• Mondo
  • martedì 7 Gennaio 2014

Continua la crisi in Turchia

350 funzionari di polizia sono stati riassegnati dal governo ad altri incarichi e ora Erdoğan tira in mezzo anche un altro importante scandalo politico

Martedì 7 gennaio circa 350 funzionari della polizia di Ankara, la capitale della Turchia, sono stati riassegnati ad altri incarichi per ordine del governo del primo ministro Recep Tayyip Erdoğan: gli agenti, scrive il quotidiano turco Hurryiet, facevano parte di alcune unità specializzate in terrorismo, intelligence, criminalità organizzata, reati finanziari e traffici illegali di varia natura. Circa 80 di loro sono funzionari di alto livello e tra questi c’è anche il vicecapo della polizia di Ankara. La decisione del governo è l’ultima puntata dello scontro tra Erdoğan, polizia e magistratura turche relativo alla più grave crisi politica che ha coinvolto la Turchia negli ultimi dieci anni, e che da più di tre settimane sta mettendo molto sotto pressione il partito di governo, il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Akp).

Nel corso dell’ultimo mese i funzionari di polizia riassegnati a diversi incarichi sono stati centinaia, tra cui il capo della polizia di Istanbul: sono stati accusati di avere appoggiato e condotto le indagini su una complessa storia di corruzione che ha portato all’arresto dei figli di alcuni ministri del governo Erdoğan, e a un successivo e massiccio rimpasto di governo. Erdoğan ha definito l’operazione della polizia e della magistratura un complotto per far cadere il governo: ha dichiarato che gli arresti eseguiti dalla polizia sono opera di una “banda criminale” e di un “complotto organizzato all’estero” che ha l’obiettivo di creare “uno stato nello stato”.

Secondo Erdoğan il responsabile di tutto sarebbe Fethullah Gülen, influente studioso turco residente negli Stati Uniti e fondatore del movimento Hizmet (“servizio”), un movimento islamista turco che comprende diversi esponenti della magistratura, e si dice anche del partito al governo. Negli ultimi anni Hizmet si è schierato quasi sempre dalla parte di Erdoğan ma le sue posizioni sono cambiate recentemente, creando le condizioni per una lotta interna allo schieramento religioso-islamista in Turchia.

La crisi sta diventando sempre più complessa con il passare delle settimane. Nei primi giorni di gennaio Erdoğan è tornato a parlare di un altro caso giudiziario molto importante che ha coinvolto la politica turca degli ultimi anni: il tentato colpo di stato “Sledgehammer”, che sarebbe stato pianificato dall’esercito contro il governo Erdoğan nel 2003. Nel settembre 2012 la magistratura turca ha condannato centinaia di ufficiali dell’esercito con l’accusa di essere coinvolti nel caso “Sledgehammer” (un caso simile, molto più famoso, è quello di Ergenekon, che si è concluso anch’esso con delle condanne). Il 3 gennaio il vicepremier turco, Bulent Arinc, ha detto ai media locali che il governo non sta pensando ad alcuna amnistia per i condannati, insistendo però sulla necessità di rispettare il diritto a un processo equo. La possibilità per i condannati di Sledgehammer di subire un nuovo processo potrebbe essere legata proprio alle recenti indagini e arresti legati allo scontro tra Erdoğan e Gülen, scrive Reuters. Accusare polizia e magistratura di avere portato avanti dei processi non equi e giusti contro degli esponenti dell’esercito – che in passato si è opposto duramente a Hizmet – potrebbe avere l’obiettivo di screditare il movimento di Gülen, visto che i suoi sostenitori sembrano essere infiltrati sia della magistratura che nella polizia turca.