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  • lunedì 4 Febbraio 2013

Tutto sui droni

È "legale" uccidere con gli aerei pilotati a distanza? Quanti ne hanno gli Stati Uniti? Perché se ne usano sempre di più? Quante persone hanno ucciso negli ultimi anni?

di Alessio Marchionna – @alessiomarchio

Il 28 gennaio il New York Times ha scritto che il Dipartimento della difesa degli Stati Uniti sta pensando di creare una base per i droni in Africa Occidentale, molto probabilmente in Niger, al confine con il Mali. Dalla base dovrebbero partire gli aerei senza pilota incaricati di individuare, ed eventualmente uccidere, i membri di al Qaida nella regione. Una base in Niger potrebbe anche fornire supporto logistico per le truppe francesi che stanno combattendo contro gli estremisti islamici nel nord del Mali. Ma soprattutto, questa scelta sarebbe l’ulteriore conferma del fatto che la guerra al terrorismo condotta dagli Stati Uniti si sta spostando sempre più a ovest, e che i droni – gli aerei a pilotaggio remoto, in inglese UAV, Unmanned Aerial Vehicle – hanno un ruolo sempre più centrale nella strategia della Casa Bianca.

Quanti droni hanno gli Stati Uniti?
Circa ottomila. Sono in dotazione al Pentagono, all’esercito, alla CIA e al Comando congiunto delle operazioni speciali. Nella maggior parte dei casi si tratta di droni non armati. Sono aerei usati per le missioni di sorveglianza e ricognizione: si va dal piccolo e poco costoso Shadow – circa tre metri e mezzo di lunghezza per quattro di apertura alare, che viene lanciato con una catapulta pneumatica e costa 750 mila dollari a pezzo – al Global Hawk, che è il più grande (35 metri di apertura alare) e costoso (104 milioni di dollari a pezzo) tra i droni in circolazione. È il modello che gli Stati Uniti hanno messo a disposizione della Francia per monitorare il nord del Mali nel conflitto in corso.

Tra i droni armati, i più comuni sono il Predator, che è grande più o meno come un Cessna ed è quello con cui vengono effettuati la maggior parte degli attacchi americani in Pakistan, e il Reaper, una versione più grande e meglio armata del Predator. Tutti questi droni decollano dalle basi americane che si trovano vicino al luogo in cui avvengono le operazioni, ma sono controllati da postazioni negli Stati Uniti – di solito nelle basi dell’esercito in Nevada, in Virginia e in New Mexico – che sono collegate all’Europa attraverso cavi in fibra ottica. Lì una comunicazione satellitare trasmette le informazioni dai piloti ai droni. Tra il 2005 e il 2012 il governo degli Stati Uniti ha stanziato circa dodici miliardi di dollari per l’acquisto e la manutenzione dei droni, e ha intenzione di spendere altri 36,9 miliardi di dollari nei prossimi otto anni per allargare del 35 per cento la flotta di UAV.

Perché così tanti droni?
I motivi per cui gli Stati Uniti – e come vedremo tra poco non solo loro – stanno puntando molto sulle armi robotiche sono essenzialmente tre. Prima di tutto i droni sono molto più efficaci delle armi tradizionali, almeno per le esigenze degli Stati Uniti nella guerra contro al Qaida. Dopo essere diventato presidente, Barack Obama ha deciso che l’approccio militare dell’amministrazione Bush, basato sull’uso di armi tradizionali e su operazioni convenzionali su vasta scala – come l’invasione dell’Iraq del 2003 – aveva fallito e non era più sostenibile. Così ha deciso di puntare su singole operazioni mirate in vari paesi dell’Asia, dell’Africa e del Medio Oriente contro al Qaida e altri gruppi di estremisti islamici. Nel giro di poco queste operazioni, chiamate targeted killings (omicidi mirati) sono diventate una tattica fondamentale nella strategia degli Stati Uniti. I droni, dotati di sistemi di ricognizione e monitoraggio molto precisi, si sono rivelati l’arma ideale per metterla in pratica.

Il secondo motivo è che i droni sono un’arma molto sicura. I piloti statunitensi che guidano questi mezzi da migliaia di chilometri di distanza non corrono nessun rischio. Il terzo motivo è che i droni costano molto meno delle armi tradizionali. Per farsi un’idea basta confrontare il prezzo di un Predator, un drone, con quello di un F-35, il caccia multiruolo che la Lockheed Martin sta costruendo per l’esercito degli Stati Uniti: il primo costa 4 milioni di dollari, il secondo 137 milioni. E questo non è un aspetto da sottovalutare, soprattutto in un periodo di crisi economica.

Questi tre elementi spiegano perché negli Stati Uniti il consenso sui droni sia politicamente trasversale. A ottobre del 2012, durante la campagna elettorale per le presidenziali, il candidato repubblicano Mitt Romney disse di “sostenere in pieno l’uso di queste tecnologie da parte del presidente”. Anche l’opinione pubblica statunitense è favorevole all’uso dei droni. Secondo un sondaggio del Pew Research Center, il 62 per cento degli americani approva gli attacchi degli UAV.

Chi usa i droni in questo momento?
Non solo gli Stati Uniti. Secondo i dati della New America Foundation, oggi più di settanta paesi possiedono un drone di qualche tipo, anche se sono pochi i paesi che contano su quelli armati. A settembre del 2012 il governo cinese ha annunciato di voler usare aerei a pilotaggio remoto per sorvegliare le isole del mar Cinese Orientale, controllate dal Giappone ma rivendicate da Cina e Taiwan. A ottobre del 2012 l’Iran ha reso note le caratteristiche di un nuovo drone in grado di volare fino a duemila chilometri di distanza dalla base, cioè con la possibilità teorica di entrare in territorio israeliano. Nel 2010 l’azienda statunitense General Atomics ha ricevuto il permesso dal governo americano di esportare Predator non armati in Arabia Saudita, Egitto, Marocco ed Emirati Arabi Uniti. A maggio del 2012 il Wall Street Journal ha rivelato che gli Stati Uniti hanno accettato di armare i droni Predator e Reaper dell’aeronautica militare italiana con missili Hellfire e bombe a guida satellitare Jdam. Peraltro l’Italia è stato il primo paese a comprare dei Predator americani, nel 2001, e già nel 2006 ha comprato dei Reaper per un costo complessivo di 378 milioni di dollari.

Ma non sono solo i governi a progettare e a usare i droni. Durante la guerra del Libano del 2006, i militanti del movimento islamista Hezbollah hanno inviato degli UAV in territorio israeliano per svolgere missioni di ricognizione. Durante la guerra civile libica che nel 2011 ha portato alla caduta di Muammar Gheddafi, i ribelli hanno comprato su Internet un piccolo drone di sorveglianza prodotto dall’azienda canadese Aeryon. E sembra che le Nazioni Unite vogliano usare UAV da ricognizione per capire quello che sta succedendo nella zona orientale della Repubblica Democratica del Congo.

Dove vengono usati i droni armati?
Soprattutto in Pakistan, Yemen e Somalia, e soprattutto dagli Stati Uniti. In Pakistan gli attacchi dei droni americani sono rivolti contro al Qaida e contro i talebani che si sono stabiliti nella zona nordoccidentale del paese (in viola nell’immagine in basso) dopo l’11 settembre del 2001 e l’invasione dell’Afghanistan. In particolare nel nord e nel sud Waziristan. Secondo il Bureau of Investigative Journalism, un’organizzazione non-profit britannica che si occupa di giornalismo d’inchiesta, tra il 2004 e il gennaio del 2013 ci sono stati 362 attacchi in quelle zone. Di questi la maggior parte (310) sono stati ordinati da Barack Obama.

Fonte: Internazionale

In Yemen i droni colpiscono i presunti militanti del gruppo terroristico “al Qaida nella penisola araba” (AQAP), nato nel 2009 dalla fusione tra il ramo yemenita e quello saudita dell’organizzazione. AQAP è responsabile di alcuni tra i maggiori attentati realizzati nel paese negli ultimi anni, come l’attacco suicida cha a maggio del 2002 ha ucciso almeno 120 persone nella capitale Sana’a. Negli ultimi anni ha guadagnato terreno e consensi soprattutto nel sud del paese, sfruttando l’instabilità della situazione politica interna.

Nella prossima pagina: quante sono le persone uccise dai droni? Gli attacchi dei droni sono legali? E qualche dritta per tenere d’occhio le notizie e la discussione internazionale sull’uso dei droni.

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