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  • giovedì 30 agosto 2012

La soluzione dei “Due Stati” è morta?

Diversi osservatori sostengono che il progetto per Israele finora alla base di tutte le trattative di pace sia ormai impraticabile

Lo psicanalista e filosofo Carlo Strenger, direttore del programma post laurea di psicologia all’Università di Tel Aviv, esperto e commentatore di questioni mediorientali per alcune testate internazionali, ha scritto sul quotidiano israeliano Hareetz quello che lui stesso ha definito “un requiem” per la cosiddetta “soluzione dei due Stati” nel conflitto tra Israele e Palestina e che fino ad ora è stato alla base di tutte le trattative di pace. Strenger (da sempre favorevole a questa posizione) è arrivato invece alla conclusione che il destino del conflitto verrà deciso dalla “cieca forza della storia”:

Ci sono momenti in cui (…) ti rendi conto che un programma politico non è più praticabile. E mentre non ho alternative da offrire, so che una cosa è certa: la soluzione dei due stati è morta.

A maggio, durante una conferenza all’Institute for National Security Studies di Tel Aviv, anche il ministro della Difesa Ehud Barak aveva dichiarato che Israele avrebbe dovuto iniziare a prendere in considerazione “la soluzione unilaterale” con la creazione di un unico Stato con pari diritti e dignità tra israeliani e palestinesi. Andando quindi ad aggiungersi a quelle voci che da tempo ritengono come non più realizzabile la soluzione “dei due Stati”.

La soluzione dei “due popoli-due Stati” è ancora la posizione ufficiale di entrambe le parti oltre che di tutti i negoziatori che si sono succeduti nel tempo per provare a trovare una soluzione. Il riferimento da cui si parte sono i cosiddetti confini del ’67. Nel 1967, con la Guerra dei Sei Giorni, Israele si trasformò a tutti gli effetti in una forza occupante: gli israeliani occuparono tutta l’attuale Cisgiordania, compresa l’intera Gerusalemme, oltre a Gaza, il Golan e il Sinai (quest’ultimo venne restituito diversi anni dopo all’Egitto in cambio del trattato di pace).

Al contrario delle precedenti, queste nuove conquiste territoriali non vennero mai riconosciute dalle Nazioni Unite. L’ONU, nelle risoluzioni 242 e 338, chiese a Israele di ritirarsi ai territori precedenti al ’67 riconoscendo invece le conquiste del ’48. Israele, al contrario, cominciò a costruire sempre più insediamenti sui territori occupati al di fuori della legalità internazionale. Questi insediamenti sono ancora oggi il principale ostacolo al trattato di pace.

(Che cosa sono i confini del 1967)

Carlo Strenger cita un articolo scritto dal giornalista Nahum Barnea (“uno dei più influenti di Israele, giusto ed equilibrato”) che ha visitato Migron, il più grande insediamento ebraico a nord di Gerusalemme, in Cisgiordania, (con una popolazione di 300 persone) e di cui da mesi si discute molto. Migron è stato costruito senza l’autorizzazione ufficiale del governo, è stato fondato nel 1999 e poi ampliato nel 2001 su territori palestinesi di proprietà di privati del villaggio di Burqa.

L’Alta Corte di Giustizia aveva ordinato che Migron venisse evacuato il primo agosto, con la motivazione che occupava proprietà private, ma il governo si era opposto, trasformando la colonia nel simbolo del rifiuto di rispettare gli ordini di evacuazione negli insediamenti illegali. La sentenza della Corte è stata riconfermata ieri: gli edifici di Migron saranno demoliti entro l’11 settembre. Quello che nota Barnea è soprattutto il fatto che intorno a Migron ci sono molti altri insediamenti di coloni che nessuno ha però chiamato in causa perché non sono stati costruiti su terreni privati.

Il giornalista sostiene quindi che l’Alta Corte si sia in realtà macchiata di un “peccato originale”: aver preso (già dal 1967 e dalla Guerra dei Sei Giorni) una serie di decisioni che trascuravano il diritto internazionale e il conseguente divieto di creare insediamenti sulle terre di conquista, privilegiando solo la questione della proprietà. L’Alta corte sarebbe diventata quindi complice di un conflitto in cui nessuno sembra voler trovare una soluzione. Le questioni principali sulle quali in questo lungo processo di pace non si è mai trovato un compromesso riguardano sia i confini che la città di Gerusalemme: da una parte, gli insediamenti israeliani sono ormai delle vere e proprie cittadine in continua espansione; dall’altra né gli israeliani sono disposti a dividere la loro città santa, né i palestinesi vogliono accettare uno Stato che non abbia Gerusalemme come capitale.

(Guida al trattato di pace in Israele e Palestina)

La conclusione di Barnea (a cui Strenger dice di essere arrivato da un anno) è che la soluzione dei due Stati non sia dunque più realmente praticabile. E si tratta di una posizione “sorprendente” visto che la maggior parte degli intellettuali e politici di centro-sinistra, in Israele, l’hanno sempre sostenuta. Ma nemmeno le altre forze politiche, spiega Strenger, hanno una posizione alternativa praticabile.

La soluzione dello Stato unico con uguali diritti per tutti, sostenuta soprattutto in Palestina e dalla sinistra estrema in Israele, molto difficilmente verrà accettata dallo Stato di Israele fondato sul principio dello Stato Ebraico: la piena cittadinanza a tutti i palestinesi dei Territori garantirebbe nel giro di due generazioni la maggioranza assoluta ai palestinesi, scenario che Israele vuole a qualunque costo evitare. Inoltre, in Israele ci sono l’estrema destra che pensa semplicemente i palestinesi non abbiano alcun diritto politico nella Grande Terra israeliana, e la destra moderata che non esprime una posizione chiara. Scrive Carlo Strenger:

Il centro e la sinistra tacciono per la semplice ragione che non hanno una posizione coerente. Preferiscono parlare di questioni sociali ed economiche e ignorare l’elefante in mezzo alla stanza.

Strenger dice di non avere a sua volta una soluzione alternativa e di non trovarsi d’accordo né con l’estrema sinistra né con le posizioni della destra. Non avendo alcuna strategia da proporre, conclude dunque con una riflessione storica più generale:

In Medio Oriente è attualmente in corso uno sconvolgimento. Fatta eccezione per l’Egitto, l’Iran e la Turchia (…) nella maggior parte di questi stati è mancata la coesione politica, una volta che i dittatori sono stati cacciati. Nessuno può tranquillamente prevedere come la mappa del Medio Oriente sarà nel prossimo decennio (…). Può anche darsi che il conflitto israelo-palestinese non sia altro che il riflesso di instabilità intrinseca del Medio Oriente stesso. Sfortunatamente, questo significa che il destino di quest’area – compreso quello di Israele – sarà determinato da cieche forze storiche piuttosto che da una previsione e da una pianificazione.

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