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  • domenica 3 novembre 2013

Chi sono i pirati, oggi

Se ne riparla per un film appena uscito al cinema: dove sono? Quanto guadagnano? E che ci fanno coi soldi?

Giovedì 31 ottobre è uscito in Italia Captain Phillips – Attacco in mare aperto, un film diretto da Paul Greengrass, con Tom Hanks, in cui si racconta la vicenda realmente accaduta del sequestro della nave cargo Maesk Alabama da parte di un gruppo di pirati somali. Ma questa settimana si è tornato a parlare di pirateria anche perché ONU, Interpol e Banca Mondiale hanno pubblicato un nuovo rapporto sull’argomento, il documento probabilmente più esaustivo per rispondere alla domanda: chi sono i pirati oggi?

Il declino dei pirati somali
Film come Captain Phillips e casi di cronaca che negli ultimi anni hanno coinvolto anche navi italiane (la Savina Caylin e la Enrico Ievoli, ad esempio) hanno contribuito a creare l’immagine che il luogo più infestato dai pirati siano le acque davanti alla costa della Somalia. Era indubbiamente vero, almeno fino qualche anno fa. Nel 2011, su 437 incidenti in cui erano coinvolti pirati (abbordaggi, dirottamenti e spari contro navi mercantili) 257 avvennero a largo delle coste della Somalia. Nel 2013, nelle stesse acque, ci sono stati soltanto 11 incidenti (mentre sono stati 216 in tutto il mondo).

Secondo il Dipartimento di Stato americano, che ha una divisione che si occupa in modo specifico della lotta alla pirateria, ci sono quattro ragioni per spiegare il rapido declino della pirateria somala. La prima: le società di navigazione hanno cominciato ad adottare varie pratiche per proteggere le loro navi dagli attacchi dei pirati. Alcune delle difese non letali si possono vedere in atto nel film Captain Phillips: manovre ad alta velocità, in modo da generare onde così alte da danneggiare le imbarcazioni inseguitrici, idranti posizionati intorno alla nave che sparano getti in grado di affondare piccole imbarcazioni. Oppure: aree della nave sigillate e impenetrabili, dove l’equipaggio può ritirarsi, dopo aver spento i motori, in attesa che arrivino i soccorsi. Alcune società hanno anche dotato le navi di una scorta armata: una misura che protegge dai pirati con molta efficacia, ma che può portare ad altre complicazioni (come è accaduto nel caso della nave italiana Enrica Lexie, avvenuto al largo delle coste indiane).

La seconda: il grande dispiegamento di navi da guerra lungo le coste somale da parte delle marine di 25 paesi diversi. La terza: l’approccio sempre più deciso con cui i vari governi hanno perseguito i pirati una volta arrestati – che spesso in passato veniva rilasciati subito dopo l’arresto per via di una serie di complicazioni del diritto marittimo. Infine, la quarta ragione sarebbe la crescente disapprovazione per le pratiche introdotte dai pirati, che ha spinto molti abitanti dei villaggi lungo la costa somala a non tollerare più chi la pratica.

Dove sono rimasti?
Mentre in Somalia la pirateria è decaduta, le aree dove resta stabile oppure è addirittura in aumento sono sostanzialmente due: l’Asia sudorientale e il golfo di Guinea, nell’Africa occidentale. In quest’ultima area gli attacchi sono aumentati di un terzo nell’ultimo anno. Il golfo di Guinea è una delle rotte più importanti per il trasporto di materie prime ed in particolare è attraversato da numerose navi che trasportano il petrolio estratto dai giacimenti dell’Africa occidentale verso le raffinerie europee ed americane.

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L’ultimo caso di attacchi di pirati nel golfo di Guinea riguarda due marinai americani, rapiti da una petroliera il 23 ottobre 2013. Soltanto nei primi nove mesi del 2013 dieci navi sono state dirottate nel golfo di Guinea e contro altre 14 i pirati hanno aperto il fuoco, senza riuscire ad abbordarle. Sulla pirateria in crescita in quest’area del mondo, l’ONU ha pubblicato di recente un ponderoso rapporto, ricco di grafici e cifre (che potete leggere qui).

L’altra “area calda” della pirateria mondiale si trova nelle acque intorno a Singapore, Malesia, Giava e Indonesia, dove una serie di stretti e passaggi formano un collo di bottiglia per il traffico marittimo mondiale. Nei primi mesi del 2013 nell’area ci sono stati 98 tra assalti e tentativi di abbordaggio, mentre due navi sono state dirottate.

Come funziona la pirateria
La ricerca pubblicata da ONU, Interpol e Banca Mondiale contiene tra le altre cose un’infografica che fornisce uno schema e diversi dati per comprendere il fenomeno della pirateria. Si tratta, per cominciare, di un affare abbastanza lucroso. Soltanto i dirottamenti di navi al largo delle coste della Somalia (escludendo quindi rapimenti e atti di pirateria nel resto del mondo) hanno fatto guadagnare ai pirati circa 300 milioni di euro in 7 anni. Il rapporto riguarda principalmente la pirateria nel Corno d’Africa, ma parecchie delle sue conclusioni sono valide anche per le altre aree del mondo.

Una percentuale che oscilla tra il 30 e il 50 per cento di questa cifra è finito nelle tasche dei finanziatori, in genere signori della guerra somali, che si occupano di investire nei beni e nei servizi che sono necessari a portare avanti l’attività di pirateria (equipaggiamenti, carburante, porti sicuri dove tenere le navi dirottate). Questo denaro, secondo il rapporto, viene investito anche in altre attività criminali (come il traffico di droga o quello di esseri umani) oppure in attività legali, come la coltivazione del qat, un’erba dalle proprietà stimolanti, considerata una droga dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e molto diffusa in Africa orientale e nella penisola arabica, come racconta un articolo su CNN.

I “soldati”, i pirati veri e propri che si occupano di abbordare le navi e guidarle in porto, si devono accontentare in genere di un pagamento che va dai 25 mila ai 55 mila euro  per ogni nave che riescono a dirottare. Il loro ingaggio può variare a seconda di una serie di fattori. Il primo a salire a bordo di una nave o chi è costretto a usare le armi da fuoco può ricevere un bonus di circa 10 mila euro. Per chi si comporta male sono previsti vari tipi di multe: chi non obbedisce agli ordini o maltratta l’equipaggio rischia di vedersi decurtato il guadagno finale.

I “soldati” sono in genere ex miliziani che lavoravano per qualche signore della guerra o, molto spesso, di pescatori che hanno deciso che le petroliere sono un affare molto più conveniente del tonno. Secondo lo studio, una volta arrivati al porto, i soldati spendono il denaro in alcol, prostitute e qat. Il denaro, o almeno una parte, a volte arriva dai “soldati” ai loro amici e familiari. Nel rapporto si racconta che spesso la notizia della cattura della nave viene festeggiata come un evento nei villaggi da cui provengono i pirati. Una parte dei guadagni finisce anche ad avvocati, portuali e altro personale che supporta le attività di pirateria. Secondo il rapporto, quando una nave dirottata arriva in un porto controllato da al-Shabaab, una milizia somala di estremisti islamici e probabilmente collegata ad al-Qaida, i pirati devono pagare una tassa speciale per finanziare l’attività della milizia.

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