• Mondo
  • martedì 19 Agosto 2014

Come sono le cose a Kirkuk

Adriano Sofri racconta "la zattera sottile sopra un mare di petrolio" e gli uomini che entrano nell'IS per stuprare le ragazze

Adriano Sofri è stato a Kirkuk, nel Kurdistan iracheno oggetto nelle ultime settimane dei tentativi di conquista da parte dell’IS, lo “Stato Islamico”, organizzazione estremista sunnita precedentemente nota come ISIS. Kirkuk si trova nel nord dell’Iraq, a circa 250 chilometri da Baghdad e a circa 100 chilometri da Erbil, la capitale della regione autonoma del Kurdistan. Ne ha scritto oggi su Repubblica.

Nella sua casa di Kirkuk la signora Lamija fa lezione privata di inglese a due allieve quindicenni, Sheida e Lajiah. Sono allegre e serie. “Che cosa pensiamo? Di avere la nostra vita, partire, conoscere, fare incontri, tornare. Siamo spaventate dalla minaccia vicina dell’Isis (Dash, dicono, dalle iniziali arabe) e da quello che fanno con le donne e le ragazze”. In molti luoghi della terra essere bambine e donne è una ragione decisiva per aver paura: qui nel modo più orrendo. Mi guidano a Kirkuk due cinquantenni, Lokman e Vani, fraterni amici. Dice Lokman: “L’Isis è una versione mostruosa del sesso facile: ti arruoli e prendi le donne”. Vani: “Ho un nipote di sedici anni, è sempre stato il più bravo della sua classe. E ora si fa crescere la barba senza baffi, e vuole assomigliare alle maschere nere dell’Isis. Capisci: un magnifico ragazzo curdo!” Una ragazzata, dicono, ma aggiungono che ai giovani uomini può piacere il programma di prendersi le ragazze e farne le proprie schiave. “Le yazide – dice sovrappensiero Vani – sono bellissime”. Pensieri tremendi, in un posto in cui un ragazzo e una ragazza non possono nemmeno immaginare di baciarsi per strada. C’è quell’idea di onore virile, dentro le guerre. “Nelle galere sciite si violavano i maschi sunniti, e la storia si ripete al contrario”.

Da una striscia di colline brulle, disseminate di casematte di Saddam, guardo Kirkuk: un accampamento a perdita d’occhio di case basse e avvilite, e i roghi del gas a fior di terra, sull’orizzonte della Compagnia Petrolifera del Nord. C’è un vento così infuocato che bisogna voltarsi per respirare. Questo slabbrato paesone è sul punto di emulare ed eclissare Dubai, forse. Forse, fra la bruttezza derelitta di oggi e la bruttezza sguaiata di domani, la bellezza non avrà più un intervallo in cui insinuarsi. Fino a poco fa, a Kirkuk, nei suoi luoghi affollati, esplodevano più autobombe al giorno. Purché non cadesse in mano d’altri, ciascuno, e in particolare gli americani, si adoperava a che Kirkuk restasse di nessuno. Curda di fatto dopo il 2003, ma amministrata da Bagdad, che ha rinviato per anni il referendum previsto per legge sulla sua attribuzione. Mosul e Kirkuk vogliono dire petrolio, una zattera sottile sopra un mare di petrolio (e gas). Mosul è il petrolio degli arabi sunniti, Kirkuk dei curdi. Mosul è un po’ curda, al 20 per cento, Kirkuk un po’ araba, al 20 per cento. Poi le altre minoranze, a cominciare dai turcomanni, nome “politico” che gli inglesi vollero dare qui ai turchi. Nel giro di due mesi il sedicente califfato si è impadronito di Mosul, e i peshmargeh curdi hanno “conquistato” Kirkuk. Al sodo, in ambedue le truppe federali di fronte all’attacco jihadista si sono dissolte, metà scappati metà disertori, e i rispettivi eserciti le hanno sostituite: l’Isis a Mosul con la sua arma prediletta, la spietatezza terrorista, i peshmargeh a Kirkuk, senza colpo ferire, e prendendo in contropiede gli americani. Anche qui sono arrivate decine di migliaia di fuggiaschi, da Tikrit, Samarra, Diyala… Kirkuk è il nome magico che può ridurre fino ad abolirla la dipendenza europea da Gazprom.

E’ la posta geopolitica della forsennata “guerra” in corso, tragedia e occasione, che finirà di cancellare le frontiere fissate al Medio oriente dopo il 1918. Presidiata in modo appariscente dagli armati curdi – è l’unica differenza da Erbil, la cui vita quotidiana è del tutto ordinaria – Kirkuk è per il resto brulicante di persone e commerci. L’autostrada per arrivarci da Erbil era ininterrottamente coperta di tir, ora è sgombra. Nessuna società accetta di assicurare i trasporti in questa tratta. Del resto non c’è nemmeno l’assicurazione per le auto. Si va pazzi per le grosse nuove auto bianche, che la benzina impiombata scassa in fretta. In compenso, nei bar e nei ristoranti c’è una gabbietta col canarino che non smette di cantare. Nei ristoranti ordinare è superfluo: ti portano comunque una quantità di piatti che restano largamente intoccati. E’ per esorcizzare il ricordo recente, dicono i miei ospiti: dal ’92 al 2003, con l’embargo, eravamo morti di fame. Tutte le cose scadute del mondo finivano qui. Guarda cani e gatti randagi che aria pasciuta hanno, avresti dovuto vedere com’erano macilenti. Il pane di Kirkuk, comunque, è il più buono dell’Iraq, grazie all’acqua e all’umidità. A Bagdad il pane è immangiabile…

(continua a leggere sulla pagina Facebook di Adriano Sofri)