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  • giovedì 22 Maggio 2014

Una Nazionale di calcio senza un paese

La storia dei calciatori dell'Eritrea che scapparono da un torneo in Uganda nel 2012: dopo varie peripezie, oggi vivono in una piccola cittadina dei Paesi Bassi

Nei primi giorni del dicembre 2012 si giocava in Uganda, nell’Africa Centrale, la 36esima edizione del torneo CECAFA, un’importante competizione tra diverse nazionali di calcio africane. Il torneo era iniziato il 24 novembre e sarebbe durato fino all’8 dicembre: si stavano giocando le partite dei gironi di qualificazione, poi sarebbero arrivati i quarti di finale e così via. Quella del 2012 era un’edizione particolare: era il primo torneo internazionale a cui partecipava il Sud Sudan, il più giovane stato al mondo nato appena 17 mesi prima. Il torneo del 2012 è però ricordato per un’altra storia, che finì per essere raccontata dai siti di news di mezzo mondo: la nazionale dell’Eritrea, dopo avere pareggiato contro Zanzibar 0-0, perso contro il Malawi 3-2 e contro il Ruanda 2-0, sparì. I giocatori eritrei ricomparvero poche ore dopo in una sede dell’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Uniti, a Kampala, capitale dell’Uganda, e lì chiesero asilo politico.

In un articolo pubblicato mercoledì 21 maggio sul New York Times, il giornalista James Montague ha raccontato l’incredibile storia di quella nazionale eritrea e di come sia finita per stabilirsi, dopo oltre un anno, due campi profughi e altrettanti continenti, a Gorinchem, un piccolo paesino olandese a circa 20 miglia a est di Rotterdam. Il sindaco di Gorinchem, Anton Barske, l’ha definita così: «È una storia romantica di un gruppo di giovani ragazzi che ha abbandonato il suo paese, per una serie di ragioni molto buone».

Come andarono le cose nel 2012, nel torneo in Uganda
Dopo le due sconfitte e il pareggio del girone di qualificazione, la nazionale eritrea era pronta a lasciare l’Uganda e tornare in patria. Prima di prendere l’aereo diretto in Eritrea, 17 giocatori e diversi dirigenti lasciarono il loro hotel per andare a “fare shopping”, come raccontò in un articolo di allora BBC. Solo tre di loro però tornarono ad Asmara, la capitale eritrea, mentre gli altri sparirono per qualche ora, prima di ricomparire all’ufficio delle Nazioni Unite per i rifugiati politici, a Kampala. L’allora commissario per i rifugiati dell’ufficio del primo ministro ugandese, David Kazungu, raccontò che tutti i giocatori che non avevano fatto ritorno in Eritrea avevano chiesto asilo politico all’Uganda, per paura di essere reclutati nell’esercito del loro paese.

I giocatori e una parte di staff medico ottennero l’asilo politico dall’Uganda e furono mandati in un campo profughi ugandese per sei mesi. Data però l’importanza del gruppo – e la rilevanza della notizia su molti media stranieri – per ragioni di sicurezza la maggioranza dei calciatori fu trasferita in un campo di transito per rifugiati nella città rumena occidentale di Timisoara. Non era la prima volta che succedeva una cosa del genere. Due anni prima, nell’edizione del CECAFA che si giocò in Tanzania, 13 giocatori dell’Eritrea se ne andarono e riapparvero tempo dopo a Houston, in Texas, all’interno di un programma statunitense per la protezione dei rifugiati. Il primo episodio analogo successe nel 2009, dopo che la nazionale eritrea giocò un torneo internazionale in Kenya: i giocatori che fuggirono si rifugiarono prima in un campo profughi a Nairobi, e poi si stabilirono in Australia.

Ma qual è il problema dell’Eritrea?
L’Eritrea ha raggiunto l’indipendenza dall’Etiopia nel 1993, dopo una guerra civile particolarmente brutale. Negli anni successivi si è rapidamente indebolita, e secondo i rapporti di Human Rights Watch e le indagini delle Nazioni Unite è diventata uno dei posti al mondo dove le violazioni dei diritti umani sono più numerose. In Eritrea banalmente non esiste lo stato di diritto: la libertà di espressione e di movimento è limitatissima e le torture sono molto frequenti. Secondo Human Rights Watch nel 2011 circa 50mila eritrei vivevano in campi profughi in Etiopia e ancora oggi migliaia si allontanano ogni settimana dal loro paese nonostante le guardie di confine abbiano l’ordine di sparare.

L’arrivo a Gorinchem, 35mila persone e 5 squadre locali di calcio
Dopo essere rimasti per diverso tempo nel campo di Timisoara, in Romania, la nazionale eritrea è arrivata fino alla piccola cittadina di Gorinchem, nei Paesi Bassi. A Gorinchem vivono poco più di 35mila persone: dalla fine del 2012 il sindaco è Anton Barske del partito di Sinistra Verde, nato dalla confluenza di quattro diversi gruppi politici (comunisti, socialisti, radicali e popolari evangelici). Come racconta il New York Times, non tutti a Gorinchem hanno mostrato entusiasmo nell’accogliere i profughi eritrei. Poco dopo il loro arrivo nella cittadina all’inizio di maggio, la destra populista del Partito per la Libertà ha chiesto al Parlamento olandese di chiarire il motivo per cui ai giocatori della nazionale eritrea era stato permesso di entrare nel paese, e di beneficiare di un alloggio e di una somma di denaro.

L’opposizione alla concessione dello status di rifugiati ai giocatori eritrei è stata molto dura anche per l’avvicinarsi delle elezioni parlamentari europee, dove diversi partiti di destra – come l’UKIP nel Regno Unito – si stanno giocando buona parte del consenso sulla retorica anti-immigrati. In particolare il leader parlamentare del Partito per la Libertà, Geert Wilders, ha contestato il fatto di avere concesso asilo quando gli stessi giocatori avevano già ottenuto lo stesso status in Romania. Wilders ha aggiunto: «Non c’è da meravigliarsi che ora migliaia di eritrei sembrano pensare di essere i benvenuti nei Paesi Bassi e che i benefici del sistema del welfare siano qui ad aspettarli».

La cittadina di Gorinchem ha cinque squadre di calcio locali, che hanno guardato con curiosità e prudenza i nuovi arrivati. Il portavoce di una di queste squadre, l’SVW, ha detto al New York Times: «È piuttosto surreale; noi siamo una piccola città e immediatamente ci ritroviamo in casa una nazionale di calcio intera. Poi pensiamo: forse possono giocare con noi, forse potremmo salire di categoria». Dall’altra parte della strada dove si trova il campo dell’SVW, si allena la squadra Unitas, uno dei club calcistici più antichi di tutti i Paesi Bassi. Unitas, ha raccontato il suo presidente, ha già mandato alcuni osservatori per guardare giocare gli eritrei al parco locale. Per ora i 18 eritrei hanno rifiutato di dare interviste.