Le risposte della procura ai dubbi sulla grazia a Nicole Minetti, punto per punto
Secondo i magistrati le presunte irregolarità segnalate dal Fatto Quotidiano non hanno fondamento

Secondo la procura generale di Milano non ci sono stati errori nelle valutazioni che lo scorso febbraio avevano portato a concedere la grazia a Nicole Minetti, ex consigliera regionale della Lombardia. Il provvedimento era stato molto discusso sui giornali e nelle televisioni, dopo che un’inchiesta del Fatto Quotidiano ne aveva messo in dubbio le motivazioni. Dopo nuovi approfondimenti chiesti dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, i magistrati hanno concluso che le notizie riportate dal giornale «non corrispondono al vero». La presidenza della Repubblica ha diffuso una nota in cui ha scritto che, preso atto delle conclusioni della procura, «non si ravvisano motivi per una rivalutazione del provvedimento di clemenza adottato».
Minetti aveva chiesto la grazia all’inizio del 2025 per estinguere una pena di 3 anni e 11 mesi per peculato e favoreggiamento della prostituzione, a cui era stata condannata in due diversi processi. Uno era stato il cosiddetto “Ruby-bis”, il secondo di tre processi che riguardarono alcuni scandali sessuali con protagonista Silvio Berlusconi (che fu sempre assolto). Minetti comunque non era mai entrata in carcere, perché aveva ottenuto di scontare la pena con una misura alternativa, cioè l’affidamento in prova ai servizi sociali.
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La procura generale di Milano si era pronunciata a favore della grazia per due motivi: prima di tutto perché riteneva che Minetti avesse cambiato stile di vita rispetto a quello che conduceva all’epoca dei fatti per cui era stata condannata. Poi perché aveva ritenuto valida la motivazione portata dalla stessa Minetti, cioè la necessità di assistere il figlio malato, adottato in Uruguay insieme al compagno Giuseppe Cipriani, che per essere curato doveva essere portato spesso in una clinica negli Stati Uniti.
Per le stesse ragioni anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio si era detto favorevole alla grazia, e a febbraio il presidente della Repubblica aveva firmato il decreto. La notizia però era stata resa pubblica solo ad aprile e nei giorni successivi il Fatto aveva pubblicato diversi articoli che contestavano il parere della procura. Dopo che erano uscite queste notizie, Mattarella aveva chiesto con urgenza ulteriori approfondimenti al ministero della Giustizia, che a sua volta aveva sollecitato le nuove indagini della procura di Milano.
Nei documenti consultati inizialmente dai magistrati il bambino risultava abbandonato: il Fatto invece aveva sostenuto che i genitori biologici ci fossero, ma che Minetti e il compagno avessero fatto loro causa per ottenere la decadenza della responsabilità genitoriale e l’adozione, dopo una prima fase di affidamento. Il giornale sollevava anche alcuni dubbi sulle circostanze della morte di quella che indicava come l’avvocata dei genitori biologici, che secondo la ricostruzione sarebbe stata contraria all’adozione del bambino e che era morta in un incendio in casa sua.
Dopo le nuove indagini la procuratrice generale Francesca Nanni ha scritto, in un documento trasmesso al ministero, che nella procedura di adozione del bambino, riconosciuta anche in Italia, non c’era stata nessuna anomalia. Ha anche detto che la donna morta per un incendio in casa non era la legale dei genitori biologici, ma la tutrice del bambino. Secondo la procura, tra lei e la coppia non c’era stata nessuna conflittualità, visto che lei era favorevole all’adozione e visto che i genitori biologici del bambino non si erano mai presentati in tribunale.
Minetti e Cipriani avevano detto ai magistrati di aver fatto curare il figlio all’estero perché, dopo essersi informati presso alcuni ospedali italiani (il San Raffaele di Milano e l’ospedale di Padova), avevano concluso che le cliniche specializzate per la sua malattia si trovavano negli Stati Uniti. Il Fatto invece aveva sostenuto che questi consulti non fossero mai stati chiesti e che il bambino fosse stato portato negli Stati Uniti senza che la coppia lo avesse formalmente adottato. Infine il quotidiano metteva in dubbio anche il cambio di vita di Minetti, sostenendo di aver saputo, da fonti tenute anonime, di feste con droga ed escort che venivano organizzate nella villa della coppia in Uruguay.

Nicole Minetti nel tribunale di Milano per il processo “Ruby bis” (LaPresse)
La procura invece ha confermato che la coppia aveva chiesto alcuni consulti in diversi ospedali, sia negli Stati Uniti che in Italia, e dice di aver accertato le gravi condizioni di salute del bambino, che richiedono la presenza della madre durante i controlli e le terapie. I magistrati, infine, sostengono di aver raccolto «numerose dichiarazioni» che smentiscono le testimonianze sulle presunte feste con droga ed escort a casa di Minetti e Cipriani, mentre non hanno trovato segnalazioni di reato o pendenze giudiziarie a carico dei due, né in Uruguay né in Spagna, dove avevano vissuto per qualche anno.
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Le richieste di grazia vengono valutate attraverso un procedimento che comincia con una fase istruttoria, cioè di indagine, che viene portata avanti dal procuratore generale della Corte di appello competente per il caso (o dal magistrato di sorveglianza, se il condannato è detenuto). Nel caso di Minetti, la fase istruttoria era stata portata avanti dalla procura generale della Corte di appello di Milano, che alla fine si era pronunciata a favore della grazia. Dopo aver raccolto informazioni sul condannato, la procura esprime un proprio parere e lo trasmette al ministero della Giustizia. Il ministero esprime a sua volta un parere e manda tutta la documentazione al presidente della Repubblica, che prende la decisione finale.
Dopo le nuove indagini, la procura ha di nuovo inviato il suo parere al ministero della Giustizia, che a sua volta ha trasmesso gli atti al presidente della Repubblica. Nella stessa nota in cui il Quirinale ha scritto che non è necessaria una revisione del provvedimento, ha anche implicitamente risposto a chi aveva criticato il ritardo con cui era uscita la notizia della grazia di Minetti. La presidenza ha scritto che non c’è stata nessuna «segretezza inconsueta» e che spesso i decreti di grazia non vengono resi pubblici proprio per non divulgare dati sensibili come malattie, vicende e relazioni familiari, il coinvolgimento di bambini e altri aspetti delicati. Ha fatto sapere che nell’attuale mandato, in corso da oltre 4 anni, sono stati concessi 42 provvedimenti di grazia, ma ne sono stati resi pubblici con un comunicato solo 12.
Nella nota si legge anche che «il Presidente della Repubblica concede abitualmente la grazia, senza farsi influenzare da considerazioni estranee alle finalità umanitarie della grazia».
Gli avvocati di Minetti, Antonella Calcaterra, Emanuele Fisicaro e Paolo Siniscalchi, hanno detto di aver chiesto il risarcimento dei danni al Fatto per gli articoli pubblicati e alle trasmissioni È sempre Cartabianca su Rete 4 e Report su Rai 3, per due puntate andate in onda tra fine aprile e inizio maggio. Il 12 giugno al tribunale di sorveglianza di Milano (quello competente sull’esecuzione delle pene detentive) ci sarà un’udienza pe certificare la cancellazione della pena.
Peter Gomez, direttore del sito del Fatto, ha detto durante la trasmissione Un giorno da pecora, su Rai Radio 1, di prendere atto «che le notizie che abbiamo raccontato non vengono considerate vere senza sentire la fonte da cui provengono», riferendosi alla testimone che aveva raccontato al giornale delle feste nella casa della coppia.



