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  • lunedì 14 Gennaio 2013

I malati della Ferriera

Adriano Sofri racconta la storia dell'acciaieria di Trieste che potrebbe chiudere presto, mentre tra i lavoratori l'incidenza dei tumori è molto superiore alla media

Adriano Sofri racconta oggi su Repubblica la storia della Ferriera di Servola, un’acciaieria in un quartiere di Trieste che dà lavoro a 450 dipendenti e dove il dato sull’incidenza dei tumori polmonari tra i lavoratori negli anni dal 1974 al 1994 risulta superiore del 50 per cento rispetto alla media fuori dalla fabbrica, ricordando da vicino il caso dell’ILVA di Taranto. La Ferriera fu costruita nel 1896 dalla Kraniske Industrie Gesellschaft (KIG), una società industriale con sede a Lubiana, ma la sue attività vennero bloccate durante le due guerre mondiali. Nel secondo dopoguerra l’azienda ebbe una lenta ripresa e nel 1961 passò all’Italsider, nata dalla fusione della Società ILVA e della Cornigliano di Genova. Nel 1981 avvenne il passaggio alla Nuova Italsider e nel 1982 alla Società Terni, gestione che si concluse nel 1989 con il passaggio al gruppo Ferriere di Udine, e nel 1995 al Gruppo Lucchini. In seguito lo stabilimento passò sotto il controllo delle banche e oggi è affidato a un commissario straordinario, Piero Nardi, ex direttore generale dell’Ilva, che deve presentare un piano industriale per evitare il fallimento.

Luigi Pastore, è nato a Barletta, ha 57 anni, è perito agrario, lavora da operaio alla Ferriera di Trieste da 14 anni, e fino a 4 mesi fa. Perché 4 mesi fa ha scoperto di avere un linfoma di MalT, e quando lo incontro sta per finire un ciclo di chemio “pesantissima”, poi dovrà ripeterla ogni due mesi. “Ho pensato: viene il cancro proprio a me, che sono quello che rompe… Poi ho ripensato che attorno a me i miei amici andavano in pensione e dopo pochi mesi morivano. E guarda che si andava in pensione giovani, per l’esposizione all’amianto. In questi giorni di festa mi hanno telefonato due che lavorano con me: uno ha un tumore al cervello, uno allo stomaco”.

Sono venuto a Trieste spinto da una serie di motivi. È uscita, commissionata dalla Procura, una certificazione sulla diffusione dei tumori polmonari negli anni dal 1974 al 1994 fra i lavoratori della Ferriera: superiore del 50 per cento alla media fuori dalla fabbrica. 300 su 2.142. Una proporzione allarmante. Però è allarmante anche che dati simili vengano compilati (sui documenti Inail e Inps) oggi, e che si aspetti l’analisi epidemiologica che arrivi ai nostri giorni. E la Ferriera sta addosso a Trieste quanto e più dell’Ilva ai Tamburi tarantini.

È difficile capacitarsi di una città piena d’intelligenza e di competenze che abbia lasciato correre per tanto tempo, quando non abbia screditato chi denunciava. Un altro motivo mi ha spinto. A Taranto mi ero sentito ripetere tante volte: “Ci trattano così perché stiamo qui, in fondo all’Italia: nel nord non avrebbe potuto succedere”. Non è vero. Sono equanimi, sfruttatori e inquinatori. Succede a Seveso, a Mantova, a Brescia, a Casale… Succede a Trieste.

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foto: Flickr/Giulio GMDB