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  • venerdì 6 giugno 2014

È rimasto qualcuno a boicottare Israele?

I Rolling Stones hanno appena suonato a Tel Aviv, nonostante i Pink Floyd gli avessero chiesto di non farlo: e così hanno fatto moltissimi artisti negli ultimi anni

di William Booth e Ruth Eglash – Washington Post

Qualche settimana fa, due dei fondatori dei Pink Floyd hanno scritto ai Rolling Stones l’equivalente di un cablogramma diplomatico nel mondo della musica: con una lettera aperta pubblicata su Salon, chiedevano a Mick Jagger e al suo gruppo di cancellare il concerto che avevano in programma in Israele – il primo della loro storia – in segno di solidarietà con il popolo palestinese e la loro battaglia contro l’occupazione israeliana.

Le cose non sono andate esattamente come speravano i Pink Floyd. Non solo mercoledì 4 giugno i Rolling Stones hanno suonato a Tel Aviv, ma hanno anche posticipato l’inizio del loro concerto di 45 minuti per permettere agli ebrei ortodossi che osservavano la vestività dello Shavout – durante la quale non è permesso guidare o maneggiare soldi – di raggiungere in tempo il concerto.

La scelta degli Stones di ignorare la richiesta di Roger Waters e Nick Mason è un segno della crescente popolarità di Israele come tappa dei più importanti tour musicali e ha significato un passo indietro per la campagna nota come “boicottaggio, disinvestimenti e sanzioni” (BDS), il movimento che cerca di aumentare la pressione internazionale su Israele affinché termini l’occupazione militare della Cisgiordania, garantisca il diritto ai rifugiati palestinesi di tornare alle case che hanno abbandonato nel 1948 e garantisca pieni diritti e uguaglianza agli arabi palestinesi cittadini di Israele.

Gli aderenti al BDS adoperano tattiche simili a quelle usate contro il regime sudafricano dell’apartheid una generazione fa. Dal 2005 il movimento ha convinto persone e istituzioni a interrompere relazioni accademiche, boicottare prodotti d’esportazione come i vini Golan e i prodotti di bellezza Dead Sea e terminare gli investimenti in società israeliane.

Israele dice di essere l’unica democrazia funzionante del Medio Oriente e risponde ai critici suggerendo di boicottare la Siria o l’Iran, ma il timore della BDS esiste. Il movimento BDS ha guadagnato visibilità nelle università americane ed europee ed è riuscito a infliggere alcuni danni finanziari: recentemente il fondo pensionistico olandese PGGM, con asset per 200 milioni di dollari (circa 147 milioni di euro), ha disinvestito da alcune banche israeliane a causa dei loro interessi in Cisgiordania.

Il movimento BDS è anche riuscito a ottenere un po’ di pubblicità globale, buona e cattiva, quando Oxfam ha bisticciato con una dei suoi più celebri ambasciatori, l’attrice Scarlett Johansson, a causa della sua pubblicità per la società israeliana di bevande SodaStream, che possiede alcuni stabilimenti in Cisgiordania.

La campagna per convincere i musicisti a boicottare Israele, tuttavia, è stata un mezzo flop se misurata in base al numero di artisti che hanno deciso di cancellare dei concerti e prendere posizioni apertamente per la causa.

«Come nel caso del boicottaggio del Sudafrica, molti artisti pensano più al profitto che ai diritti umani e finiranno dal lato sbagliato della storia» ha spiegato Omar Barghouti, attivista palestinese e fondatore del movimento BDS. I Rolling Stones, ha aggiunto Barghouti, «hanno rotto il nostro picchetto e hanno dato a Israele una foglia di fico per nascondere le oppressioni del loro regime».

È difficile dire quanti gruppi o artisti abbiano deciso di rinunciare a concerti in Israele per ragioni finanziarie o altre preoccupazioni. Tuttavia soltanto alcuni artisti molto noti hanno pubblicamente ascritto la scelta di non suonare in Israele a una protesta per l’oppressione del popolo palestinese e molte di queste cancellazioni sono accadute ormai anni fa, come quelle di Elvis Costello e Carlos Santana.

Adam Shany, un consulente del gruppo Creative Community for Peace, fondato da alcuni dirigenti discografici per combattere il boicottaggio di Israele, ha detto che «è passato un bel po’ di tempo da quando il movimento BDS ha ottenuto qualche successo reale nella comunità degli artisti, e non è perché non si siano impegnati abbastanza. Non vedo grandi discussioni su Internet o azioni contro la decisione dei Rolling Stones. Direi che più sono rilevanti le questioni finanziarie, meno lo sono le questioni ideologiche».

Il biglietto più economico per il concerto degli Stones costava 200 dollari, 150 euro circa.

Quanto il movimento BDS sia stato in grado di aumentare la consapevolezza del problema isrealo palestinese, o snervare gli israeliani, poi, è ancora più difficile da misurare. Barghouti fa notare tutte le volte – 18 – che il primo ministro israeliano Netanyahu ha menzionato il BDS nel suo discorso di marzo davanti la American Israel Public Affairs Committee, un famoso gruppo di pressione pro-Israele con sede a Washington. Secondo Barghouti è un segno di paura.

Netanyahu, dal canto suo, si è mostrato piuttosto sprezzante verso il movimento BDS, dicendo: «sono boccaloni quelli che credono davvero che il BDS faccia fare passi avanti verso la pace. Non capisco come qualcuno possa cascarci»

BDS o meno, Israele è ormai una tappa di rito nel mercato della musica pop. Lo scorso mese Justin Timberlake ha cantato a Tel Aviv e si è attirato qualche critica per aver postato una foto di lui appoggiato al Muro occidentale con l’hastag #Israel, benché il posto sia in una zona della città vecchia di Gerusalemme contesa tra israeliani e palestinesi.

Timberlake ha twittato “La Terra Santa… che esperienza. Non dimenticherò mai questo giorno”.

Anche Rihanna, recentemente, ha tenuto un concerto in Israele e anche lei è stata al centro di un breve dibattito quando un giornalista israeliano la aveva accusata di aver cambiato le parole del verso di una sua canzone che diceva “All I see is dollar signs” per dire “All I see is Palestine”. L’accusa si era poi rivelata infondata.

Lo scorso anno la scrittrice e attivista BDS Alice Walker, vincitrice del Premio Pulitzer per il libro Il colore viola, aveva scritto una lettera alla cantante&B Alicia Keys dicendo: «mi farebbe soffrire sapere che ti stai mettendo in pericolo (pericolo per l’anima) suonando in un paese dove vige l’apartheid e che molti artisti globali stanno boicottando». Keys ha suonato in Israele lo scorso luglio.

E quest’estate? Sono previsti concerti in Israele di Megadeth, Lana Del Rey, Neil Young e Backstreet Boys, che a luglio hanno tre concerti già sold out.

«Il BDS non ha causato danni significativi e molti paesi e leader occidentali sono contrari», ha detto il ministro israeliano Yuval Steinitz.

Quest’anno, prima che fallissero le trattative per la pace guidate dagli Stati Uniti, il ministro delle Finanze israeliano Yair Lapid aveva avvisato che anche un boicottaggio parziale avrebbe “colpito le tasche dei cittadini israeliani”. Lapid ha citato un documento interno secondo cui il boicottaggio avrebbe potuto causare perdite di guadagni per diversi miliardi di shekel.

Nel loro appello ai gruppi che hanno concerti in programma in Israele, i Pink Floyd hanno detto che «suonare oggi in Israele è l’equivalente morale di suonare a Sun City negli anni dell’apartheid sudafricano”.

Alcune band che avevano cancellato concerti in Israele, tuttavia, stanno tornando sui loro passi: i Pixies hanno un concerto in programma per questo mese.

Gli israeliani contrari al boicottaggio dicono che la scelta dei Pixies è molto significativa perché il gruppo nel 2010 si era unito ai Klaxons e ai Gorillaz cancellando un concerto dopo che un commando israeliano aveva ucciso nove attivisti su una nave che cercava di superare l’embargo navale imposto sulla Striscia di Gaza.

©2014 – The Washington Post

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