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  • mercoledì 15 Maggio 2013

Perché si parla ancora di Bengasi?

La morte dell'ambasciatore statunitense Stevens è di nuovo al centro di polemiche e accuse all'amministrazione Obama, dopo la diffusione di alcuni documenti

Da una settimana negli Stati Uniti si è tornati a discutere dell’attacco dell’11 settembre 2012 al consolato americano a Bengasi, in Libia, che causò la morte dell’ambasciatore Cristopher Stevens e di altre tre persone del corpo diplomatico degli Stati Uniti. La vicenda fu per giorni al centro della campagna elettorale per le elezioni presidenziali, con diversi repubblicani che criticarono duramente l’allora Segretario di Stato Hillary Clinton e l’amministrazione Obama per non avere fatto abbastanza per proteggere i funzionari statunitensi all’estero.

Dopo poco più di otto mesi dall’attacco, ABC News e Weekly Standard hanno ottenuto alcune email che la Casa Bianca ha inviato a membri del Congresso americano riguardo ai fatti di Bengasi. I due giornali hanno anche visionato 12 versioni rimaneggiate dei cosiddetti “talking points“, ovvero delle brevi informazioni che l’amministrazione Obama fornì all’ambasciatrice statunitense all’ONU Susan Rice per poter riferire quanto successo a Bengasi in diversi talk show americani cinque giorni dopo gli attacchi. Il materiale raccolto e diffuso dai due giornali ha rivelato nuovi dettagli su quello che successe al consolato di Bengasi, attribuendo nuove responsabilità all’amministrazione Obama e in particolare al Dipartimento di Stato, e rendendo ancora più complessa una vicenda che già in passato aveva generato molte discussioni e polemiche.

Cosa successe a Bengasi
Tra martedì 11 e mercoledì 12 settembre l’ambasciatore degli Stati Uniti in Libia, Chris Stevens, e altri tre funzionari diplomatici americani morirono a Bengasi in conseguenza delle violente proteste di alcuni manifestanti che attaccarono il complesso del consolato americano. Nei giorni successivi all’attacco l’amministrazione americana spiegò che le violenze erano state una reazione di alcuni estremisti alla proiezione del trailer di un film “satirico” su Maometto, molto discusso, che in quegli stessi giorni aveva scatenato forti proteste anche di fronte all’ambasciata americana al Cairo, in Egitto.

Lo staff di Obama aggiunse inoltre di non essere stato a conoscenza di eventuali pericoli o minacce contro il consolato a Bengasi. Nonostante le indagini successive all’attacco provarono che in realtà le manifestazioni a Bengasi erano state architettate da tempo da gruppi estremisti legati ad Al Qaida, l’amministrazione americana continuò a negare di aver commesso degli errori nella difesa del suo corpo diplomatico in Libia. Questa posizione, ovviamente, venne sostenuta anche da Susan Rice la domenica successiva all’attacco, quando l’ambasciatrice partecipò a cinque talk show televisivi, tra i più visti in America, per raccontare la versione ufficiale di come andarono le cose quella notte.

Il rapporto della Commissione indipendente sui fatti di Bengasi
Due mesi dopo l’attacco a Bengasi, le accuse dei repubblicani nei confronti dell’amministrazione spinsero il Dipartimento di Stato a incaricare il proprio “Accountability Review Board” ad avviare un’indagine indipendente per rilevare le eventuali mancanze dello stesso dipartimento nella gestione dei fatti di Bengasi. Nel suo rapporto finale, la commissione ricordò che ben prima degli attacchi erano state inviate dall’ambasciata di Tripoli alcune richieste al Dipartimento di Stato per aumentare le misure di sicurezza nel paese.

La diffusione del rapporto ebbe delle conseguenze per alcuni dei personaggi coinvolti: Eric Boswell, responsabile della sicurezza dei diplomatici, e altri due funzionari si dimisero dai loro incarichi. La vicenda ebbe ripercussioni anche su Susan Rice, che dopo moltissimi attacchi da parte dei repubblicani decise a metà del dicembre scorso di ritirare la propria candidatura alla successione di Hillary Clinton come Segretario di Stato della seconda amministrazione Obama.

La versione ufficiale sui fatti di Bengasi, inoltre, è stata in parte rivista mercoledì 8 maggio, quando Gregory Hicks, il numero due della missione in Libia dopo Stevens, disse a una commissione d’inchiesta del Congresso che l’attacco era stato chiaramente organizzato da terroristi, e che l’amministrazione avrebbe potuto prevenire la morte dell’ambasciatore se solo fosse stata più rapida a inviare degli aerei militari di supporto.

Le rivelazioni di ABC News e Weekly Standard
Il 10 maggio ABC News ha pubblicato 12 differenti versioni dei “talking points” utilizzati da Susan Rice nei cinque diversi talk show americani. La prima versione era stata scritta interamente dalla CIA, sulla base delle informazioni disponibili a pochi giorni di distanza dall’attacco. Successivamente quella versione era stata modificata, e così anche le altre, sulla base di richieste provenienti, dice ABC News, prevalentemente dal Dipartimento di Stato (qui tutte le modifiche alle 12 versioni).

L’ultima versione risultò essere molto diversa da quella originale. Secondo la ricostruzione dei due giornali americani, Victoria Nuland del Dipartimento di Stato chiese di eliminare, tra le altre cose, questo passaggio:

«L’agenzia [la CIA] ha prodotto numerosi documenti sulla minaccia di estremisti legati ad al Qaida a Bengasi e nella Libia Orientale. Ha segnalato che, dal mese di aprile, ci sono stati almeno altri cinque attacchi contro stranieri a Bengasi compiuti da aggressori non identificati, incluso l’attacco di giugno contro un convoglio dell’ambasciatore britannico. Non possiamo escludere che gli individui che avevano precedentemente sorvegliato le strutture americane, abbiano anche contribuito a rendere l’attacco efficace»

Nuland voleva evitare che il Dipartimento di Stato venisse preso di mira dal Congresso e che venisse accusato di non aver prestato abbastanza attenzione agli avvertimenti che erano arrivati dalla Libia. Nell’ultima versione dei “talking points” era stato eliminato qualsiasi riferimento ad al Qaida e si attribuiva invece la responsabilità dell’attacco a manifestazioni spontanee ispirate alle proteste all’ambasciata del Cairo.

Di fronte ai nuovi attacchi repubblicani ripresi dopo le rivelazioni di ABC News e Weekly Standard, Obama è tornato a parlare della vicenda durante la conferenza stampa congiunta che ha tenuto il 13 maggio alla Casa Bianca con il primo ministro britannico David Cameron. Obama ha detto che far diventare la discussione su Bengasi un circo politico significa mancare rispetto alle vittime dell’attacco, e ha aggiunto che le versioni dei “talking points” rilasciate dalla stampa non fanno emergere nulla di nuovo rispetto a quello che già si sapeva.

foto: Hillary Clinton, ex segretario di stato americano (Alex Wong/Getty Images)