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  • Venerdì 19 giugno 2026

E ora che succede coi negoziati tra Stati Uniti e Iran?

Il primo incontro in Svizzera per fare iniziare i colloqui è stato annullato, non si sa perché: lo stretto di Hormuz però sta riaprendo

Il vicepresidente americano JD Vance in conferenza stampa alla Casa Bianca, 18 giugno 2026 (AP Photo/Jacquelyn Martin)
Il vicepresidente americano JD Vance in conferenza stampa alla Casa Bianca, 18 giugno 2026 (AP Photo/Jacquelyn Martin)
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L’incontro di persona tra i delegati di Stati Uniti e Iran in Svizzera, è stato cancellato. Si sarebbe dovuto tenere venerdì e avrebbe dovuto essere l’inizio dei negoziati dopo la firma del memorandum of understanding (cioè l’attuale accordo, che è preliminare) per porre fine alla guerra in Medio Oriente. Da parte americana avrebbe dovuto partecipare il vicepresidente JD Vance. Ma il ministero degli Esteri della Svizzera ha fatto sapere che l’incontro non si farà, senza dare motivazioni. Poco prima gli Stati Uniti avevano fatto sapere che il viaggio di Vance era stato annullato.

Inizialmente in Svizzera era prevista la cerimonia di firma dell’accordo, che però è stato firmato mercoledì, digitalmente e a distanza, dai due presidenti: Donald Trump e Masoud Pezeshkian. A quel punto l’appuntamento è stato trasformato in un incontro negoziale, e infine cancellato. La Casa Bianca ha fatto sapere che «la logistica di questo negoziato non è mai stata semplice o prevedibile».

È plausibile che il problema sia soprattutto logistico o comunque tecnico, anche perché dal punto di vista politico al momento non sembrano esserci ostacoli ai negoziati. Giovedì sera è intervenuta anche la Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, che non appare in pubblico dall’inizio della guerra ma ha pubblicato un comunicato in cui ha detto di avere approvato l’accordo e l’inizio di negoziati di persona con gli americani, anche se lui ha «una visione differente».

Anche il vicepresidente americano Vance in questi giorni sta facendo quello che viene definito un media tour: sta cioè partecipando a varie trasmissioni negli Stati Uniti per difendere l’accordo dalle numerose critiche, sia interne sia esterne. Tra le critiche principali ci sono quelle di Israele e del governo di Benjamin Netanyahu: politici e personalità mediatiche vicine al governo di Israele hanno definito l’accordo un tradimento e una resa, che lascia l’Iran forte e Israele vulnerabile.

Già negli scorsi giorni Trump aveva risposto spazientito alle critiche, facendo capire che la sicurezza di Israele non era più la sua priorità massima, e che Netanyahu si sarebbe fatto andare bene l’accordo in un modo o nell’altro. Vance ha formalizzato queste posizioni in un modo insolitamente duro per un’amministrazione americana. Ha detto:

«Donald J. Trump è l’unico capo di stato nel mondo intero che è vicino alla nazione di Israele in questo momento […] Negli scorsi tre mesi, due terzi delle armi difensive che hanno protetto la vostra patria [Israele] sono state costruite da mani americane e pagate con i soldi delle tasse degli americani. Chiunque in Israele pensi che il problema principale sia il presidente degli Stati Uniti deve svegliarsi e guardarsi intorno».

Di fatto Vance – che fa parte della fazione più anti israeliana nella Casa Bianca – ha fatto capire che Israele ha un rapporto di dipendenza e di subordinazione nei confronti degli Stati Uniti, e che se questo rapporto fosse messo in discussione l’unico a perderci sarebbe Israele. In realtà non è del tutto così: Israele ha molti sistemi di influenza dentro agli Stati Uniti e ha un ruolo strategico importante anche per gli americani. Ma le parole molto dure di Vance sono comunque un segno dell’attitudine attuale dell’amministrazione, spazientita nei confronti di Netanyahu.

Israele nel frattempo sta continuando ad attaccare il Libano, in violazione del memorandum of understanding che prevederebbe la fine dei combattimenti su tutti i fronti.

Navi in attesa nello stretto di Hormuz, 16 giugno 2026 (AP Photo)

Navi in attesa nello stretto di Hormuz, 16 giugno 2026 (AP Photo)

Le cose stanno comunque procedendo nonostante l’annullamento dell’incontro in Svizzera: per esempio giovedì sera è cominciata la riapertura dello stretto di Hormuz. L’Iran ha fatto passare le prime navi, mentre gli Stati Uniti hanno interrotto il blocco navale che avevano posizionato all’imbocco dello stretto.

La ripresa totale dei traffici richiederà comunque dei mesi, per varie ragioni: la produzione petrolifera da parte dei paesi del golfo Persico deve riprendere; alcune infrastrutture interessate dai bombardamenti devono essere riparate; e inoltre molte compagnie di trasporti marittimi aspetteranno che la situazione sia completamente sicura prima di tornare alla normalità. La società di analisi Rystad Energy ha stimato che i traffici torneranno all’85-90 per cento dei livelli pre guerra tra agosto e settembre, ma che per arrivare al 100 per cento bisognerà aspettare gennaio 2027.

Un altro elemento che potrebbe provocare confusione riguarda i pedaggi. Il memorandum of understanding prevede che nei 60 giorni successivi alla firma il passaggio per Hormuz sia privo di pedaggi, e che quello che succederà dopo dovrà essere negoziato. L’Iran ha già fatto sapere che allo scadere dei 60 giorni intende imporre pedaggi alle navi di passaggio (cosa che prima della guerra non faceva). Questo potrebbe creare nuovi problemi ai commerci mondiali, e nuovi attriti con gli Stati Uniti.