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  • giovedì 28 Marzo 2013

«È per questo che sto facendo lo sciopero della fame»

La lettera di Zainab al-Khawaja, attivista in Bahrein che si trova in carcere da un mese, che sta facendo il giro di Internet

Il 24 marzo il celebre giornalista americano Nicholas Kristof ha pubblicato sulla sua rubrica sul New York Times la lettera scritta in carcere da Zainab al-Khawaja, attivista per i diritti umani e prigioniera politica in Bahrein. Al-Khawaja ha 29 anni, si trova in carcere dal 28 febbraio e il 17 marzo ha iniziato lo sciopero della fame per protestare contro il divieto di incontrare i familiari, tra cui la figlia di tre anni. Si tratta di una punizione dovuta al rifiuto di al-Khawaja di indossare la divisa dei detenuti, dato che – spiega nella lettera – non ha commesso alcun crimine.

Al-Khawaja fa parte di una famiglia di attivisti del Bahrein. Il padre Abdulhadi al-Khawaja è stato presidente del Centro per i diritti umani del Bahrein; per questo e per la sua opposizione al regime venne arrestato nell’aprile del 2011 e condannato all’ergastolo. In quell’occasione vennero arrestati anche il marito e il cognato di Zainab, che iniziò per protesta lo sciopero della fame. Al-Khawaja è diventata famosa anche in Occidente e negli Stati Uniti per aver raccontato le proteste la repressione del regime su Twitter, con l’account AngryArabiya (che ha 49 mila followers e non è aggiornato dal 27 gennaio). È stata arrestata più volte per «raduno illegale» e «protesta illegale». La rivista americana Foreign Policy l’ha inserita nella lista dei cento più importanti pensatori al mondo ed è stata candidata al Premio Nobel per la Pace.

Nicholas Kristof è una sorta di istituzione del giornalismo americano. Ha 53 anni, ha iniziato a lavorare al New York Times nel 1984 e da allora si è occupato soprattutto di abusi contro i diritti umani in molti paesi del mondo (secondo la sua biografia ne ha visitati 150). Ha vinto due premi Pulitzer: uno per il racconto della repressione delle proteste in piazza Tiananmen, a Pechino, e un altro per il racconto del genocidio in Darfur, di cui si è occupato intensivamente dal 2004.

La lettera di al-Khawaja, che cita ampiamente storici attivisti come Martin Luther King e Nelson Mandela, è stata ripresa da molti giornali e siti di notizie di tutto il mondo (in Italia il programma Alaska di Radio Popolare le ha dedicato una puntata): di seguito potete leggerne la traduzione.

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Un grande leader è immortale, le sue parole e le sue azioni riecheggiano negli anni, nei decenni, nei secoli. Attraversano gli oceani e i confini, e diventano un’ispirazione che tocca le vite dei molti che vogliono imparare. Uno di questi leader è lo straordinario Martin Luther King Jr.

Quando leggo le sue parole sento che riesce a raggiungerci da un’altra terra e da un altro tempo per insegnarci lezioni davvero importanti. Ci insegna, per esempio, che non dobbiamo essere amareggiati, che dobbiamo essere disposti a sacrificarci per la libertà e che non possiamo mai permetterci di abbassarci al livello dei nostri oppressori.

Quando due anni fa fiori di speranza e resistenza all’oppressione iniziarono a spuntare in tutto il mondo arabo, la gente del Bahrein vide i primi segni di un’alba nuova. Speravamo che quell’alba avrebbe spazzato via una lunga notte di dittatura e oppressione, un lungo inverno di silenzio e paura, e che avrebbe diffuso la luce e il calore di una nuova era di libertà e democrazia.

Con quella speranza e quella determinazione, le persone del Bahrein sono scese in strada il 14 febbraio del 2011 per rivendicare in modo non violento i loro diritti. Le loro canzoni, le loro poesie, i loro disegni e i loro slogan per la libertà furono accolti con proiettili, carri armati, gas tossici e lacrimogeni, e i pallini delle pistole. Il brutale regime degli al-Khalifa voleva porre fine alla rivoluzione pacifica usando la violenza e diffondendo la paura.

Di fronte a questa brutalità la gente del Bahrein ha mostrato grande autocontrollo. Giorno dopo giorno i manifestanti hanno offerto fiori ai soldati e ai mercenari che gli sparavano contro. I manifestanti restavano in piedi a petto nudo e con le braccia levate gridando «pace! pace!», prima di cadere a terra coperti nel loro stesso sangue. Migliaia di cittadini del Bahrein sono state arrestati e torturati per crimini come «raduno illegale» e «incitamento all’odio contro il regime».

Due anni dopo, le atrocità del regime del Bahrein continuano. Le persone continuano a essere uccise, arrestate, ferite e torturate per aver chiesto la democrazia.

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