• Mondo
  • lunedì 21 luglio 2014

Perché c’è una battaglia all’aeroporto di Tripoli

E cosa è successo dalla caduta di Gheddafi a oggi: c'è soprattutto una guerra per bande che il governo non riesce a controllare

Almeno 47 persone sono morte nelle ultime 24 ore nell’attacco armato per ottenere il controllo dell’aeroporto di Tripoli in Libia. Gli scontri sono iniziati una settimana fa e vedono contrapposti un gruppo molto potente di miliziani della città di al-Zintan nel nord-ovest della Libia che controlla l’aeroporto e una serie di milizie islamiste, considerate il fronte armato dei gruppi politici islamisti all’interno del Parlamento. Il ministero della Salute libico ha spiegato che le stime sui morti sono ancora provvisorie, e che secondo le notizie più recenti ci sono stati almeno 120 feriti, alcuni in modo grave.

Domenica nel corso dell’attacco è stato colpito un aeroplano della compagnia Afriqiyah Airlines con un colpo di mortaio. L’aereo è andato a fuoco e ha subito gravi danni, come mostrato da alcune immagini diffuse dalla televisione libica. Altri aerei hanno subito danni. A causa dei continui scontri l’aeroporto è chiuso da circa una settimana.

 

Negli ultimi mesi in Libia c’erano stati altri violenze e scontri, ma non paragonabili a quelle di questi giorni. Secondo i media locali sono tra i più gravi da quando è caduto il regime di Muammar Gheddafi nel 2011. Gli attacchi organizzati dalle diverse milizie hanno causato la chiusura di buona parte degli uffici governativi nel paese e hanno portato a diversi problemi di consegna delle merci, a partire da quelle di carburante.

Milizie
Diverse milizie che controllano alcune parti della Libia sono finanziate, in maniera più o meno diretta, dal governo libico allo scopo di garantire la sicurezza in alcune zone del paese. Le forze governative non hanno infatti la capacità di tenere sotto controllo l’intera regione. Il problema è che le milizie stesse sono difficili da controllare e in molti casi fanno ciò che vogliono nei loro territori di competenza. Capita spesso che si combattano tra loro per conquistare pozzi petroliferi, da usare poi come contropartita con il governo per ottenere altri benefici. Alcuni miliziani hanno anche attaccato uffici pubblici e sedi ministeriali, sempre con l’obiettivo di trarre concessioni e vantaggi di tipo politico ed economico.

Tripoli
Le violenze all’aeroporto di Tripoli sono l’espressione di un problema più grande, che interessa l’intero territorio della città. Da tempo è in corso una disputa territoriale tra diverse milizie e, dopo un lungo periodo di grandi tensioni, ora iniziano a esserci i primi grandi scontri diretti. Tripoli è divisa in distretti che a loro volta sono controllati da singole milizie, che si sono rafforzate e che ora vogliono estendere ulteriormente il loro controllo.

Politica
Oltre all’incapacità di gestire parte del paese, il governo e le istituzioni in generale devono fare i conti con seri problemi politici. A distanza di quasi un mese dalle ultime elezioni politiche, non ci sono ancora i dati definitivi. Dopo la caduta di Gheddafi la Libia fu governata dal Consiglio di transizione nazionale, il comitato che raggruppava le opposizioni. Poi ci furono le elezioni parlamentari e il nuovo Parlamento, il 14 novembre 2012, nominò come primo ministro Ali Zeidan. L’instabilità politica ha portato a succedersi tre diversi primi ministri tra marzo e giugno. Il primo a dimettersi è stato lo stesso Ali Zeidan, sfiduciato per come aveva gestito la crisi di una petroliera sequestrata dai ribelli e rientrato in Libia un mese fa dopo un esilio in Germania. Gli è succeduto Abdullah al-Thani, ex ministro della Difesa che ha poi lasciato ad Ahmed Miitig. La sua elezione avvenuta all’inizio di maggio è stata però dichiarata incostituzionale dalla Corte Suprema della Libia a inizio giugno. Al potere è quindi tornato Abdullah al-Thani, con un incarico ad interim.

Khalifa Haftar
Un personaggio da tenere d’occhio per comprendere la situazione in Libia è Khalifa Haftar, ex colonnello dell’esercito libico e a capo di una delle forze paramilitari più potenti. Lo scorso maggio ha organizzato a Bengasi, seconda città del paese per grandezza, una serie di offensive contro estremisti islamici accusati di “destabilizzare la Libia”. Ha poi condotto un attacco armato contro il Parlamento di Tripoli, nel quale sono morte almeno due persone.

Haftar è una vecchia conoscenza della Libia, come aveva raccontato tempo fa sul Foglio Daniele Raineri:

Nel 1983 era il comandante delle truppe di terra libiche quando Muammar Gheddafi ordinò l’invasione del confinante Ciad, poi disertò e andò a vivere in America (Virginia), per tornare in Libia quando scoppiò la rivoluzione contro Gheddafi nel 2011 a cercare un ruolo di primo piano. Nel luglio dell’anno scorso il generale della rivoluzione contro Gheddafi (secondo lui) oppure ora semplice colonnello (secondo altre fonti) ha fatto circolare un piano in dieci punti per tirare fuori il paese dallo stallo politico. Due punti importanti: uno è il congelamento del Congresso nazionale e l’instaurazione di un governo provvisorio, pronto a dichiarare lo stato d’emergenza per – è l’altro punto – combattere contro le milizie e sbarazzarsi finalmente di loro. Il proposito di combattere contro le milizie ribelli che a più di due anni dalla morte di Gheddafi non si sono ancora rassegnate al dopoguerra, non si fanno domare e rendono la Libia uno stato spezzettato in tante signorie guardate da jeep con mitragliatrici è l’unico punto che consegna a Haftar tanti consensi fra i libici, stanchi dell’instabilità.

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.