• Italia
  • mercoledì 6 maggio 2015

Le ragioni della scuola e quelle del Governo

Il secondo sta facendo molto per la prima, scrive Marco Rossi Doria, ma qualcosa ha evidentemente sbagliato

Marco Rossi Doria, esperto di istruzione e dispersione scolastica, già maestro di strada a Napoli e sottosegretario all’Istruzione, ha scritto sulla Stampa che le manifestazioni di ieri contro la riforma della scuola sono «un paradosso», perché sebbene il governo Renzi abbia «indubbi meriti» in questa vicenda e dopo anni di tagli abbia deciso di investire 3 miliardi, «qualcosa non ha funzionato»: tra chi protestava «c’erano le conservazioni di sempre» ma anche tantissimi docenti e studenti con buoni argomenti e buone intenzioni, e che quindi andrebbero presi sul serio.

Quando si ferma la scuola è una cosa seria. La scuola è, infatti, un luogo che unisce molte cose: si impara il sapere dell’umanità in un tempo di radicale mutamento del come e del cosa si impara, si apprende a stare insieme tra coetanei nel mezzo di una crisi educativa generale che è di tutta la società, è il luogo della Repubblica che è più vicino alle attese e ai sentimenti di ciascuno. Sì, perché la scuola – tra bambini, ragazzi, docenti e altri lavoratori – comprende 9 milioni di persone; e, intorno – tra genitori, nonni e altri – almeno altri 20 milioni. Luogo di speranza e artigianale costruzione, di grande inclusione, di dolorose esclusioni, di meravigliose innovazioni fatte da docenti straordinari, di conservazioni inaccettabili e anche di docenze mediocri.

È per questo e per tanto altro ancora che tutto ricomincia a muovere le menti e i sentimenti quando il tema è la scuola. Esercitare scelte riguardanti la scuola, in modo democratico, non è facile. Ci vogliono processi ben sorvegliati. E’ certo che non tutti possono essere sempre d’accordo. Ma è pur vero che se così tanti – e così diversi tra loro – sono contro una proposta che riguarda la trasformazione della scuola bisogna dare ascolto – per il bene stesso del processo di cambiamento – e riflettere perché, evidentemente, il processo non è andato come poteva.

(continua a leggere sul sito della Stampa)

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