Renzi e Montezemolo, “vento e palude”

Marco Damilano è stato alle iniziative di Firenze e Roma e racconta cosa gliene è sembrato e su che cosa ha cambiato idea

Valeva la pena stare due giorni alla stazione Leopolda di Firenze con i ragazzi di Matteo Renzi e poi prendere di corsa un treno per correre a Roma agli studios De Paolis sulla Tiburtina per assistere finalmente al primo ciak della creatura montezemoliana in questo sabato 17 novembre. Perché non sono i lanci d’agenzia o i retroscena a rivelare il senso e le potenzialità e i limiti dei due progetti e dei rispettivi leader, ma l’osservazione delle platee, i mondi che mettono in movimento alla vigilia dello scontro elettorale 2013.

Confesso che ero andato alla Leopolda prevenuto. Due mesi di bombardamento a dire che Renzi è figlio dei poteri forti, espressione della Cia e chissà, forse pure del Mossad, un burattino in mano ai finanzieri delle Cayman, oltre che – ovviamente – populista, peronista, plebiscitario e fascistoide (Michele Prospero sull’Unità), un prodotto mediatico aiutato dai finanziamenti milionari (oggi l’ex tesoriere Ds Ugo Sposetti), mi avevano preparato a una convention fighetta in stile craxiano o berlusconiano, culto della personalità del Capo dispiegato a piene mani davanti a una massa di piccoli fans. Invece la prima sorpresa è stata sentire, ieri pomeriggio, il sindaco di Firenze dire sul palco una frase inedita per i riti dell’autocritica di sinistra: «io ho sbagliato, ho sbagliato io…».

Detto, per di più, sul tema centrale, la rottamazione: «Non ho spiegato bene che non è un fatto anagrafico». La seconda sorpresa, ancora più grossa, è la condizione di allegro caos con cui i comitati Renzi entrano nella settimana decisiva che precede le primarie. Altro che armata al soldo di qualche potere occulto, la Rete di Renzi vista alla Leopolda appare sgangherata, felicemente disordinata. Un movimento allo stato nascente, con la sua carica di ingenuità e di dirompente voglia di esserci, «la distruzione creatrice», la chiama l’economista Tommaso Nannicini citando Schumpeter. Poche facce note, pochissimi i politici di professione, il popolo di Renzi è più negli spazi bianchi ancora da scrivere, come ha detto Alessandro Baricco, che nel testo già scritto. In quegli spazi bianchi ci sono i ventenni e i trentenni che sono il vero carburante di Renzi. Ragazzi e ragazze che hanno affittato il pulmino per partecipare e che affollano la gigantesca stazione come in nessun altro convegno politico. Sono gli outsider, i non garantiti, i non tutelati. Si identificano con Renzi perché sono come lui. Sono quelli che devono fare da soli, quelli che non li chiama nessuno, i Non Invitati. È incredibile che i vertici del Pd abbiano talmente paura di questi ragazzi che per fermarli si sia costruito un rosario di albi, preregistrazioni, ostacoli burocratici. Ed è incredibile anche che D’Alema imputi a questi ragazzi la colpa di voler distruggere il centrosinistra. In tutta evidenza è un’accusa che andrebbe indirizzata a qualcun altro: questi ragazzi lo stanno salvando.

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