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  • lunedì 11 Novembre 2013

Chi ha fatto fallire i colloqui sul nucleare iraniano?

Per gli iraniani (e non solo) è stata la Francia, per Kerry invece l'Iran, nessuno se ne prende la responsabilità

Domenica 10 novembre, dopo tre giorni di colloqui a Ginevra, l’Iran e i paesi del gruppo cosiddetto “5+1” (Regno Unito, Francia, Cina, Stati Uniti, Russia e Germania) non sono riusciti a trovare un accordo sul nucleare iraniano. La notizia è stata data domenica dal ministro degli Esteri iraniano, Mohmamad Javad Zarif, e dal capo della diplomazia dell’Unione Europea, Catherine Ashton, durante una conferenza stampa in cui si è parlato anche dei progressi fatti durante i colloqui, in un clima definito da diversi giornalisti come “rilassato”. Tra domenica e lunedì, tuttavia, si è iniziato a parlare delle responsabilità del fallimento dei negoziati, che per l’Occidente hanno come obiettivo l’arresto del processo di arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran, passo necessario per la costruzione dell’arma atomica. E qui le versioni sono discordanti: c’è chi dà la colpa alla Francia, chi la dà all’Iran, e chi preferisce mantenere una posizione più equidistante e di basso profilo per non condizionare i colloqui successivi.

È stata la Francia?
Fonti iraniane, sia parlamentari che organi di stampa, e fonti diplomatiche anonime riportate da Le Monde, sostengono che sia stata la Francia a far fallire i negoziati. Secondo questa versione il ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, avrebbe posto delle condizioni a detta degli iraniani “irricevibili”: avrebbe chiesto all’Iran la rinuncia al diritto dell’arricchimento dell’uranio (per l’Iran questa è la “linea rossa”, un diritto a cui non ha intenzione di rinunciare) e soprattutto avrebbe preteso di rivedere le attività del reattore ad acqua pesante di Arak, grazie al quale è possibile produrre plutonio necessario per la costruzione della bomba. L’impianto di Arak è al centro delle preoccupazioni di molti paesi occidentali, perché dal 2011 il regime iraniano ne impedisce la visita all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (che quindi si può rifare esclusivamente alle immagini satellitari).

I motivi che avrebbero spinto i francesi a far saltare l’accordo non sarebbero comunque del tutto chiari. Secondo al-Monitor, sito online specializzato in Medioriente, la Francia avrebbe adottato una posizione molto dura per i pessimi rapporti che ha sviluppato con l’Iran tra il 2007 e il 2008 (gli ex presidenti dei due paesi, Nicolas Sarkozy e Mahmud Ahmadinejad, si scontrarono in diverse occasioni, e da allora Francia e Iran hanno avuto diversi problemi). In generale, comunque, tra tutti i paesi europei la Francia ha sempre sviluppato una politica estera piuttosto autonoma e intraprendente, che ha fatto parlare in diverse occasioni dell'”eccezionalismo francese“: in particolare in Medioriente e in Nord Africa i francesi hanno perseguito spesso i propri interessi nazionali, anche in opposizione con le decisioni prese dagli Stati Uniti.

È colpa dell’Iran?
Secondo il segretario di Stato statunitense, John Kerry, la colpa del fallimento dei negoziati sarebbe invece dell’Iran e non ci sarebbe stata alcuna spaccatura: le potenze del 5+1, ha scritto l’israeliano Jerusalem Post, avrebbero sottoscritto e presentato ai delegati iraniani un documento contenente alcune proposte sul nucleare, che però gli iraniani non hanno potuto subito accettare o rifiutare. Herb Keinon, giornalista del Jerusalem Post presente all’incontro, ha scritto, citando un funzionario americano: «[Gli iraniani] devono tornare a casa, parlare con il loro governo e poi torneranno qui». Anche il ministro degli Esteri francese Fabius ha dato una versione dei fatti simile a quella di Kerry. Lunedì Fabius ha detto alla radio Europe 1 che le potenze del gruppo 5+1 sono state «assolutamente d’accordo» sui termini dei negoziati.

Cosa succede adesso?
Al di là di come siano andate le cose, si possono fare un paio di osservazioni sui colloqui relativi al nucleare iraniano. Anzitutto, come ha scritto il New York Times, le aspettative per questo incontro di Ginevra erano molto alte e in molti pensavano che dai colloqui uscisse qualcosa di più. Negli ultimi mesi Iran e Stati Uniti avevano fatto diversi passi avanti nelle relazioni bilaterali, ufficialmente interrotte dopo la crisi degli ostaggi di Teheran del 1979-1980: il nuovo presidente iraniano Hassan Rouhani aveva fatto diverse aperture diplomatiche nei confronti dell’amministrazione statunitense, dicendosi pronto a negoziare sul nucleare e sostenendo di avere ricevuto dalla Guida Suprema Ali Khamenei – la massima autorità politica-religiosa del paese – tutti i poteri necessari per farlo. Secondo il New York Times, le aperture degli iraniani potrebbero essere state funzionali a mettere pressione sull’Occidente e costringerlo a cedere su qualche punto durante i colloqui.

Secondo: l’esito dei negoziati ha comunque degli effetti sul Congresso statunitense, che nelle scorse settimane aveva spinto per approvare un rafforzamento delle sanzioni economiche e commerciali nei confronti dell’Iran. L’amministrazione Obama aveva chiesto di aspettare, in vista dei negoziati di Ginevra, ma ora ne esce in una posizione di debolezza. Alcuni membri dell’opposizione molto critici verso la politica estera di Obama hanno esultato per la fermezza francese. Tra questi il senatore repubblicano John McCain, da sempre particolarmente “aggressivo” e interventista, che ha scritto su Twitter: «La Francia ha avuto il coraggio di prevenire un pessimo accordo nucleare con l’Iran. Viva la Francia!».

 

I colloqui riprenderanno il 20 novembre ma è difficile che porteranno a qualcosa di concreto e definitivo: a incontrarsi saranno infatti i diplomatici dei diversi paesi e non più i ministri degli Esteri.

Foto: il segretario di Stato statunitense John Kerry e il ministro degli Esteri Laurent Fabius (AP Photo/Larry Downing, Pool)