Cosa contesta l’Unione Europea a Google

L'antitrust ha accusato oggi il motore di ricerca di favorire il suo servizio per lo shopping a danno della concorrenza e ha confermato di stare valutando altre accuse anche su Android

La Commissione Europea ha presentato oggi, dopo cinque anni di indagini, una serie di accuse contro la società statunitense Google per avere violato le leggi antitrust dell’Unione Europea. La notizia era stata anticipata ieri notte dal Wall Street Journal, che ne aveva già dato conto due settimane fa. Margrethe Vestager, responsabile dell’antitrust europea, ha deciso di presentare formalmente le accuse dopo essersi consultata con il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, e ha ufficializzato la sua decisione nella mattina di mercoledì.

Shopping
Nei confronti di Google la Commissione ha presentato uno “Statement of Objections”, un documento preliminare nel quale si spiega che l’azienda con il suo motore di ricerca ha penalizzato la concorrenza, ottenendo una posizione dominante sul mercato. L’accusa è principalmente legata ai sistemi per la ricerca di prodotti da acquistare online: secondo la Commissione agli utenti non viene data la possibilità di ottenere sempre i risultati più rilevanti, perché Google favorisce i suoi a scapito di quelli forniti da altri servizi. Per l’antitrust europea il mercato delle ricerche generiche online deve essere differenziato da quello per la comparazione dei prezzi dei prodotti che si possono acquistare su Internet, nel quale Google ha moltissimi concorrenti.

La Commissione accusa Google di avere favorito il suo servizio “Google Shopping”, mettendo in secondo piano servizi analoghi offerti online da altre aziende. I punti di accusa principali:

• Almeno dal 2008 Google mette in evidenza il suo servizio per lo shopping nelle sue pagine dei risultati, a prescindere dal merito specifico di una ricerca.

• Google non applica al suo sistema per lo shopping la logica delle penalizzazioni che invece applica agli altri servizi analoghi sulla base di determinati parametri, che possono portare un link nelle pagine dei risultati a essere meno in evidenza.

• Froogle, il servizio per lo shopping utilizzato un tempo da Google, non beneficiava di alcun favoritismo e per questo aveva una scarsa resa.

• La condotta di Google ha un impatto negativo sull’esperienza dei consumatori e sull’innovazione: gli utenti non vedono necessariamente i risultati per lo shopping più rilevanti rispetto a ciò che hanno cercato, mentre gli incentivi a innovare per la concorrenza sono molto bassi perché le altre aziende sanno di non poter competere alla pari con Google.

Cosa è richiesto a Google
Sulla base di queste conclusioni, la Commissione ora chiede a Google di cambiare le cose e di trattare il suo servizio per lo shopping allo stesso modo in cui tratta quelli delle altre aziende. Questa soluzione per l’antitrust non avrebbe alcuna conseguenza sugli algoritmi di Google, ma solo un impatto sul modo in cui vengono mostrati i risultati per lo shopping. In sostanza: Google deve mostrare le cose più rilevanti anche in questo campo, come fa per gli altri, senza favorire il suo servizio.

La Commissione ha dato 10 settimane di tempo, a partire da oggi, a Google per rispondere alle accuse sul modo in cui gestisce i suoi servizi per lo shopping online. L’azienda statunitense potrà inviare la sua documentazione in risposta alle accuse e avrà anche la facoltà di richiedere un’audizione presso l’antitrust europea.

Altre accuse
I problemi per Google non si fermano comunque al solo shopping: la Commissione ha confermato di essere al lavoro su altri punti legati alla condotta di Google e a presunte violazioni delle leggi antitrust:

• i sistemi di Google estraggono spesso informazioni da altri siti per dare risposte direttamente nelle pagine dei risultati, rendendo superflua la visita alla fonte dell’informazione, cosa che secondo la Commissione Europea avviene in molti casi senza autorizzazione;

• Google stringe accordi commerciali per favorire il suo sistema di pubblicità online a scapito di quelli della concorrenza, dice sempre la Commissione;

• secondo l’indagine dell’Unione Europea, Google impone agli sviluppatori di siti e applicazioni contratti che impediscono di passare facilmente a servizi diversi dai suoi per la pubblicità online.

Oltre alle accuse che riguardano il motore di ricerca e i servizi annessi, la Commissione oggi ha anche ufficializzato un’indagine che riguarda direttamente Android, il sistema operativo per dispositivi mobili di Google e il più diffuso al mondo. Diversi sviluppatori accusano da tempo Google di avere realizzato un sistema che di fatto obbliga a usare lo store online Google Play per acquistare le applicazioni, rendendo marginali tutti gli store alternativi per l’acquisto di app.

Google controlla il 90 per cento circa del mercato dei motori di ricerca in Europa e secondo diversi osservatori gode di una posizione dominante che lascia pochissimo spazio ai concorrenti. In alcune aree come le informazioni sui viaggi, sulle mappe e sugli acquisti online, Google propone i suoi servizi nelle pagine dei risultati per affinare le ricerche o fornire direttamente informazioni senza che gli utenti debbano visitare altri siti, cosa che secondo i gestori di servizi simili impedisce di essere concorrenti alla pari. Sulla base delle accuse la Commissione Europea potrebbe sanzionare Google con multe estremamente costose, fino a 5,6 miliardi di euro. All’azienda potrebbe anche essere imposto un cambiamento nel modo in cui gestisce il proprio motore di ricerca, con evidenti conseguenze per le sue capacità di ottenere ricavi da questo tipo di attività.

Google in Europa
Google nell’ultimo anno ha dovuto fare i conti con diverse decisioni in ambito europeo poco favorevoli ai suoi interessi. A novembre 2014 il Parlamento dell’Unione Europea ha votato una risoluzione non vincolante con la quale invita la Commissione a fare in modo che il motore di ricerca sia separato dal resto dell’azienda statunitense, sempre per motivi antitrust. Ancora nel 2014 la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha stabilito che i cittadini europei hanno il diritto di chiedere a Google e agli altri motori di ricerca di eliminare dalle loro pagine dei risultati i link verso contenuti che li riguardano, nel caso in cui li ritengano “inadeguati, irrilevanti o non più rilevanti, o eccessivi in relazione agli scopi per cui sono stati pubblicati”. La decisione ha fatto molto discutere, perché secondo la Corte i link devono essere rimossi dalle pagine dei risultati, ma i contenuti cui rinviano possono comunque continuare a esistere normalmente online. In pratica il concetto è di rendere quei contenuti molto più difficili da trovare, senza eliminarli.

Il Parlamento francese sta intanto discutendo una serie di iniziative che potrebbero obbligare Google a rivelare il funzionamento dei suoi algoritmi usati per stabilire l’ordine di importanza dei link nelle sue pagine dei risultati. Questi algoritmi sono segreti per evitare che i gestori dei siti ne approfittino per avvantaggiarsi, anche quando propongono contenuti di scarsa qualità, ma secondo i promotori dell’iniziativa in Francia l’eccessiva segretezza rende il sistema poco trasparente. Il processo di approvazione di una legge che obblighi Google a rivelare informazioni sul suo funzionamento sarà comunque lungo e dall’esito poco scontato: per ora ne sta discutendo il Senato francese, poi toccherà alla Camera e sarà anche necessario il sostegno del governo.

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