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  • giovedì 14 novembre 2013

Allenatori e ultrà

Gianni Mura ha intervistato Marco Giampaolo, l'allenatore che ha lasciato il Brescia due mesi fa a causa del rapporto con parte dei tifosi (e dei dirigenti subalterni)

Su Repubblica di oggi, il giornalista sportivo Gianni Mura intervista l’allenatore Marco Giampaolo, 46 anni, che a fine settembre si è dimesso dal suo incarico in Serie B con il Brescia. Dopo la sconfitta in casa contro il Crotone, nella quinta giornata di campionato, Giampaolo non si presentò all’allenamento della mattina successiva e per due giorni non diede sue notizie, tanto che anche il presidente della squadra Corioni si disse preoccupato. Il 25 settembre, quattro giorni dopo Brescia-Crotone, presentò ufficialmente le sue dimissioni da allenatore – che aveva annunciato ai dirigenti subito dopo la partita – motivando la sua decisione con «uno stravolgimento degli obiettivi della società non più in linea con quelli programmati all’inizio della stagione sportiva».

Molti giornali scrissero nei giorni successivi che Giampaolo aveva in realtà lasciato per le pressioni di un gruppo di tifosi del Brescia, sottolineando il peso eccessivo che alcuni gruppi ultrà hanno nella gestione societaria, arrivando alle intimidazioni e alle minacce: una questione ritornata di attualità dopo l’incredibile episodio della sospensione di Salernitana-Nocerina avvenuto domenica 10 novembre. Nell’intervista con Mura, Giampaolo parla di quest’ultima vicenda, critica l’atteggiamento delle società sportive nei confronti degli ultrà e spiega che cosa è successo durante Brescia-Crotone, quando su suggerimento di due uomini della DIGOS l’allenatore si è dovuto presentare a un “chiarimento” con i tifosi, “un’umiliazione assurda”.

Torniamo a Brescia.
“Premessa: vado a Brescia perché non posso dire di no al ds Iaconi. Siamo tutt’e due di Giulianova, ci conosciamo da 25 anni almeno. Quando ho smesso di giocare a 30 anni per via di una caviglia è stato lui a reinserirmi nel calcio, a Pescara. Ho fatto di tutto: osservatore, team manager, collaboratore tecnico di gente come Galeone, Delio Rossi, Burgnich. A Brescia trovo una situazione tesa: gli ultrà ce l’hanno col presidente Corioni che non ha confermato Calori, che pure aveva fatto un ottimo lavoro arrivando ai playoff. Se stanno con Calori non possono spasimare per me, ma soprattutto non accettano Fabio Gallo, che avevo scelto come vice. Non s’è capito bene se perché ha giocato nell’Atalanta, che gli ultrà bresciani odiano, o perché ha esultato dopo un gol. Fabio va a un incontro con gli ultras, chiesto dalla Digos, e gli ribadiscono che a Brescia non deve lavorare. E lui, per non crearmi problemi, rinuncia all’incarico”.

E lei rimane.
“Sì, ed è un gravissimo errore che non ho difficoltà ad ammettere, ma in quei giorni pensavo al debito di riconoscenza che avevo nei confronti di Iaconi e a una rosa che mi sembrava adeguata a quello che m’aveva chiesto Corioni: il primo anno salvezza tranquilla e valorizzare molti giovani, il secondo anno crescere e puntare alla promozione”.

Tutto abbastanza normale, fin qui.
“Sì. Solo che quando andavano in visita nei club i più alti dirigenti parlavano di promozione subito. Così hanno cominciato a fischiarmi dopo il secondo pareggio, a Bari. E a contestarmi più forte dopo la sconfitta interna col Crotone. Quel giorno l’addetto stampa della società si presenta con due uomini della Digos. Mi dicono che bisogna andare dai tifosi per un chiarimento. Chiarimento di che? chiedo. Bisogna andare per motivi di ordine pubblico, mi dicono, perché altrimenti di qui non fanno uscire nessuno”.

E lei?
“Io faccio un altro errore: li seguo. Passiamo davanti alla tribunetta dove ci sono le famiglie dei calciatori, entriamo in un locale sovrastato dalla scritta “Polizia di Stato”. Ci sono lì otto o dieci ragazzi. Uno lo riconosco, dev’essere il capo, era venuto a mettermi una sciarpa al collo il giorno della presentazione ufficiale, e a dirmi che non volevano Gallo. Gli dico che con lui non parlo perché era già prevenuto. Un altro mi critica sul modulo di gioco. Se non sei soddisfatto, gli rispondo, vai da Corioni e digli di esonerarmi. Mi guardano storto ma non c’è nessuna minaccia, questo l’ho detto anche alla Digos quando mi ha chiesto informazioni, a distanza di tempo. Questa però è la classica goccia che fa traboccare il vaso. La vivo come un’umiliazione assurda e dico basta. Avviso Iaconi e Fabio, il figlio del presidente. Allerto i miei collaboratori perché provvedano all’allenamento del giorno dopo. Mando un messaggio a Zambelli, il capitano. E non mi muovo da casa, a Brescia. Non parlo per non disturbare l’ambiente. Hanno cercato di farmi passare per uno squilibrato, hanno messo di mezzo Chi l’ha visto?, hanno cercato di farmi cambiare idea ma non l’ho cambiata. E’ una questione di dignità”.

(leggi l’intervista integrale sul sito di Repubblica)

Foto: Valerio Pennicino/Getty Images

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