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  • giovedì 6 Febbraio 2014

La nuova legge afghana contro le donne

Diverse ONG hanno chiesto al presidente Karzai di non firmarla: è una modifica del codice penale che impedisce ai parenti dell'accusato di testimoniare in tribunale contro di lui

Le due camere del Parlamento dell’Afghanistan hanno approvato una modifica al codice di procedura penale che vieta ai parenti delle persone accusate di testimoniare nei processi a loro carico. Il divieto, oltre i familiari, riguarda anche i bambini e i medici. Inizialmente era stata proposta una formulazione diversa della norma, che eliminasse cioè l’obbligo per i parenti di presentarsi in tribunale nel caso non fossero intenzionati a farlo. Ma il parlamento ha deciso di introdurre un divieto più radicale.

Il significato di questa modifica, apparentemente poco importante, è uno solo, come ha scritto il Guardian: permettere agli uomini che hanno commesso abusi o violenze domestiche di restare impuniti davanti alla legge e ridurre letteralmente al silenzio sia le vittime della violenza che la maggior parte dei potenziali testimoni di tale violenza. Va ricordato che la maggior parte degli abusi contro le donne in Afghanistan, come altrove, avviene all’interno della famiglia e da parte di aggressori maschi, e che si tratta di una società strutturata in nuclei che vivono in complessi piuttosto isolati, circondati da mura e, spesso, con le finestre dipinte proprio perché le donne non possano essere viste dall’esterno.

Il progetto di legge, prima di entrare definitivamente in vigore, dovrà essere firmato dal presidente Hamid Karzai, ma diverse associazioni locali e ONG internazionali, tra cui Human Rights Watch, gli hanno chiesto formalmente in questi giorni di non farlo, nella speranza che ripeta il gesto compiuto nel 2009 quando aveva bocciato una legge che legalizzava lo stupro compiuto dal marito in quanto suo «diritto nuziale».

Manizha Naderi, direttrice dell’organizzazione che lotta per i diritti delle donne Women for Afghan Women, ha detto: «Quello che sta accadendo è una farsa. Sarà impossibile perseguire i casi di violenza contro le donne. Le persone più vulnerabili non otterranno mai più giustizia». E tutto questo avrà conseguenze sui delitti d’onore o nel commercio delle cosiddette “spose bambine” che continuano ad essere per l’Afghanistan prassi consolidate. Con la nuova legge, ad esempio, il caso di Sahar Gul – raccontato dai giornali di tutto il mondo – non sarebbe mai potuto arrivare in tribunale: era la sposa bambina incatenata dai genitori del marito in un seminterrato, lasciata senza cibo e torturata perché si era rifiutata di lavorare come prostituta per loro. O, ancora, il caso di Sitara, a cui sono stati tagliati naso e labbra dal marito alla fine dello scorso anno e che ha testimoniato contro di lui.

Negli ultimi anni, dopo la caduta del regime dei talebani, in Afghanistan hanno ripreso forza i movimenti conservatori e per le donne non è cambiato molto. Selay Ghaffar, attivista che lavora con i bambini e le donne afghane, ha detto che «subito dopo la sconfitta dei talebani tutti avevano paura del nuovo governo e dei media. Ma poi hanno capito che potevano fare quello che volevano dato che il governo non è molto democratico o a favore dei diritti delle donne». Lo scorso anno, ad esempio, il parlamento ha bloccato una legge contro la violenza sulle donne e un’altra per impedire una quota obbligatoria di rappresentanza femminile nei consigli provinciali. Nel novembre del 2013, inoltre, in una bozza di revisione del codice penale era stata inserita la lapidazione come punizione per l’adulterio, in vigore durante il regime dei talebani.

Foto: Sahar Gul in un ospedale di Kablu, nel gennaio del 2012 (SHAH MARAI/AFP/Getty Images)