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  • domenica 18 Maggio 2014

Cosa sta succedendo in Libia?

Un ex colonello dell'esercito ha deciso di risolvere da solo il problema del terrorismo islamista e ha anche attaccato il Parlamento: si parla di decine di morti

Negli ultimi giorni in Libia ci sono stati violenti scontri tra forze paramilitari e miliziani islamisti: secondo BBC sono morte 43 persone e più di un centinaio sono rimaste ferite. Sabato 17 maggio una forza paramilitare guidata da un ex colonnello dell’esercito libico, Khalifa Haftar, ha chiesto alla popolazione di alcune zone di Bengasi, la seconda città libica per grandezza, di lasciare le proprie case per poter compiere un attacco contro alcuni estremisti islamici che «destabilizzano il paese» e ha comunicato che continuerà le operazioni finché tutti i terroristi non saranno cacciati. Domenica pomeriggio Haftar ha annunciato di aver attaccato il Parlamento di Tripoli e di averne sospeso le attività, sfidando così la legittimità del governo centrale: in questo attacco armato sono morte almeno due persone.

Intanto il capo dell’esercito libico ha annunciato l’imposizione di una no-fly zone sopra Bengasi, per evitare che la forza paramilitare possa usare dei mezzi aerei per colpire i miliziani islamisti nella città. Il governo ha poi accusato Haftar di voler mettere in atto un colpo di stato e ha insistito sul fatto che, nonostante i pesanti attacchi degli ultimi giorni, sta continuando a mantenere il controllo sul Parlamento e, in generale, nel paese. La situazione non è però molto chiara. Chi comanda chi non è infatti sempre comprensibile: non si sa bene, per esempio, quanto la forza paramilitare guidata da Haftar sia appoggiata anche da parte dell’esercito né se a essa si siano unite altre milizie. Durante il fine settimana, infatti, il generale Mokhtar Farnana, in passato a capo dei ribelli contro Gheddafi e un tempo molto critico verso Haftar, ha parlato alla televisione nazionale annunciando che «il paese non può essere un covo di terroristi» e che «i lavori del Parlamento sono stati sospesi», facendo dunque intuire di avere i medesimi obiettivi di Haftar e di essere passato dalla sua parte.

Il nome di Khalifa Haftar non è nuovo nella storia recente della Libia. Daniele Raineri, giornalista italiano del Foglio che si occupa soprattutto di paesi arabi e Medio Oriente, aveva raccontato di Haftar già lo scorso febbraio, dopo che l’ex generale aveva fatto circolare un messaggio video in uniforme in cui chiedeva alle forze armate di «salvare» il paese. In quell’occasione, Raineri aveva raccontato la storia di Haftar:

Nel 1983 era il comandante delle truppe di terra libiche quando Muammar Gheddafi ordinò l’invasione del confinante Ciad, poi disertò e andò a vivere in America (Virginia), per tornare in Libia quando scoppiò la rivoluzione contro Gheddafi nel 2011 a cercare un ruolo di primo piano. Nel luglio dell’anno scorso il generale della rivoluzione contro Gheddafi (secondo lui) oppure ora semplice colonnello (secondo altre fonti) ha fatto circolare un piano in dieci punti per tirare fuori il paese dallo stallo politico. Due punti importanti: uno è il congelamento del Congresso nazionale e l’instaurazione di un governo provvisorio, pronto a dichiarare lo stato d’emergenza per – è l’altro punto – combattere contro le milizie e sbarazzarsi finalmente di loro. Il proposito di combattere contro le milizie ribelli che a più di due anni dalla morte di Gheddafi non si sono ancora rassegnate al dopoguerra, non si fanno domare e rendono la Libia uno stato spezzettato in tante signorie guardate da jeep con mitragliatrici è l’unico punto che consegna a Haftar tanti consensi fra i libici, stanchi dell’instabilità.

La situazione degli ultimi giorni mostra la debolezza dell’attuale governo libico che, a poco più di due anni dalla fine della rivolta che ha portato alla caduta di Muammar Gheddafi, ha ancora difficoltà a controllare il paese. Diverse zone della Libia, compresi i porti delle zone orientali, sono fuori dal controllo del governo di Tripoli, mentre in tutto il paese esistono ancora milizie armate più o meno indipendenti. La rivalità tra i vari gruppi armati esisteva già prima della guerra in Libia (i diversi gruppi fanno capo alle diverse tribù, circa 140 in Libia), anche se era stata temporaneamente messa da parte per combattere il nemico comune, Gheddafi.

(La Libia è in mano alle milizie armate?)

Dopo la caduta di Gheddafi la Libia fu governata dal Consiglio di transizione nazionale, il comitato che raggruppava le opposizioni. Poi ci furono le elezioni parlamentari e il nuovo Parlamento, il 14 novembre 2012, nominò come primo ministro Ali Zeidan. Il governo di Zeidan, però, si dimostrò fin da subito troppo debole per controllare tutto il territorio nazionale. Fu in qualche modo costretto ad arruolare alcune milizie per creare servizi di sicurezza semi-ufficiali, su cui però non riuscì ad imporre del tutto il controllo. Nel marzo del 2014 Zeidan venne sfiduciato (l’occasione fu quella di una gestione giudicata inadeguata di una petroliera sequestrata dai ribelli). Venne allora nominato un nuovo premier: Ahmed Miitig, considerato da molti però troppo vicino ai fondamentalisti islamici. Tawfik Breik, leader dell’Alleanza delle Forze Nazionali – coalizione elettorale che raggruppa circa 60 movimenti politici libici di ispirazione moderata e laica – ha descritto così la situazione attuale: «Il paese è come un vulcano che è in attesa di esplodere».