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  • sabato 1 febbraio 2014

Football americano e commozioni cerebrali

Le brutte storie di quello che succede a moltissimi ex atleti quando smettono di giocare: un grosso problema, negato a lungo ma ormai di dominio pubblico

di Luca Misculin – @LMisculin

Da anni negli Stati Uniti si discute delle conseguenze sulla salute del football americano, uno degli sport più popolari e praticati del paese – nonché uno dei più violenti – e in particolare delle ricadute neurologiche sugli atleti professionisti dovute alle frequenti commozioni cerebrali, uno degli infortuni più comuni. Nel football, infatti, più di metà della squadra titolare (si gioca in 11) ha il compito di bloccare gli avversari e favorire la circolazione della palla: e sono molto frequenti blocchi, scontri, collisioni nei quali si utilizza praticamente ogni parte del corpo (qui una piccola guida alle regole del gioco).

Il 14 gennaio del 2014 il giudice federale Anita Brody ha negato l’approvazione per il patteggiamento di una grossa causa contro la NFL, la federazione che organizza il campionato di football, che avrebbe dovuto risarcire con un totale di 765 milioni di dollari circa 20mila ex atleti professionisti che durante la carriera hanno avuto commozioni cerebrali. Il giudice Brody ha detto di essere molto preoccupata del fatto che «la cifra non riuscirà a coprire tutti gli atleti che hanno ricevuto una diagnosi medica né le loro famiglie».

Il problema è frequentissimo. Nel 2000 uno studio dell’accademia americana di neurologia presentò uno ricarca condotta su 1094 ex giocatori professionisti che aveva dentro dati impressionanti. Lo studio sosteneva che circa il 61 per cento di essi aveva avuto almeno una commozione cerebrale nel corso della propria carriera, e inoltre che “il 49 per cento ha sperimentato perdita della sensibilità e formicolii; il 28 per cento artriti al collo o al nervo cervicale; il 31 per cento ha problemi di memoria; il 16 per cento non è in grado di vestirsi autonomamente; l’11 per cento non è in grado di nutrirsi autonomamente”.

Il rapporto aggiungeva inoltre che «parte della stessa strategia adottata dalla NFL per promuovere il football prevede l’esaltazione della brutalità e della ferocia dello stesso, mitizzando fra le altre cose i giocatori più violenti e gli scontri di gioco più brutali. […] Come risultato di questa strategia, la NFL ha quindi diffuso il mito che ogni tipo di scontro fra giocatori, inclusi quelli più violenti – molti dei quali producono danni neurologici a breve e a lungo termine – sono una normale, accettabile e anzi desiderabile conseguenza dell’azione di gioco, nonché misura del coraggio e dell’eroismo del giocatore coinvolto».

Tre anni prima la NFL aveva già rifiutato di adottare alcune linee guida suggerite dalla stessa accademia riguardo le cure ai giocatori che subiscono una commozione cerebrale durante una partita: un loro consulente disse che «vediamo da sempre giocatori che perdono conoscenza e poi, dopo poco, non mostrano più nessun sintomo». La NFL, più in generale, ha negato per anni che la pratica ad alti livelli del football potesse comportare a lungo termine disturbi neurologici. La prima commissione indipendente creata dalla NFL per occuparsi del problema nacque solo due anni fa. Nel 1993 infatti ne fu creata una presieduta da Elliot Pellman, il medico della squadra dei New York Jets: Pellman però era un reumatologo e già all’epoca si sospettò che non fosse qualificato per guidare la commissione. Negli anni, poi, si scoprì che era anche il medico personale di Paul Tagliabue, un avvocato americano che fu il capo della NFL fino al 2006. Nel 2003 la commissione della NFL stabilì che le commozioni cerebrali non avevano effetti a lungo termine, causando molte polemiche – anche perché questa storia comincia molto prima.

La storia di Big Cat
Il 23 novembre 1969 si giocò Los Angeles Rams-Dallas Cowboys. Rayfield Wright aveva 24 anni e quel giorno esordiva nella NFL: giocava da offensive tackle, cioè nella linea di giocatori che deve proteggere dai giocatori avversari il quarterback – il giocatore più importante della squadra, quello che riceve palla a inizio dell’azione e gestisce le azioni d’attacco. Il giocatore schierato davanti a lui nella linea avversaria, col quale quindi era previsto che si sarebbe scontrato più volte nel corso della partita, era l’esperto 31enne Deacon Jones.

Poco prima dell’inizio della prima azione di gioco, come Wright ha raccontato al New York Times in una recente intervista, Jones gli chiese: «Ehi, ragazzo; tua mamma lo sa che sei qui?». Wright ebbe appena il tempo di pensare a ciò che aveva sentito – «cosa diavolo dovrebbe c’entrare mia mamma con tutto questo?», ricorda di aver pensato – che la palla fu giocata senza che lui se ne accorgesse. Approfittando della sua distrazione, l’esperto Deacon scattò verso di lui e lo colpì con una violenta sberla sul casco. Wright cadde all’indietro e perse conoscenza. Racconta che quando si riprese gli sembrava di vedere «una galassia di stelle» e che era rimasto sdraiato sul campo, senza potersi muovere. Guardò in direzione della linea laterale del campo, in direzione del suo allenatore, Tom Landry, il quale lo guardò per un secondo e poi si girò dall’altra parte. Wright ricorda di aver pensato: «Dio, mi sa che devo cavarmela da solo».

Con tutta probabilità Wright ebbe una commozione cerebrale: un malore causato da un trauma cranico che nel breve termine può comportare perdita di conoscenza e nausea. Racconta che nella sua carriera se ne procurò «così tante che non riuscirei a contarle tutte». Si ritirò nel 1979, dopo più di 180 partite da professionista: nel corso della sua carriera fu poi soprannominato “Big Cat”. Ancora oggi è considerato uno dei migliori componenti della linea d’attacco di tutta la storia del football americano: nel 2006 è stato inserito nella Hall of Fame della NFL, che a oggi comprende 280 giocatori. Dopo divenne una sorta di motivatore professionale: lo invitavano a fare discorsi e firmare autografi, lui recitava The Road Non Takenuna poesia di quattro strofe scritta dal poeta americano Robert Frost che aveva imparato a memoria quando era alle medie.

Ma già dai primi anni successivi al ritiro si accorse che qualcosa non andava. Si licenziò dalla banca in cui aveva trovato lavoro dopo soli due anni, poiché avere a che fare con operazioni matematiche era diventato troppo complicato. Non disse a nessuno che si era ritirato a 34 anni in parte perché non capiva più le tattiche della sua squadra. Negli anni successivi al ritiro perse gran parte dei soldi guadagnati da professionista in operazioni finanziarie discutibili, racconta il Times.

Col passare degli anni le sue condizioni peggiorarono. Divenne lunatico e cominciò a dimenticarsi cose che erano successe il giorno precedente. La sua compagna dell’epoca, Jeannette DeVader, ricorda che spesso Wright la chiamava mentre era in un’altra stanza, incapace di ricordarsi cosa stesse facendo pochi secondi prima; altre volte, invece si scordava il nome delle cose che erano presenti in casa. Lui stesso racconta che ebbe diversi incidenti d’auto a causa di alcune crisi di questo tipo; ora ha smesso di guidare. Si trasferì in un piccolo paese 30 chilometri a ovest di Fort Worth, in Texas, perché secondo il New York Times «in pochi potessero accorgersi del suo declino fisico». Prima dell’intervista con il Times, Wright dice di non aver mai parlato ufficialmente delle sue condizioni perché «troppo orgoglioso»: ha aggiunto che «in questo campo non vuoi che la gente ti guardi diversamente. Sei stato al top della NFL, non vuoi che ora la gente sappia. Dovrei essere tosto e invincibile: se c’è qualcosa che non va in te, tenti di nasconderlo. Ed è esattamente quello che ho fatto io».

Nel tempo gli fu diagnosticata una forma di depressione, ma né Wright né DeVader credevano che la diagnosi fosse completa e contattarono altri medici per avere pareri diversi. Juliet Macur, la giornalista che lo ha intervistato per il Times, ha scritto che in alcuni momenti della loro conversazione Wright perdeva improvvisamente la lucidità: a un certo punto le disse che stava «continuando a lottare, dentro di me, anche in questo momento, mentre sto parlando». Aggiunse: «ho paura. Non voglio che questo accada. Vorrei solo sapere perché mi sta accadendo». DeVader, che non ha più una relazione con lui ma ne è diventata di fatto la badante, in quel momento gli ha ricordato che «abbiamo saputo nel 2012 che cosa ti stava accadendo».

Nel 2012 gli fu diagnosticata una forma di demenza, benché allo stadio iniziale. Continuò a tenere incontri pubblici e discorsi motivazionali – nel frattempo aveva contratto molti debiti dovuti alle spese mediche – finché nel corso di una queste conferenza, nel marzo del 2013, cominciò a recitare The Road Non Taken; ma inciampò al terzo verso, e arrivò affannosamente alla fine dell’intero discorso. Da quel momento non accetta più inviti per tenere conferenze e discorsi motivazionali. Secondo un calcolo del New York Times, nel caso la NFL si accordasse per patteggiare la causa collettiva degli ex giocatori a una cifra vicina a quella attuale, a Wright spetterebbero circa 380mila dollari.

«This is football»
Negli ultimi anni si è tornati a discutere della questione anche grazie a un lungo articolo del sociologo e saggista canadese Malcolm Gladwell pubblicato dal New Yorker nell’ottobre del 2009. Il pezzo comincia con la storia di Kyle Turley, allora 34enne, dal 2007 ex atleta professionista della NFL.

Una sera di agosto, Kyle Turley era in un bar di Nashville, in Tennessee, con sua moglie e alcuni amici. Era uno di quei piccoli locali con la musica dal vivo. Ordinò una birra ma si limitò a sorseggiarla perché doveva guidare. Aveva mangiato circa un’ora prima. Improvvisamente avvertì una vampata di calore, gli vennero le vertigini e cominciò a sudare. Gli era capitato spesso nell’ultimo anno – cose del genere, mal di testa, nausea. Ma questa volta era peggio. Chiese a sua moglie se poteva appoggiare la testa sul suo sgabello per un po’. Stava stava ancora suonando il gruppo spalla, e ricordò di aver detto: «Faccio solo un pisolino prima che arrivi l’altra band».

Turley cadde sul pavimento e perse conoscenza. Cominciò poi a vomitare e fu immediatamente portato in macchina al pronto soccorso. Turley ricorda: «cominciai a perdere il controllo. Tremavo dappertutto, non riuscivo a parlare. Ero cosciente, ma non riuscivo a pronunciare le parole che avevo in testa».

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