanti vota “sì” alle riforme, queste entrano in vigore (accadde il contrario con le riforme costituzionali approvate dal centrodestra e rifiutate da un referendum costituzionale nel 2006).

Lo scorso 10 marzo la Camera ha approvato per la prima volta il testo con una maggioranza di 357 voti su 630. Questo significa che ora il DDL Boschi passerà al Senato e se fosse approvato senza ulteriori modifiche dovrà compiere un secondo passaggio sia alla Camera sia al Senato (al Senato, però, è probabile che la legge sia ulteriormente modificata, cosa che obbligherà quindi a un nuovo passaggio alla Camera). Soprattutto al Senato, il governo ha una maggioranza molto esigua: è praticamente impossibile che la legge venga approvata con i due terzi dei voti necessari ad evitare il referendum. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha già annunciato lo scorso marzo che il governo punta a vincere il referendum confermativo che eventualmente dovrà essere convocato. Ricapitolando: per approvare il DDL Boschi manca ancora un voto al Senato, che non è stato ancora calendarizzato, dopodiché serviranno altri due voti in entrambe le Camere e infine un referendum confermativo.

E il patto del Nazareno?
Nelle sue prime fasi parlamentari il DDL Boschi è stato scritto e votato con l’appoggio di Forza Italia nell’ambito di quello che è stato chiamato il “patto del Nazareno“, un accordo tra Silvio Berlusconi e Matteo Renzi per approvare insieme le riforme costituzionali. Lo scorso gennaio, in seguito all’elezione di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica, Forza Italia ha dichiarato rotto il patto e il 10 marzo ha votato contro il DDL Boschi alla Camera. Questo non ha impedito al governo di far approvare la legge con una larga maggioranza. Al Senato le cose potrebbero essere più complicate, ma numeri alla mano i voti di Forza Italia continuano a non essere determinanti.

Il governo, infatti, può contare sulla maggioranza composta da PD, Area Popolare (NCD più UCD), Scelta Civica e Per le Autonomie, quella che attualmente appoggia l’esecutivo. In tutto si tratta di circa 168 senatori, mentre la maggioranza relativa è a quota 161 senatori. A seconda del momento e delle cronache parlamentari, a questi 168 si aggiungono alcuni indipendenti, come i fuoriusciti dal Movimento 5 Stelle. In ogni caso il governo al Senato può contare una maggioranza di appena una decina di voti o poco più: basterebbero quindi pochi dissidenti all’interno del PD o delle altre forze alleate per bloccare la riforma al Senato.

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