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  • mercoledì 17 luglio 2013

Cosa si dice del nuovo governo egiziano

Che ha escluso tutti gli islamisti, che è controllato dai militari, e che non è tanto una rottura rispetto al passato

Martedì 16 luglio i 34 membri del nuovo governo dell’Egitto hanno giurato al Cairo di fronte al presidente ad interim, Adli Mansur. Il governo, che è stato formato con molte difficoltà durante gli ultimi 10 giorni, è guidato dal primo ministro Hazem el-Beblawi ed esclude completamente esponenti dei Fratelli Musulmani, il movimento del deposto presidente Mohamed Morsi che aveva vinto con ampio margine le uniche elezioni democratiche che si sono tenute nella storia dell’Egitto, nel 2012. Il governo di Morsi è stato destituito da un colpo di stato militare seguito a grandi manifestazioni di protesta popolare, lo scorso 3 luglio.

L’inviata al Cairo di Al Jazeera, Nicole Johnston, ha detto che il nuovo governo egiziano è «un governo di esperti – un governo di tecnici». Comprende diversi politici di orientamento meno conservatore, e si mantiene sotto lo stretto controllo dell’esercito. Ne fanno parte anche tre donne, il numero più alto di ministri femmine in un governo egiziano – avranno gli incarichi di ministro della Salute, dell’Informazione e dell’Ambiente – e due cristiani copti.

A parte le apparenze, scrive il Wall Street Journal, il nuovo governo non si può definire di rottura rispetto al passato: i ministri che hanno giurato martedì sono personalità non nuove della politica egiziana, che hanno ricoperto incarichi durante la presidenza Morsi o durante il precedente regime di Hosni Mubarak, oppure che hanno controllato il potere durante la transizione tra uno e l’altro. Questo, prosegue il WSJ, è sintomo della difficoltà per il nuovo governo di raggiungere un consenso nel formare una coalizione che metta d’accordo le forze politiche dell’Egitto.

La prima cosa da dire sulla continuità del nuovo governo rispetto al passato e sulla sua autonomia riguarda il generale Abdul-Fattah el-Sisi, che ha assunto gli incarichi di vice primo ministro e di ministro della Difesa. Il generale el-Sisi è il militare che ha annunciato in diretta televisiva la deposizione di Morsi e che, secondo il New York Times, è diventato di fatto il leader del paese dopo il colpo di stato del 3 luglio scorso: el-Sisi ricoprirà quindi un ruolo centrale nel nuovo governo, nonostante poco meno di due settimane fa avesse detto che i militari sarebbero rimasti fuori dalla politica nella fase di transizione del dopo Morsi.

Il ministro degli Interni rimane lo stesso della presidenza Morsi, Mohamed Ibrahim, uno dei più contestati dello scorso governo per non essere riuscito a riformare l’ampio apparato di sicurezza del paese. Il ministro degli Esteri è Nabil Fahmy, ambasciatore egiziano negli Stati Uniti dal 1999 al 2008.

L’unica vera novità rispetto al passato sembra essere l’esclusione degli islamisti dal nuovo governo, sia membri dei Fratelli Musulmani che del partito salafita e ultra-islamista al Nour, prima alleato di Morsi e poi dell’esercito durante i giorni del colpo di stato. Martedì il portavoce del presidente Mansur ha detto di avere proposto ai Fratelli Musulmani degli incarichi nel nuovo governo, incarichi che sarebbero stati rifiutati. Questa versione è stata però negata dalla Fratellanza: il portavoce del movimento ha detto ad Al Jazeera: «È un governo illegittimo con un primo ministro illegittimo. Non riconosciamo nessuno del governo. Non riconosciamo nemmeno la loro autorità come rappresentanti del governo».

La posizione di al Nour sembra invece più complessa: il partito salafita era stato decisivo nell’escludere dal governo alcuni nomi di personalità laiche e considerate pro-occidentali, tra cui Mohamed el-Baradei, ex direttore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, a un certo punto annunciato come nuovo primo ministro egiziano. Dopo la strage di 51 sostenitori pro-Morsi di fronte al palazzo della guardia repubblicana al Cairo l’8 luglio scorso, al Nour si era ritirata dalle trattative per la formazione del nuovo governo, anche se poi aveva rettificato dicendo di essersi solo sospesa. Ad ogni modo diversi giornali internazionali hanno scritto che l’esclusione degli islamisti è un ulteriore segno della grande divisione e polarizzazione che si sono create nella politica egiziana dal colpo di stato contro Morsi.

Per il momento sembra che il nuovo governo egiziano abbia l’appoggio dell’amministrazione statunitense di Barack Obama, che non ha mai definito un “colpo di stato” quello che è successo in Egitto lo scorso 3 luglio. Lunedì il vice segretario di stato William Burns, in visita al Cairo, aveva detto che con la formazione del nuovo governo si poteva parlare di una “seconda possibilità” per la democrazia in Egitto. La questione del sostegno degli Stati Uniti al governo guidato da el-Beblawi è piuttosto complessa e delicata: ne ha scritto George Packer del New Yorker, spiegando come gli Stati Uniti per una legge del 1986 non possano finanziare o dare assistenza ai paesi il cui capo del governo eletto sia stato deposto da un colpo di stato militare. Da qui la riluttanza dell’amministrazione americana di schierarsi contro il nuovo governo – gli Stati Uniti forniscono 1,3 miliardi di dollari di aiuti all’anno all’Egitto, in cambio, tra le altre cose, del rispetto del trattato di Camp David tra Egitto e Israele del 1979 –  ma anche di sviluppare una politica estera coerente nei confronti del nuovo governo.

foto: il presidente ad interim Adli Mansur stringe la mano al primo ministro Hazem el-Beblawi durante il giuramento del nuovo governo al palazzo presidenziale del Cairo (AP Photo/Egyptian Presidency)

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