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  • martedì 6 Gennaio 2015

Cosa vuole la Palestina

A che punto è la nuova strategia di rivendicazioni diplomatiche, dall'ONU alla Corte Penale Internazionale, che sta facendo parlare di una «nuova era» del conflitto con Israele

Aggiornamento del 07/01/2015: Ban Ki-moon, segretario generale delle Nazioni Unite, ha confermato che dall’inizio di aprile la Palestina entrerà a far parte della Corte Penale Internazionale

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Nelle ultime settimane la stampa internazionale è tornata ad occuparsi dei rapporti tra Israele e Palestina, soprattutto a causa di una serie di richieste diplomatiche dell’Autorità Nazionale Palestinese – l’organismo politico di governo della Palestina – per sbloccare una situazione come noto molto complicata. La strategia diplomatica della Palestina è stata definita come una specie di “atto di forza” e diversi analisti parlano di «una nuova era del conflitto politico e giuridico» tra la Palestina e Israele.

Dall’inizio, in breve
Lo Stato d’Israele nacque nel 1948, dopo che l’ONU decise di dividere un’area precedentemente controllata dal Regno Unito fra arabi ed ebrei (una terza zona, comprendente Gerusalemme, venne sottoposta ad amministrazione fiduciaria dell’ONU stesso). Mentre Israele accettò la soluzione (e Ben Gurion dichiarò l’indipendenza del paese), i palestinesi e gli altri Stati arabi confinanti dichiararono guerra a Israele invadendo il territorio del nuovo stato. A Israele era stato assegnato inizialmente circa il 56 per cento del territorio del mandato britannico: dopo aver vinto il conflitto, Israele conquistò una grande parte di quello assegnato ai palestinesi (circa un terzo). Questa nuova situazione costituisce i cosiddetti “territori del ’67”. La striscia di Gaza venne occupata dall’Egitto e la Cisgiordania dalla Giordania, che si spartì con Israele anche Gerusalemme: del previsto Stato palestinese non se ne fece nulla.

(Cosa sono i confini del 1967)

Nel 1967, con la Guerra dei Sei Giorni Israele si trasformò a tutti gli effetti in una forza occupante: gli israeliani occuparono tutta l’attuale Cisgiordania, compresa l’intera Gerusalemme, oltre a Gaza, il Golan e il Sinai (quest’ultimo venne restituito diversi anni dopo all’Egitto in cambio del trattato di pace). Al contrario delle precedenti, queste nuove conquiste territoriali non sono mai state riconosciute dalle Nazioni Unite. L’ONU, nelle risoluzioni 242 e 338, chiese a Israele di ritirarsi ai territori precedenti al ’67, riconoscendo invece le conquiste del ’48. Israele, al contrario, cominciò a costruire sempre più insediamenti sui territori occupati al di fuori della legalità internazionale (questi insediamenti costituiscono ancora oggi uno dei principali ostacoli alla pace).

(Come sono fatte le colonie israeliane)

Dopo il 1967 la resistenza palestinese cominciò a crescere e ad organizzarsi intorno all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) che nel 1974 fu riconosciuta dall’ONU come unico rappresentante legittimo del popolo palestinese. Il 15 novembre del 1988 il Consiglio nazionale palestinese proclamò lo Stato di Palestina (con capitale Gerusalemme) e Arafat fu eletto presidente. I paesi nel mondo che attualmente riconoscono lo Stato di Palestina sono più di 130; nel 1988 erano invece circa 90 (qui le due mappe).

Israele e OLP giunsero dopo poco a un riconoscimento reciproco e firmarono a Washington (accordi di Oslo, 13 settembre 1993) una dichiarazione di principi che stabiliva che si sarebbe dovuti arrivare alla convivenza tra i due popoli in due diversi Stati. Si trattò della cosiddetta soluzione dei “due popoli-due Stati”, che da allora in poi divenne la base di tutte le trattative di pace ed è ancora la posizione ufficiale di entrambe le parti oltre che di tutti i negoziatori che si sono succeduti negli anni per provare a trovare una soluzione, nonostante siano in molti a sostenere che non sia più valida. In tutto questo tempo, i periodi di pace e la ripresa ciclica dei colloqui si sono alternati a continui momenti di odio e violenza (l’ultimo dei quali la scorsa estate, con una guerra durata circa 50 giorni e che ha causato la morte di circa 1.800 palestinesi e di 64 soldati israeliani).

A che punto siamo e perché
Sul fronte della diplomazia internazionale, un importante avanzamento a favore della causa palestinese è stato raggiunto nel novembre 2012, quando l’assemblea generale delle Nazioni Unite ha promosso la Palestina da “entità non statuale” a “stato osservatore non membro”, con 138 voti favorevoli (compreso quello dell’Italia), 9 contrari (tra cui Stati Uniti, Canada e Israele) e 41 astenuti. Si trattò soprattutto di un passaggio simbolico che, scrive il New York Times, i palestinesi hanno cominciato a voler tradurre in una azione politica per mettere sotto pressione Israele. Negli ultimi mesi il processo (nel bene o nel male) ha subito un’accelerazione in questa direzione: il 31 dicembre del 2014 il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha respinto la risoluzione che chiedeva la fine dell’occupazione israeliana in Palestina; il giorno dopo Mahmoud Abbas, presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, l’organismo politico di governo della Palestina, ha firmato lo Statuto di Roma, ovvero il documento fondativo della Corte Penale Internazionale (ICC).

Attualmente né la Palestina né Israele fanno parte dell’ICC, che quindi non può perseguire casi di crimini di guerra avvenuti nei due paesi per mancanza di giurisdizione. Se la Palestina riuscisse ad aderire alla ICC, potrebbe denunciare al tribunale quelli che ritiene essere dei crimini di guerra avvenuti sul suo territorio (ma potrebbe a quel punto anche essere sanzionata per i crimini di guerra di cui dovesse essere ritenuta responsabile). In caso di condanna di uno o più cittadini israeliani, questi ultimi rischierebbero l’arresto non appena si trovassero a viaggiare in paesi che aderiscono alla ICC. Diversi analisti hanno interpretato questa mossa della Palestina come un tentativo di guadagnare nuovo slancio politico al di fuori dei negoziati, cercando sponde internazionali per isolare Israele o costringerlo a cedere sul fronte dei negoziati stessi.

Israele ha reagito molto duramente, decidendo di bloccare il trasferimento di 127 milioni di dollari (circa 100 milioni di euro) all’Autorità Nazionale Palestinese: si trattava di imposte e tasse raccolte dal governo israeliano in Cisgiordania e destinate, secondo gli accordi di Oslo del 1993, all’ANP. Gli Stati Uniti hanno minacciato di tagliare 400 milioni di dollari di aiuti all’Autorità palestinese se la loro richiesta non verrà ritirata. Ma Abbas ha proseguito nel suo “atto di forza” promettendo di ripresentare la risoluzione all’ONU già respinta «ancora e ancora» e di «unirsi a 100, 200, 300» altre organizzazioni internazionali: «Tutto il mondo ci sostiene», ha detto. Tutto questo nonostante il rischio che le sanzioni congiunte di Israele e Stati Uniti possano portare al collasso del suo governo.

Secondo alcuni lo scioglimento dell’Autorità palestinese potrebbe essere problematico più per Israele che per la stessa Palestina: Israele si troverebbe a dover sostenere la vita della popolazione sotto occupazione, cosa che sarebbe gravosa per Israele stesso. La possibilità di sciogliere l’Autorità palestinese (nata in seguito agli accordi di Oslo) farebbe secondo altri tornare alla situazione precedente agli accordi di Oslo, quella cioè di una totale occupazione israeliana. E’ comunque molto difficile affermare ora come andranno le cose. Va infine ricordato che in Israele si andrà al voto il prossimo 17 marzo. E che quindi ognuna delle due parti starebbe cercando di dare delle dimostrazioni in attesa dell’esito delle elezioni.