Un premio per la libertà d’espressione assegnato a Charlie Hebdo fa discutere

Sei scrittori si sono dissociati dalla decisione di una prestigiosa associazione americana e hanno deciso di non partecipare alla premiazione

Il PEN American Center, fondato nel 1922 a New York e succursale statunitense del PEN international – prestigiosa associazione che promuove nel mondo la letteratura, la libertà di espressione e la difesa degli intellettuali perseguitati per le loro opinioni – ha deciso di conferire al settimanale satirico francese Charlie Hebdocolpito da un grave attentato terroristico a Parigi lo scorso gennaio, il premio per il coraggio nella libertà di espressione. Il premio verrà consegnato il prossimo 5 maggio al gala annuale dell’organizzazione a New York e sarà ritirato da Gérard Biard, il nuovo direttore, e da Jean-Baptiste Thoret, collaboratore di Charlie Hebdo scampato alla strage perché in ritardo alla riunione di redazione. Sei scrittori hanno però fatto sapere che non parteciperanno alla serata in segno di protesta: si tratta di Peter Carey, Michael Ondaatje, Francine Prose, Teju Cole, Rachel Kushner e Taiye Selasi.

Rachel Kushner – il suo ultimo romanzo è uscito nel 2014 in Italia con il titolo I lanciafiamme – ha inviato una comunicazione al comitato del PEN American Center accusando Charlie Hebdo di «intolleranza culturale» e di voler imporre una «visione secolare». Peter Carey, che ha vinto due volte il Booker Prize, in un’intervista via email al New York Times ha spiegato che nel decidere di attribuire il premio a Charlie Hebdo l’organizzazione è andata al di là del suo ruolo tradizionale di difesa della libertà di espressione contro la censura dei governi: «È stato commesso un crimine orribile, ma si tratta davvero di una questione di libertà d’espressione?». Facendo poi riferimento alla satira di Charlie Hebdo contro l’Islam e Maometto, ha aggiunto: «Tutto questo è stato complicato dall’apparente cecità del PEN rispetto all’arroganza culturale della Francia, che non rispetta il suo dovere morale nei confronti di una grande e impotente parte della sua popolazione».

Andrew Solomon, presidente dell’associazione, ha detto che i sei autori sono stati gli unici ad aver riconsiderato la loro decisione di partecipare alla premiazione che ogni anno riunisce centinaia di scrittori provenienti da tutto il mondo. Ha anche detto di aver immaginato che l’assegnazione del riconoscimento a Charlie Hebdo poteva essere controversa e discussa, ma ha aggiunto di essere rimasto sorpreso meno dal contenuto delle critiche e più dalla veemenza con cui alcune di queste sono state fatte. In un comunicato, il PEN American Center ha rivendicato la sua scelta spiegando che l’obiettivo di Charlie Hebdo non è «ostracizzare o insultare i musulmani, ma piuttosto di respingere energicamente gli sforzi di una piccola minoranza di estremisti radicali di impedire un ampio numero di dibattiti». E ancora: «Solo una manciata di persone sono disposte a mettersi in pericolo per costruire un mondo in cui siamo tutti liberi di dire ciò in cui crediamo. Continuando le pubblicazioni dopo che i loro uffici sono stati incendiati nel 2011 e di nuovo dopo il massacro di gennaio, le persone che attualmente lavorano a Charlie Hebdo hanno preso quell’esatta posizione». In conclusione, e con un diretto riferimento ai sei autori, è stato scritto: «Ci dispiace di non vederli al gala ma li rispettiamo per le loro convinzioni. Sentiamo davvero il privilegio di vivere in un ambiente in cui le forti e differenti visioni su questioni complesse come questa possono avvenire con rispetto e in modo sicuro».

I ritiri dei sei scrittori riprendono un dibattito piuttosto acceso iniziato subito dopo l’attacco alla redazione di Charlie Hebdo, che ha coinvolto giornali di tutto il mondo (che hanno discusso e scelto per esempio di non pubblicare le vignette del settimanale) e che, semplificando, si è polarizzato in due diverse posizioni: considerare gli autori di Charlie Hebdo come degli eroi della libertà di parola e, di conseguenza, come vittime del terrorismo, oppure considerarli in qualche modo corresponsabili di quanto accaduto e colpevoli di aver attaccato con insistenza la vulnerabile comunità musulmana della Francia.

Il comitato del PEN American Center ha però precisato che non era necessario essere d’accordo con Charlie Hebdo per «affermare i principi» per i quali la rivista si è comunque distinta. Anche Salman Rushdie, ex presidente del PEN che negli anni Novanta è stato costretto per anni a vivere in clandestinità dopo la fatwa pronunciata contro di lui per i Versetti satanici ha difeso l’associazione. Su Twitter ha scritto: «Il premio sarà consegnato. Il PEN è inamovibile. Sono solo sei pappamolle. Sei personaggi in cerca di autore». E ancora: «Se PEN, che è una organizzazione in difesa della libertà di espressione, non potesse difendere e celebrare coloro che sono stati uccisi per aver disegnato delle vignette, l’organizzazione non sarebbe degna del suo nome».