I Big Mac e i guai dell’Argentina

I problemi di questi giorni della moneta e dell'inflazione c'entrano anche con i creativi trucchi del governo per occultarli

Da diversi anni il governo argentino manipola il prezzo dei Big Mac, il più famoso panino della catena di fast food McDonald’s. Non si tratta di una leggenda metropolitana e le prove sono parecchie. Ad esempio: dal 2011 ad oggi, nonostante un’inflazione ufficiale del 10 per cento (e una reale più che doppia), il prezzo di un Big Mac è rimasto sempre 20 peso. Un’altra prova è che i McDonald’s in Argentina non vendono Big Mac. O meglio, fanno di tutto per cercare di non venderli: non sono segnalati nei menù più in vista dei vari ristoranti e non ricevono alcun tipo di pubblicità.

Tutti gli altri panini di McDonald’s, anche quelli più piccoli, costano da un terzo al doppio più del Big Mac. In altre parole, il prezzo dei Big Mac è inferiore al suo costo di produzione e per questo motivo la società cerca di non venderli. Diversi giornali, sia argentini che internazionali, hanno cercato di spiegare quest’anomalia. La risposta che hanno dato più o meno tutti è la stessa: il governo ha imposto a McDonald’s di tenere basso il prezzo dei Big Mac per fare una bella figura sull'”indice Big Mac“, che il settimanale Economist pubblica ogni anno per confrontare le economie mondiali (questa settimana è uscito quello per il 2014).

L’indice Big Mac è un criterio con cui l’Economist ogni anno misura se la moneta di un paese è sopravvalutata o meno. La teoria economica che ci sta sotto è quella della parità di potere d’acquisto (PPA, in inglese PPP, purchasing-power parity), e cioè che i tassi di cambio tra le diverse valute dovrebbero tendere verso un identico prezzo in tutto il mondo per uno stesso paniere di beni e servizi. Tenendo artificialmente basso il prezzo del Big Mac, il governo argentino riesce a far sembrare il peso una moneta addirittura sottovalutata rispetto al dollaro. Le cose invece stanno diversamente.

Questa settimana il valore del peso è crollato del 15 per cento. Soltanto giovedì, la banca centrale argentina è dovuta intervenire acquistando moneta per bloccare la caduta ed evitare che superasse il 10 per cento in una sola giornata (una caduta che ha contribuito ai cattivi risultati delle borse di questa settimana). Nonostante questo crollo, il cambio ufficiale dollaro/peso è ancora molto inferiore a quello del mercato nero: questo significa che il cambio ufficiale peso/dollaro è ancora troppo elevato e che il peso ufficiale vale molto meno di quanto il governo cerca di far credere.

In realtà, anche in seguito alle politiche della banca centrale argentina che ha abbondantemente finanziato i governi di Cristina Kirchner (l’attuale presidente, in carica dal 2007), in Argentina l’inflazione si trova tra il 20 e il 25 per cento. Il governo si è sempre rifiutato di ammetterlo e nei suoi documenti ufficiali parla di un tasso di inflazione non superiore al 10 per cento. Tra le altre misure adottate per fra credere che il peso non stia rapidamente perdendo il suo valore c’è anche l’imposizione di un cambio troppo elevato con il dollaro.

Se qualcuno nel resto del mondo può essere ingannato da queste misure e credere che quello di Kirchner sia un modello virtuoso di politiche economiche, per gli argentini le cose stanno diversamente. Per sfuggire all’inflazione – e al fatto che i salari non si adeguano con la stessa velocità – cercano di fare una cosa normale in questi casi: acquistare monete stabili – come il dollaro – oppure auto di lusso o proprietà denominate in dollari. Per farlo, però, hanno bisogno di dollari e per procurarsi dollari bisogna rivolgersi alla banca centrale (o ad altre banche che a loro volta si rivolgono alla banca centrale). Il vero problema dell’Argentina è che le riserve di dollari in mano alla banca centrale stanno scendendo molto rapidamente. Erano 52 miliardi nel 2011, mentre oggi sono scese a 29 miliardi. Queste riserve di dollari sono molto importanti, perché l’Argentina deve utilizzarle per pagare i suoi debiti denominati in dollari, contratti dopo il default del 2001, quando l’Argentina è uscita dal mercato internazionale del debito (da quando, in altre parole, nessuno compra più debito Argentino).

Se la gente chiede dollari, ma il governo non vuole perdere le sue riserve, si può ricorrere a soluzioni molto originali. L’ultima trovata del governo è stata quella di questi giorni: svalutare improvvisamente il peso, in modo che acquistare dollari divenga meno conveniente anche al tasso ufficiale. La soluzione però, secondo quasi tutti i commentatori, avrà molti effetti collaterali, come ad esempio rendere più costose le importazioni e quindi far salire ancora di più l’inflazione. Oggi, su alcuni dei principali giornali argentini, si parla proprio del timore di un’ulteriore aumento dei prezzi. Il governo ha promesso di combattere ogni aumento “ingiustificato” adottando severissime regolazioni dei prezzi (che rischiano a loro volta di portare ad un effetto “venezuelano“).

Negli ultimi anni il governo Kirchner ha adottato soluzioni anche più creative. Come ad esempio la legge contro l’e-commerce, oppure i regolamenti che impongono ai concessionari di auto di esportare beni argentini di valore pari alle auto che importato. Oggi è normale per un venditore di automobili esportare vino, noccioline e carne. In questo modo, questa era l’idea del governo, si pareggia l’uscita di dollari per comprare automobili, con l’entrata di dollari grazie all’esportazione di noccioline.

Come abbiamo visto tutte queste soluzioni non hanno avuto una grande efficacia. Le riserve di dollari della banca centrale sono continuate a diminuire, l’inflazione è ormai fuori controllo mentre le restrizioni al cambio che sono state imposte dal governo hanno danneggiato l’attività economica. Venerdì 24 gennaio, il governo argentino ha annunciato che ridurrà le restrizioni al cambio, mentre nelle scorse settimane aveva ripreso i colloqui con il cosiddetto “club di Parigi”, formato dai suoi principali creditori ancora in attesa di pagamento e ha iniziato a trattare un risarcimento con Repsol, la società spagnola proprietaria della raffineria espropriata due anni fa dal governo. Queste decisioni sono state definite una “resa” del governo argentino e un passo nella giusta direzione. Secondo quasi tutti i commentatori, però, non sono abbastanza e, probabilmente, sono arrivate troppo tardi.

 (foto, un’agenzia di cambio a Buenos Aires, LEO LA VALLE/AFP/Getty Images)