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  • giovedì 14 marzo 2013

La Chiesa argentina e la dittatura

Una storia dolorosa e complicata, tornata d'attualità dopo l'elezione del Papa, a sua volta tirato in mezzo soprattutto da uno scrittore e attivista argentino

Poco dopo l’elezione di Jorge Mario Bergoglio a papa, mercoledì 13 marzo, sono cominciate a circolare notizie su un suo presunto coinvolgimento o persino complicità nei crimini della dittatura militare argentina, che durò dal 1976 al 1983. Un esempio è la foto che sembra ritrarre Bergoglio – ma non c’è modo di identificare realmente chi è ritratto – mentre amministra la comunione all’ex capo della giunta militare Jorge Rafael Videla, nel 1990 a Buenos Aires.

Proviamo a chiarire quello che si sa di Bergoglio in quegli anni. Un tema spinoso, che va inserito in quello più ampio degli atteggiamenti della Chiesa cattolica argentina durante gli anni della dittatura.

La dittatura argentina
Nel 1976, il presidente dell’Argentina era Isabel (per tutti Isabelita) Perón, ex ballerina e terza moglie di Juan Domingo Perón, il dominatore della politica argentina per tutto il secondo dopoguerra e la cui eredità, nel complesso fenomeno politico del peronismo, è molto viva ancora oggi. Isabelita era vicepresidente dell’Argentina alla morte del marito nel 1974, e gli succedette al potere. Era però una figura debole, secondo molti manovrata dal politico di estrema destra José López Rega, che era stato segretario personale di Perón e guidava una formazione paramilitare (la Tripla A) dedita all’eliminazione degli oppositori politici, comunisti e non.

Il 24 marzo del 1976 ci fu il colpo di stato – il sesto in Argentina negli ultimi cinquant’anni – e il potere venne preso da una giunta guidata da tre ufficiali delle forze armate: il generale Jorge Rafael Videla, l’ammiraglio Emilio Eduardo Massera e il brigadier generale Orlando Ramón Agosti. La giunta rimase al potere fino al 1983, quando il regime crollò per diversi motivi economici e sociali e, non da ultimo, per le conseguenze della disastrosa guerra delle Falkland contro il Regno Unito.

Parentesi. Per quanto riguarda la guerra nelle Falkland (o Malvinas, come le chiamano gli argentini) Bergoglio sta ricevendo molta attenzione per quello che disse durante una messa per il trentesimo anniversario della guerra, come riporta oggi la stampa britannica. Le parole dell’allora vescovo di Buenos Aires furono, secondo le ricostruzioni: «Siamo venuti a pregare per tutti coloro che sono caduti, figli della patria che sono andati a difendere la loro madre, la patria, e a reclamare ciò che è loro, della madrepatria, ed è stato usurpato».

Torniamo alla dittatura militare. La repressione degli oppositori in Argentina – la cosiddetta Guerra sucia, “Guerra sporca” – era cominciata già prima del golpe, ma fu durante quei sette anni che la pratica degli arresti illegali, delle sparizioni, delle torture e delle uccisioni arrivò al massimo dell’intensità e della brutalità. Si stima che il numero delle persone scomparse – studenti di sinistra, attivisti, sindacalisti, semplici cittadini – sia stato di diverse migliaia (le stime più ampie arrivano a 30 mila persone). Videla lasciò nel 1981 il comando della giunta, che passò a Roberto Viola e poi a Leopoldo Galtieri. Nei crimini della dittatura ci furono episodi di collaborazione con altri governi sudamericani, allora quasi tutti in mano a giunte militari, con un ruolo importante dei servizi segreti statunitensi (la cosiddetta Operazione Condor).

La Chiesa cattolica e la dittatura
I critici di Bergoglio dicono che non prese mai una posizione apertamente contraria alla dittatura argentina, né denunciò mai le violazioni dei diritti umani. Dal 1973 al 1979 l’attuale Papa fu il provinciale della Compagnia di Gesù, ovvero il capo dell’ordine religioso in Argentina. I gesuiti erano molto attivi in missioni nelle aree più povere del paese e in particolare nelle villas miserias dell’enorme area metropolitana di Buenos Aires, l’equivalente argentino delle più note favelas brasiliane. Erano anche gli anni della teologia della liberazione, cioè l’orientamento di alcuni teologi sudamericani che interpretarono il messaggio cristiano in chiave “rivoluzionaria”, con grande attenzione alla giustizia sociale e all’emancipazione dei più poveri.

Questo è un punto centrale: tra molti gesuiti la teologia della liberazione ebbe molta presa, ma la gerarchia ecclesiastica cattolica stroncò di fatto il movimento con un ruolo centrale, ai massimi livelli, di papa Giovanni Paolo II, eletto nel 1978, e dell’allora cardinale Joseph Ratzinger. Bergoglio faceva parte di quel settore dei gesuiti più conservatori e contribuì quindi in modo importante a limitare la diffusione della teologia della liberazione in Argentina. In generale, l’ordine dei gesuiti venne pesantemente ridimensionato durante quegli anni.

All’interno della Chiesa cattolica le posizioni erano diverse e distanti sia tra il clero che tra i fedeli. Due vescovi e molti sacerdoti vennero uccisi negli anni della dittatura. Tra questi Enrique Angelelli, vescovo della diocesi andina di La Rioja, ucciso brutalmente il 4 agosto 1976. Dall’altra parte, l’organizzazione rigidamente gerarchica della Chiesa cattolica – particolarmente forte in Argentina – fa sì che le prese di posizione delle massime autorità abbiano un peso decisivo. E quando si viene a questo, la Chiesa cattolica argentina non ci fa una bella figura.

La notte prima del colpo di stato Videla e Massera, due dei capi della futura giunta, si riunirono con la gerarchia ecclesiastica nella sede della Conferenza Episcopale Argentina a Buenos Aires; il giorno stesso, tutte e tre i capi militari del golpe ebbero un lungo colloquio con Adolfo Tortolo, arcivescovo di Paraná e presidente della Conferenza Episcopale, che era da tempo un grande amico di almeno due di loro. La dittatura, d’altra parte, si dichiarava spesso “cristiana” oltre che nazionalista, presentandosi come argine al comunismo “ateo”.

Tra i circa ottanta vescovi argentini ci furono alcuni che operarono attivamente per aiutare le famiglie dei desaparecidos, che in molti casi si rivolgevano al clero per sapere qualcosa dei loro familiari arrestati o rapiti. Solo tre presero pubblicamente le distanze dalla dittatura: Enrique Angelelli, che venne ucciso meno di cinque mesi dopo il golpe; Jaime de Nevares, vescovo di Neuquén, che diventò presidente onorario dell’Assemblea Permanente per i Diritti Umani; e infine Miguel Hesayne, vescovo di Viedma. Dall’altra parte, i più importanti vescovi argentini, come il già citato Tortolo, l’allora arcivescovo di Buenos Aires Juan Carlos Aramburu e Raúl Primatesta, arcivescovo di Córdoba, non si schierarono mai contro la dittatura, a cui anzi erano legati da rapporti di vicinanza e di amicizia personali.

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