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  • venerdì 10 ottobre 2014

Studiare poco, studiare meglio

Un libro americano suggerisce modi più efficaci per imparare le cose e affrontare gli esami (e anche meno noiosi)

Non sempre lo “studio matto e disperatissimo”, come diceva quello, è il modo migliore per fissare nella propria memoria nozioni come i sette re di Roma, gli affluenti di destra del Po, il peso atomico dello stronzio o come andò a finire la Seconda guerra d’indipendenza (Villafranca!). Le ricerche più recenti su come funziona la nostra memoria e su come si comporta il nostro cervello, quando deve assorbire nuove informazioni, suggeriscono che siano più opportune poche ore di studio di qualità, trascorse senza l’ossessione di mantenere la concentrazione a lungo. I consigli su come studiare meglio esistono praticamente da sempre, ma come spiega Benedict Carey del New York Times quelli basati su decenni di studi sul cervello possono essere molto più affidabili.

Carey ha raccolto molti di questi consigli nel suo nuovo libro “How We Learn: The Surprising Truth About When, Where and Why It Happens” (per ora disponibile solo in inglese), che ha dato molti spunti di riflessione a chi si occupa dell’insegnamento, e di riflesso a chi deve imparare nuove cose con lo studio. Nel libro si spiega che uno degli errori più comuni che fanno gli studenti è quello di studiare per cercare di avere buoni voti nella verifica immediatamente successiva e non per il semplice fatto di apprendere informazioni durature. Ciò porta a sessioni di studio concentrate nei giorni prima di un compito in classe o di un esame, con la memorizzazione in poco tempo di un sacco di dati, che il nostro cervello si perde per strada poco tempo dopo.

Molti pensano che il modo migliore sia quello di dedicare allo studio molte ore in cui mantenere costantemente alta la concentrazione. In realtà in questo modo la maggior parte delle energie viene investita proprio per restare concentrati, lasciando poco spazio e risorse all’apprendimento vero e proprio. Carey ricorda che è “difficile starsene lì seduti per ore a dare il massimo” quando si studia, e si perde l’occasione per imparare in modo più efficace, interessante e permanente.

Cambiare spesso posto
Uno dei consigli contenuti nel libro è di cambiare di volta in volta il luogo in cui si studia. Invece di starsene sempre alla stessa scrivania, sul divano del salotto o chini sul tavolo della cucina, è consigliabile trovare posti nuovi dove studiare. In questo modo il cervello riceve maggiori stimoli e impara ad associarli a ciò che si sta studiando, rendendo più semplici i processi cognitivi che permettono di ricordare le cose. Al cervello piace variare, scrive Carey, “si vuole muovere e ha bisogno periodicamente di pause” e distrazioni.

Mentre studia a memoria la tavola periodica degli elementi, uno studente può essere per esempio “distratto” dal suono del telefono, o da un cane che abbaia per strada. Ma inconsciamente il cervello può associare quei rumori alle cose che si stanno studiando, rendendole più facili da ricordare. Se quindi la volta successiva si studia in un bar, altri rumori o fatti che avvengono al suo interno possono essere associati a ciò che si sta memorizzando. Come hanno dimostrato molti studi, e ha raccontato Joshua Foer nel suo bel libro sull’uso della memoria, la nostra mente funziona molto per associazioni visive e spaziali. Spesso si ricorda il contenuto di una conversazione o di una telefonata, o una notizia ricevuta, proprio in relazione al luogo dove ci si trovava.

Tempi
I tempi sono altrettanto importanti: in molti casi se si concentra tutto lo studio prima di un esame in una sola sessione il cervello tende a ritenere meno importanti le informazioni che riceve, e le giudicherà sacrificabili nei giorni seguenti con la conseguenza di farle dimenticare. Invece, per fare capire al cervello che si tratta di informazioni importanti è bene parlarne con qualcuno, raccontando che cosa si è da poco studiato. Insomma, il vecchio consiglio della maestra di ripetere la lezione a un fratello o alla nonna è in effetti un ottimo sistema per dare un rinforzo alla propria memoria. Preparare schemi aiuta ugualmente a organizzare le informazioni, anche da un punto di vista visivo per ricordarle meglio.

Sempre per quanto riguarda i tempi, Carey suggerisce la tecnica del “distanziamento”, cioè di aumentare le sessioni di studio, ma di ridurre la loro durata. Usando una efficace analogia, dice che si può annaffiare il proprio giardino una sola volta la settimana per 90 minuti, o che si può ottenere un risultato migliore se lo si annaffia mezz’ora per tre volte la settimana, ottenendo un prato più rigoglioso.

Per alcuni tipi di nozioni, come eventi storici, coniugazioni verbali e materie scientifiche è bene ripetere ciò che si è studiato almeno un paio di volte. In questo modo il cervello capisce che le nuove informazioni sono rilevanti e non devono essere dimenticate. Tra lo studio e le due sessioni di ripasso è opportuno lasciare passare qualche giorno, o una settimana.

Sonno
Infine, ha un fondamento anche il ricorrente consiglio di fare delle belle dormite (senza esagerare) quando si prepara un’interrogazione o un esame. Spiega Carey che la prima parte del ciclo del sonno contribuisce a fissare meglio le cose studiate nella memoria, mentre la seconda metà è importante per la logica e la matematica. Se il giorno dopo c’è un test di italiano è quindi consigliabile andare a letto presto, e fare un ultimo ripasso al mattino presto. Al contrario, nel caso di un compito di matematica meglio andare a letto un po’ più tardi, dopo avere ripassato.

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