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  • mercoledì 14 Novembre 2012

L’IMU e la Chiesa, una volta per tutte

Un po' di chiarezza su cosa sta facendo il governo, tra commi e regolamenti

Negli ultimi giorni ci sono state novità a proposito delle norme che riguardano il pagamento dell’IMU, l’imposta sugli immobili, da parte degli enti ecclesiastici relativamente agli immobili a destinazione non esclusivamente confessionale. Ieri la Camera ha approvato un decreto legge del governo che contiene una piccola modifica alle norme che riguardano l’IMU, che fa parte di un complicato procedimento di modifica delle leggi sulla questione dell’IMU della Chiesa. Il provvedimento passa ora all’esame del Senato, prima della definitiva conversione in legge.

Nel testo approvato ieri, che porta le firme del presidente del Consiglio Monti e dei ministri Grilli e Cancellieri, e su cui il governo aveva posto la fiducia una prima volta l’8 novembre, ci sono molte disposizioni che riguardano tutti gli enti locali, dalle regioni alle province e ai comuni, soprattutto nel campo del controllo e della riduzione delle spese. All’IMU per gli enti non commerciali sono dedicate solo otto righe su diverse decine di pagine, e precisamente il comma 6 dell’articolo 9.

Quelle righe fanno però una cosa molto importante: definiscono meglio, dal punto di vista giuridico, che cosa il governo più decidere in materia di IMU per gli enti non commerciali con un apposito regolamento, che di fatto esiste già ed è in discussione da settimane. La modifica approvata ieri non fa altro che accogliere il parere del Consiglio di Stato del 27 settembre scorso, in cui il regolamento era stato inizialmente bocciato perché le leggi precedenti non avrebbero dato al governo abbastanza competenze. Quindi, come già si era ipotizzato al momento della prima bocciatura, il governo ha inserito una modifica “retroattiva” per permettergli maggiore libertà di azione.

(Quello che la Chiesa non paga)

Quello che è più importante, infatti, è che il governo sta elaborando ormai da tempo un regolamento che riguarda i criteri per tassare gli immobili commerciali degli enti non commerciali. Che cosa ci sia in quel regolamento ancora non si sa, in teoria, perché i lavori sul testo devono essere ancora conclusi e questo non è ancora stato reso pubblico. Ma diversi articoli di stampa negli ultimi giorni hanno provato a capirci qualcosa e a trovare qualche anticipazione sul suo contenuto, basandosi proprio sui pareri non vincolanti del Consiglio di Stato che sono stati espressi una prima volta lo scorso 27 settembre (parere negativo) e poi pochi giorni fa (positivo, ma con diverse osservazioni).

Il regolamento è composto da 7 articoli che definiscono gli enti no profit e soprattutto gli immobili che hanno un utilizzo “misto” – in parte commerciale, in parte no – su cui ci sono i maggiori problemi di applicazione dell’imposta. Il principio è individuare la parte di immobile che non viene utilizzata per attività commerciale e di esentare solo quella, in proporzione. Le osservazioni del Consiglio di Stato che sono arrivate negli ultimi giorni riguardano però anche i criteri specifici – criticati perché troppo eterogenei – con cui si valutano le destinazioni d’uso degli immobili, come spiega il Sole 24 Ore:

In alcuni casi è utilizzato il criterio delle gratuità o del carattere simbolico delle retta (è il caso di attività culturali, ricreative e sportive); in altri il criterio dell’importo non superiore alla metà di quello medio previsto per le stesse attività svolte nello stesso ambito territoriali (per le attività ricettive e in parte per quelle sanitarie); in altri ancora il criterio della non copertura integrale del costo effettivo del servizio (attività didattiche).

Il Consiglio di Stato ha detto insomma, nel suo secondo parere (ma le osservazioni critiche erano già nel primo), che i criteri che individua il governo sono poco in linea con quelli europei – ricordiamo che è in corso una procedura di infrazione a carico del nostro paese, sulla questione dell’IMU per gli enti non commerciali – oppure di difficile applicazione. È probabile che il governo faccia, nelle prossime settimane, qualche modifica necessaria ad accogliere le osservazioni del Consiglio di Stato; deve comunque agire in fretta, perché si prevede che le nuove norme entrino in vigore dal primo gennaio 2013.

Lunedì il governo ha pubblicato un comunicato in cui diceva che le ricostruzioni giornalistiche su un «blitz alla Camera» per «alleggerire l’IMU a carico degli enti non commerciali» erano «del tutto errate e destituite di ogni fondamento», dato che il provvedimento di cui abbiamo parlato all’inizio non è stato modificato durante l’esame alla Camera. Basandosi su quelle ricostruzioni, Michele Serra ha parlato, forse con un po’ troppa fretta e semplificazione, di «espedienti da leguleio» per evitare il pagamento dell’IMU da parte della Chiesa.

Bisogna fare due precisazioni: la prima è che le norme non riguardano strettamente «la Chiesa» – che tra l’altro come ente giuridico neppure esiste – ma anche tutti gli enti che svolgono alcune finalità di utilità sociale: ovvero, come diceva l’articolo 7 del decreto legislativo n. 504 del 1992, gli immobili «destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive», oltre che alle attività di culto religioso (ovviamente, di qualsiasi religione che sia riconosciuta dallo Stato italiano).

La seconda è che non si può negare che gli enti religiosi cattolici abbiano una grande quantità di immobili in cui svolgono molte attività diverse e che tra queste ci siano diverse zone grigie e situazioni in cui le esenzioni possono essere messe in discussione. Ma non ci sono stime numeriche affidabili su quanti siano quegli immobili, né su quanti soldi non vadano ai comuni a causa di esenzioni poco motivate: i numeri che parlano di milioni e miliardi sono semplicemente inventati o stime totalmente inaffidabili. Diversi responsabili ecclesiastici hanno già riconosciuto in passato l’esistenza di un problema in questo campo, ma hanno anche condannato come “favole” le diffusissime voci secondo cui, per fare l’esempio più comune, in un grande albergo, per ottenere l’esenzione, basterebbe una piccola cappella per il culto religioso.

Foto: ALBERTO PIZZOLI/AFP/Getty Images